Appello
Per la scuola, l’istruzione, la democrazia
Al Presidente del Consiglio dei Ministri
on.le Romano Prodi
Sta crescendo una nuova emarginazione, quella che relega in
ruoli subalterni quanti non possiedano il repertorio di
simboli necessario per formulare e comprendere messaggi,
operare con grandezze, osservare e indagare la natura. La
scuola, che nel corso della storia unitaria ha contribuito in
modo determinante a creare le condizioni per l’unità culturale
del paese, si trova oggi in difficoltà a contrastare i
fenomeni emergenti. La sottrazione di simboli al profilo
culturale della popolazione non è, infatti, da attribuire ad
un’attenuazione della capacità del sistema dell’istruzione di
far fronte al suo compito, ma ad una erosione sistematica
dello spazio d’intervento della scuola e alla sua sostituzione
con fonti di disseminazione della conoscenza il cui intento
non è la crescita intellettuale e civile dei cittadini, ma la
loro capacità di accogliere messaggi che incrementino la
propensione al conformismo e al consumo.
Se si confronta la quantità di risorse investite dai sistemi
di comunicazione con quelle poste a disposizione della scuola,
appare evidente che le prime sono in continua e rapida
crescita, mentre il sistema dell’istruzione non riesce a
conservare la quota della ricchezza nazionale, peraltro mai
adeguata alle esigenze effettive, che era riuscita a
raggiungere nei decenni successivi alla riforma della scuola
media del 1962. I nostri ragazzi sono sommersi da messaggi
superficiali, subiscono la fascinazione del modo in cui essi
sono formulati, tendono a riprodurre modelli poveri di
pensiero ma densi di implicazioni valoriali gradite a chi
esercita il controllo della comunicazione sociale. Il compito
educativo diventa di anno in anno più difficile. Gli
insegnanti debbono contrastare con mezzi impari il radicamento
di una cultura della subordinazione che presenta suggestioni
molto più forti di quella che dovrebbe assicurare a ciascuno
autonomia di pensiero e capacità autonoma d’azione.
Siamo in una situazione di rischio per la democrazia. Una
cultura diffusa povera di simboli limita le capacità
d’interpretazione, riduce gli elementi di identità, lascia
esposti a condizionamenti autoritari. Al primato della ragione
si oppone la proposta di un senso comune tanto denso di
melasse affettive quanto chiuso alle esigenze di chi è meno
favorito. Lo stesso sviluppo scientifico e tecnologico non è
più di stimolo al prodursi di un pensiero critico, ma è
sommerso da evocazioni irrazionali. Le emozioni che potrebbero
spingere a nuove conquiste di libertà sono sostituite da un
medievismo intriso di magia.
Occorre impegnarsi per la ricostruzione di un quadro culturale
che sia insieme ripresa di una grande tradizione e apertura
alle nuove esigenze di sviluppo della società contemporanea.
La scuola deve uscire dagli atteggiamenti difensivi ai quali è
stata costretta in anni recenti per riprendere il suo ruolo di
progresso.
Per cominciare, è necessario accrescere l’offerta educativa,
rendendo effettiva da subito l’istruzione fino ai sedici anni
di età, con piena titolarità della scuola, nella prospettiva
di un ampliamento ulteriore fino ai diciotto anni.
Ci si deve impegnare per un progetto che veda la scuola
protagonista della vita culturale e sociale in tutta la parte
protetta della vita. E si deve dar senso alla nuova proposta
d’istruzione non limitandola a quanto sembri utile nella
contingenza, ma qualificandola nella prospettiva di un
percorso di vita che si protrae nel tempo. Dobbiamo fornire ai
nostri ragazzi la possibilità di interpretare i cambiamenti
nei quali saranno immersi, senza cedere per poche lenticchie
la loro autonomia di giudizio.
E’ una responsabilità del Parlamento porre le condizioni
perchè l’eguaglianza tra i cittadini non sia solo una buona
intenzione: elevare subito , dentro la scuola, l’obbligo a 16
anni è un modo per contrastare la nuova emarginazione.
Stabilire la nuova soglia per l’istruzione obbligatoria nella
legge finanziaria può essere il segnale di una ripresa della
capacità di elaborare una politica proiettata verso il futuro.