Modesta proposta

 

Uscita in <<la falce della luna>>, 07, novembre 2006

MODESTA PROPOSTA… di Maria Lenti:


Lo scritto è rielaborato dal mio intervento “Parole e volti degli “alternativi” nella Marca” nel seminario del PRC regionale “Idee e percorsi per una Regione solidale e partecipata” del 28 novembre 2004 tenuto ad Abbadia di Fiastra. (“Alternativi”: una scelta degli organizzatori del convegno). Lo ripropongo, grazie alla disponibilità della redazione de “la falce della luna”, ritenendolo ancora valido.

Sorvolo su “alternativi”, parola rischiosa, e mi fermo su “parole e volti”: cominciando da chi?
Da Francesco Stabili, quel Cecco d’Ascoli morto sul rogo a Firenze nel 1327? Da due donne del Montefeltro del 1400? (Battista da Montefeltro, zia di Federico il signore di Urbino, animatrice coltissima di straordinarie esperienze letterarie, da non confondersi con Battista Sforza, moglie di Federico, autrice di lettere intelligenti, curiose e piene di spunti non datati). Da I Monti Azzurri di Stefano Taffoni, nel quale le poesie di Lucilio Santoni ribaltano il luogo comune (primavera-giovinezza, estate-maturità, autunno-decadenza, inverno-vecchiaia) e vivono le stagioni così come sono?
Parto da Leopardi. La sua poesia è l’universo mondo: il senso del passato con la bella eredità di conoscenze, l’ironia sulle magnifiche sorti e progressive, l’intorno necessario, il sabato del garzoncello, il cielo del passero, la piazzetta di Silvia, la ginestra e la solidarietà umana, il carattere dei marchigiani. Non il calco ma il senso degli scritti del recanatese.
Come di altri marchigiani, per tratti: Giulio Grimaldi e il lavoro condiviso dei Pescatori dell’Adriatico; Bruno Fonzi che ride sulle superstizioni della nostra provincia (Il maligno); Joyce Lussu che rileva la difesa misconosciuta del paesaggio propria dei contadini (Le comunanze picene) o rivaluta appassionatamente la saggezza-cultura del quotidiano femminile con cui il maschile deve fare i conti ( Il libro delle streghe, L’erba delle donne).
Radici e vitalità, rivisitate da chi conosce e sa le dinamiche industriali e storiche: Paolo Volponi. La macchina mondiale, Il sipario ducale, Il lanciatore di giavellotto, La strada per Roma: il macrocosmo dell’Italia degli anni cinquanta, sessanta, degli anni settanta, dell’Italietta fascista degli anni trenta, specchiato nel microcosmo di Cagli-Frontone, di Urbino, di Fossombrone: microcosmo nel quale si liberano energie per una macchina che “salvi il mondo”, o ci si muove con un anarchismo sinonimo di non sottomissione e quindi di mantenimento di identità non insterilita in individualismo; un microcosmo nel quale il binomio fascismo-incultura sfocia nel futuro impossibile per i giovani. Tutti gli scritti di Volponi, le poesie, sono una miniera di idee, di giudizi sul rapporto con la natura, sull’economia, che vive se pianificata e partecipata nelle scelte o si inaridisce e annaspa per capitalismo rapace e aggrappato alla finanza; una miniera di “altri mondi possibili” e, dunque, anche di una Marca possibile.
Radici in scrittori giovani: Silvia Ballestra e il mondo giovanile stereotipato, dal quale esce il succo di una modalità, a termine, che dal globale è entrata nel locale; Claudio Piersanti e la declinazione di caratteri; altre esperienze narrative: di Luana Trapè, per esempio, e lo sguardo ironico nel contesto del costume sociale; di Enrico Capodoglio e il passato o il presente al vaglio dell’intelligenza politico-filosofica di oggi.
Cominciare da poeti e poetesse i cui fili s’intrecciano nel vivere politico e sociale o gettano sguardi nel costume, le dismissioni, i poteri, nelle violenze. E nella perdita non del tempo che tutti travolge esistenzialmente, ma del tempo contenente futuro.
Penso a Neuro Bonifazi, a Ercole Bellucci, a Luigi Di Ruscio. Penso a Eugenio De Signoribus, a D’Elia, Garufi, Mancino; se mi è permessa la citazione penso alla mia poesia, a Feliciano Paoli, Allì Caracciolo, Patrizia Papili Marchionni e altri: l’indignazione si coniuga indirettamente con la “proposta”, mentre il rimpianto guarda al futuro non al passato.
Dal mondo-tutto di questi autori, dei critici, di operatori del settore che si esprimono con la scrittura, dal pensiero delle donne, si può arrivare, davvero sì, a spunti per una base in cui il presente lasci l’ omologazione e in cui le differenze siano spinta e non regressione.
Una regione possibile? Quella cui guardavano anche Osvaldo Licini, sindaco comunista di Monte Vidon Corrado e pittore grande del Novecento con le sue Amalassunte, Luigi Bartolini delle strade e degli orti marchigiani, delle donne alle fontane (soggetto, non elegia), Renato Bruscaglia con i profili intatti delle colline; quella cui rimandano Trubbiani (e il rovescio delle sue “crudeltà”) e gli artisti che nelle Marche hanno stamperie e studi aperti all’Italia e al mondo.
Che cosa si trae da loro? Il senso dello studio e del lavoro, la tradizione che continua in sé, si versa e si rinnova, la “bottega” e la relazione con il mondo, la dialettica tra tecnica e invenzione, la pazienza nel far combaciare la mente e la mano (e anche il cuore).
Sufficiente che artisti, scrittori, poetesse ci siano? No. E’ necessario che essi abbiano anche gli spazi per farsi conoscere: dell’editoria e delle esposizioni, della diffusione e della lettura, dell’incontro e del conflitto. Luoghi, insomma, da cui il pensiero, nella sua versione più concentrata e più libera, si dipana verso una riflessione condivisa se non fatta propria.

A chi amministra, a chi governa, ai partiti e a rifondazione comunista, queste riflessioni per “una regione solidale e partecipata”.

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