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Quando,
a soli 10 anni, lasciò la sua Corsica, per entrare nella
scuola militare di Brienne, nessuno avrebbe potuto immaginare
che quel ragazzino, dallo strano accento, avrebbe ridotto, per
la prima volta nella storia, tutta l’Europa ai suoi piedi,
umiliando ripetutamente le grandi potenze dell’epoca; la sua
epopea ricorda clamorosamente quella di un altro personaggio,
che, qualche anno dopo, avrebbe raggiunto la più macabra delle
notorietà:
Adolf Hitler.
Come Napoleone, il fuhrer del III reich pose tutta l’Europa
sotto lo stivale dei suoi eserciti, come Napoleone ebbe come
irriducibile avversario l’Inghilterra, come Napoleone andò
incontro alla catastrofe attaccando la Russia.
La stessa “operazione barbarossa”, il piano per l’invasione
dell’Unione Sovietica, scattò il 22 giugno del 1941, lo stesso
girono e mese in cui, nel 1812, Napoleone lanciava la sua
grande armata, contro l’impero russo dello zar Alessandro I; e
per entrambi, le steppe ghiacciate della Russia, il
terrificante “generale inverno”, rappresentarono l’inizio
della fine.
Inoltre, come Napoleone a Sant’Elena, Adolf Hitler, nel bunker
della cancelleria, trascorse gli ultimi giorni della propria
esistenza, nello sconforto, nello squallore più totale,
assumendo le sembianze di un autentico morto vivente.
Senza dimenticare un’ altra clamorosa coincidenza tra i due
personaggi, nel momento della loro fine, avvenuta all’insegna
del veleno, nella capsula del letale cianuro ingerita dal
fuhrer, accompagnata dallo sparo della sua pistola d’ordinanza
e nella percentuale di arsenico, rinvenuta nei capelli di
Napoleone, circostanza che alimenta tutt’ora i sospetti circa
un presunto assassinio.
Va infine considerato come, nel giugno 1940, all’indomani
della capitolazione della Francia, travolta dagli eserciti
nazisti, Adolf Hitler, nel visitare una Parigi su cui
sventolava la bandiera con la croce uncinata, non volle
mancare di rendere omaggio alla tomba di quello che fu
l’imperatore dei francesi, dell’uomo che, prima di ogni altro,
riuscì nell’impresa di sottomettere l’intera Europa ai suoi
voleri.
Napoleone nacque, il 15 maggio 1769, ad Ajaccio, in Corsica,
figlio dell’avvocato, di origine toscana, Carlo Buonaparte e
di Letizia Ramolino, che avrebbe dato al marito ben 13 figli.
Alla nascita di Napoleone, la Corsica viveva un periodo
politico alquanto travagliato, dopo la cessione, nel 1768,
dell’isola, da Genova alla Francia.
Da decenni gli indipendentisti corsi, guidati da Pasquale
Paoli, lottavano strenuamente per la libertà della loro patria
e tra di essi anche Carlo Buonaparte, sostenuto anche dalla
moglie Letizia, nonostante le difficoltà ricollegate alla
gravidanza.
Ma pochi mesi prima della nascita di Napoleone, precisamente
l’8 maggio del 1769, il sogno di indipendenza della Corsica si
infranse con la sconfitta decisiva di Ponte Nuovo.
Paoli fu costretto all’esilio in Inghilterra, mentre Carlo
Buonaparte, dopo un primo disperato tentativo di proseguire,
dalle montagne in cui si era rifugiato, la lotta, insieme agli
ultimi irriducibili, prese la decisione di abbandonare le armi
e di scendere ad accordi con i dominatori francesi; tornato a
casa in seguito ad amnistia, trovò la protezione del
governatore dell’isola, il conte di Marbeuf, che gli concesse
una borsa di studio per i due figli.
Correva il 15 dicembre 1778, quando Carlo Buonaparte, insieme
ai piccoli Giuseppe e Napoleone, si imbarcò per la Francia;
giunto ad Autun, lasciò i due figli presso il collegio dei
Minimi, dove Napoleone, che parlava il corso, avrebbe appreso,
sia pure con gravi difficoltà, la lingua francese, anche se
non l’ avrebbe mai parlata correttamente.
Carlo Buonaparte aveva già programmato il futuro dei propri
figli, scegliendo, per Giuseppe, la carriera ecclesiastica,
per Napoleone, quella militare.
Il futuro signore dell’Europa, entrò quindi nella scuola
militare di Brienne, dove trascorse 5 difficili anni,
dileggiato ed irriso dai compagni, per quel suo strano modo di
parlare e per quell’essere un nobile decaduto di una terra
sottomessa; scrisse più volte al padre per manifestare la sua
insofferenza, ma ben presto, Carlo Buonaparte, a soli 39 anni,
malato, venne a mancare.
Non fu peraltro neppure un allievo modello, distinguendosi
soltanto in matematica, ma venne comunque nominato, a 16 anni,
sottotenente d’artiglieria.
Il 15 settembre 1786, dopo anni di assenza, in una delle sue
tante licenze militari, ottenute fino al 1791, fece,
finalmente, ritorno in Corsica, ad Ajaccio, rimanendovi per 20
mesi; la situazione non era delle migliori, per le difficoltà
economiche della numerosa famiglia, nonostante il coraggio e
l’energia profusa dalla madre Letizia, per assicurare, ai suoi
figli, una vita decorosa.
Nei mesi successivi, avrebbe fatto la spola tra la Corsica e
la Francia, fino a quando, nel 1789, scoppiò, incontenibile,
la rivoluzione.
Approfittando del clima di anarchia e di confusione, tornò
nuovamente in Corsica, dove rimase per oltre un anno,
stringendo contatti con Paoli, il quale, nel frattempo,
tornato dall’esilio, aveva ripreso la sua lotta; ma con Paoli,
dopo un iniziale periodo di collaborazione, cominciarono i
primi attriti, che, qualche tempo più avanti, sarebbero
sfociati in una rottura completa.
Tornato in Francia, raggiunse la sua guarnigione a Valence,
ottenendo, nel contempo, la nomina a tenente di battaglione;
nel maggio del 1792, giunse a Parigi, dove potè verificare il
furore rivoluzionario, assistendo, personalmente, all’assalto
delle Tuileries.
Dopo la vittoria delle truppe rivoluzionarie a Valmy, la
Francia, galvanizzata dal clamoroso successo, decise di
attacare la Sardegna, ma, a La Maddalena, i francesi venero
inesorabilmente sconfitti, guidati proprio da Napoleone, che
riportò, in quell’occasione, uno dei pochissimi insuccessi
militari della sua gloriosa carriera.
Nel frattempo la condizione della famiglia Buonaparte, in
Corsica, si era fatta praticamente insostenibile:
Napoleone aveva infatti rotto con Paoli, il quale, per ragioni
di interesse politico, stava favorendo l’ascesa degli inglesi
nell’isola; i Buonaparte vennero quindi proscritti da Ajaccio
e costretti alla fuga in Francia.
Napoleone stava dunque vivendo momenti estremamente delicati,
ma proprio nella fase di maggior difficoltà, cominciò la sua
straordinaria ed incontenibile parabola ascendente; e
l’appuntamento con il destino fece tappa a Tolone, in mano
inglese, denominata, per la sua posizione strategica, la
piccola Gibilterra Nell’occasione. Napoleone venne chiamato al
comando dell’artiglieria, nel difficile attacco alla città,
con gli assediati che, dall’alto delle loro posizioni,
martellavano l’esercito repubblicano con i cannoni.
Nonostante ciò, nonostante l’intenso fuoco di sbarramento,
grazie alle sue eccezionali capacità militari, Napoleone
riuscì a fare breccia nelle difese inglesi e a conquistare il
forte; si racconta che durante l’attacco, Napoleone entrò
duramente in contrasto con il commissario della commissione
nazionale Barras, che aveva suggerito di spostare alcuni pezzi
d’artiglieria.
Napoleone gli rispose testualmente di fare il suo mestiere di
politico e di lasciargli fare il suo, dimostrando tutto il suo
carattere, incline a qualsiasi intromissione, in campo
militare; era il dicembre 1793 e, a soli 24 anni, ricevette la
promozione al prestigioso grado di generale di brigata.
Ma l’ascesa del giovane generale subì una brusca frenata, nel
1794, con il colpo di stato di Termidoro e l’uccisione di
Robespierre e Saint-Just; Napoleone, amico del fratello di
Robespierre, Augustin, venne coinvolto nella repressione che
seguì all’esecuzione del “tiranno”; dopo essere stato
inquisito e rinchiuso nel carcere di Antibes, fu
successivamente liberato, ma la sua carriera militare sembrava
ormai definitivamente compromessa:
allontanato dall’esercito, visse mesi di profonda solitudine e
precarietà, che lo portarono sull’orlo del suicidio.
Era ormai un giovane sbandato e senza speranza, quando il
destino gli riservò la seconda grande occasione, dopo Tolone:
il 5 ottobre 1795, 13 vendemmiaio, i realisti, approfittando
del clima di confusione, dopo la morte di Robespierre, erano
pericolosamente insorti a Parigi, con il proposito di
ristabilire l’antico ordine pre-rivoluzionario.
Con la capitale incendiata dalla sommossa, urgevano quindi
drastici provvedimenti da parte del governo rivoluzionario del
Direttorio, composto da 5 membri; tra questi spiccava la
figura di Barras e questi, in quelle ore concitate, si ricordò
di quel comandante che a Tolone, non solo aveva avuto il
coraggio di affrontarlo, verbalmente, in maniera sfrontata, ma
aveva anche dimostrato tutta le sua innata capacità militare.
E Napoleone non deluse le attese, reprimendo la rivolta senza
alcuna pietà, ordinando di sparare, con i cannoni, ad altezza
d’uomo; nel giro di poche ore passò quindi dalla disperazione
più completa, dalla solitudine, al grado di comandante
dell’armata dell’interno.
Nel frattempo Napoleone aveva fatto un incontro destinato a
sconvolgere la sua vita privata, quello con Maria-Rosa
Giuseppa Tasher de La Pagerie, denominata semplicemente
Giuseppina; era stata moglie del visconte di Beauharnais,
ghigliottinato nel 1794 e Napoleone perse completamente la
testa per lei.
Giuseppina viceversa, già amante di Barras, era una donna
ambiziosa e scaltra, intravedendo, nel giovane Buonaparte,
generale in carriera, un buon partito; nel marzo del 1796, i
due si sposarono e Buonaparte, più giovane di lei,
cavallerescamente si aumentò gli anni.
Giuseppina rappresentò, per Napoleone, che nel frattempo
eliminò la “U” al suo cognome, divenendo Bonaparte, una
passione sfrenata, incontenibile, purtroppo mal ricambiata, da
una donna convolata a nozze per mero opportunismo; negli anni
successivi, i pettegolezzi, circa le infedeltà coniugali di
Giuseppina, si sarebbero sprecati, a Parigi ed in tutta la
Francia.
Nonostante
le conferme dei tradimenti della consorte, Napoleone perdonò
sempre Giuseppina, fino a farla divenire imperatrice dei
francesi.
Pochi giorni dopo le nozze, Barras offrì a Napoleone il
comando dell’armata d’Italia; l’offerta venne accettata ed il
giovane Bonaparte, il 10 marzo 1796, partì per quella che
sembrava un’impresa ai limiti della follia:
al suo comando vennero stanziati 38.000 soldati, male armati,
male equipaggiati, privi di disciplina e di preparazione
militare; mancava praticamente tutto:
i viveri, le munizioni, i cavalli, i cannoni, i soldi per le
paghe.
Il futuro imperatore dei francesi, non nascose tutta la sua
preoccupazione, in un rapporto al Direttorio, ma non si tirò
indietro, anche se quella sorta di armata di “straccioni”
avrebbe dovuto affrontare gli agguerriti eserciti di Piemonte
ed Austria.
Come prima cosa Napoleone radunò le sue truppe, lanciandosi in
un appassionato discorso, volto a scuotere l’animo rassegnato
dei soldati; disse testualmente:
“ soldati, Voi siete mal nutriti e quasi nudi, ma io vi
condurrò nelle più fertili pianure del mondo. Vi troverete
ricchezze, onore e gloria.”
La campagna d’Italia sarebbe durata 18 mesi ed al suo termine,
le profetiche parole di Napoleone si sarebbero tramutate nella
più rosea delle realtà.
Ben conscio dell’inferiorità del suo esercito, Bonaparte
scelse la via della sorpresa, varcando, ai primi di aprile, il
colle di Cadibona e spezzando, a Montenotte, l’unità delle
forze austro-piemontesi; attaccò a quel punto, separatamente,
gli austriaci, il 12 aprile a Dego ed i piemontesi, il giorno
dopo, a Millesimo, sconfiggendo, pesantemente, entrambi.
Il regno di Sardegna, travolto dagli eventi, fu rapidamente
costretto alla resa, firmata, a Cherasco, il giorno 28.
Napoleone potè avanzare verso la Lombardia ed il 10 maggio,
con la vittoriosa e nel contempo sanguinosa battaglia di Lodi,
si aprì la strada per Milano, dove fece ingresso, accolto come
un eroe, il giorno 15 maggio; fu proprio durante la battaglia
di Lodi che Napoleone riuscì a far definitivamente breccia nel
cuore delle sue truppe, partecipando, in prima linea, ai
combattimenti e rischiando di essere ucciso.
Con il passare del tempo, con il succedersi degli scontri,
l’avanzata dei suoi “straccioni” si stava sempre più
trasformando in una marcia trionfale:
gli austriaci furono costretti a ritirarsi oltre il Mincio,
mentre Napoleone, ad una ad una, conquistava Bologna, Ferrara,
Ancona, ottenendo altresì il controllo del porto di Livorno;
dopo aver stipulato un’armistizio con la Stato della Chiesa,
di papa Pio VII, cinse inoltre d’assedio Mantova,
sconfiggendo, ripetutamente, le truppe austriache inviate da
Vienna, per liberare la città dalla morsa dei francesi.
Durante la decisiva battaglia sul ponte d’Arcole nel novembre
1796, Napoleone venne salvato dall’eroico gesto dell’aiutante
Muiron, che gli fece scudo con il proprio corpo, immolandosi
per lui; ad un certo punto Napoleone, di fronte all’impavida
resistenza autriaca e agli infruttuosi tentativi di
attraversare il ponte, afferrò una bandiera francese e si
lanciò all’assalto, dando l’ennesima dimostrazione del suo
grande coraggio.
Dopo la vittoria di Rivoli, del gennaio 1797, occupò Verona,
proseguendo la sua avanzata verso il Friuli ed entrando, di
lì, in territtorio austriaco, a Klagengfurt.
L’esercito di “straccioni”, che aveva cominciato la campagna
d’Italia tra l’ilarità generale, era ormai il padrone
indiscusso della pianura Padana e si accingeva a marciare
niente di meno che su Vienna, quando gli austraci, ancora
sconvolti per le batoste subite, al fine di salvare le sorti
dell’impero, furono costretti a chiedere la resa.
I preliminari dell’accordo vennero raggiunti a Leoben e
sfociarono nella pace di Campoformio, del 18 ottobre 1797, che
pose fine alla travolgente avanzata francese.
La campagna d’Italia sancì anche la fine della gloriosa
repubblica di Venezia, il cui territtorio, suo malgrado, era
divenuto fronte di guerra tra i reciproci schieramenti delle
due grandi potenze:
durante la Pasqua del 1797, nella Verona occupata dai francesi
e che faceva parte della Serenissima, scoppiarono infatti dei
tumulti, culminati con l’uccisione di alcuni soldati
transalpini; ciò scatenò l’ira di Napoleone, che decise di
occupare Venezia, ponendo fine all’ illustre esistenza della
sua repubblica.
In seguito agli accordi di pace, Venezia sarebbe mestamente
entrata a far parte dell’impero d’Austria.
Se Napoleone fu inflessibile e spietato, nei confronti della
Serenissima, diede viceversa legittimazione ai desideri di
indipendenza degli stati italiani:
nel dicembre 1796 era nata, a Reggio Emilia, la repubblica
Cispadana, che, nel gennaio 1797, adottò, su proposta di
Giuseppe Compagnoni come propria bandiera, il tricolore
bianco, rosso e verde, ossia la futura bandiera italiana.
Nel luglio 1797, la repubblica Cispadana, fondendosi con
quella Transpadana, istituita dallo stesso Napoleone, diede il
via alla nascita della repubblica Cisalpina.
Il comandante Bonaparte aveva dunque trovato in Italia, per sé
e per i propri soldati, gloria, onori militari ed un bottino
immenso, tra cui numerose opere d’arte.
Si era pertanto determinata una situazione che faceva
nettamente da contraltare alle drammatiche condizioni
economiche, alle disarmanti ristrettezze con cui l’ avventura
era partita; ed inevitabili cominciarono i primi gravi
contrasti con il Direttorio, geloso degli incredibili successi
e della sempre più straripante popolarità di Napoleone, il
quale, con un esercito malmesso e sgangherato, aveva umiliato
ripetutamente l’aquila asburgica.
Conclusa l’impresa italiana, Napoleone concertò la
realizzazione di un progetto ambizioso, volto a piegare gli
interessi del nemico letale della Francia, ossia
l’Inghilterra, in grave difficoltà nei possedimenti indiani;
Bonaparte aveva intenzione di attaccare l’Egitto, al fine di
estromettere gli inglesi dal Mediterraneo e di tagliargli le
vie per l’India, in funzione di una progressiva espansione del
commercio francese.
Riuscì a persuadere il Direttorio e venne quindi allestita,
nel porto di Tolone, una possente flotta, forte di circa 300
navi, con a bordo un contingente militare di 36.000 uomini; la
campagna egiziana non aveva soltanto fini militari, ma anche
di carattere culturale:
vennero infatti imbarcati scienziati ed esperti d’arte, al
fine di approfondire, nella terra dei faraoni, i loro studi.
Il
corpo di spedizione francese salpò il 19 maggio1798,
raggiungendo e prendendo possesso, il 9 giugno, dell’isola di
Malta, di fondamentale importanza strategica.
Il 1 luglio 1798, i francesi sbarcarono ad Alessandria
d’Egitto, conquistando la città con estrema facilità;
l’avanzata verso l’interno del paese, attraverso le sabbie del
deserto, fu però costellata da difficoltà ambientali di
carattere estremo:
le truppe napoleoniche, senza alcuna protezione, con i loro
pesanti armamenti, avanzavano a temperature impossibili,
tormentate dalla fame e soprattutto dalla sete; solo il
carisma di Napoleone evitò lo sfaldamento delle truppe,
minacciato dai sempre più frequenti atti di insubordinazione.
L’Egitto era di fatto una provincia ottomana, per cui i
francesi si trovarono ad affrontare i cavalieri mamelucchi,
che amministravano il paese per conto dei turchi; essi vennero
inesorabilmente sconfitti, il giorno 22 luglio 1798, nella
cosiddetta “battaglia delle piramidi”.
Ma qualche giorno dopo, il 1 agosto 1798, la flotta francese,
ancorata nella rada di Aboukir, venne annientata dalla Royal
Navy, comandata dal giovane ammiraglio Horace Nelson, che,
solo poco tempo prima, aveva cercato, invano, di intercettare
il contingente napoleonico, nella sua navigazione verso
l’Egitto.
Napoleone era così dominatore, ma anche prigioniero, di quella
terra magica ed ostile; la situazione era praticamente
drammatica, anche se, incuranti delle difficoltà, gli studiosi
al seguito di Bonaparte, approfondirono lo studio dei misteri
egizi, legati ai geroglifici, alle piramidi, gettando le basi
per la nascita dell’egittologia e facendo, di quella
spedizione, uno strepitoso evento di carattere culturale.
Napoleone, fatalmente intrappolato dagli inglesi, tentò in
ogni modo di trovare una soluzione e di aprirsi una via verso
Costantinopoli; marciò quindi verso la Palestina, conquistando
Gaza, ma impantanandosi di fronte all’imprendibile roccaforte
di San Giovanni d’Acri, ossia quella che era stata l’ultima
fortezza crociata in medio-oriente.
Costretto al ritorno in Egitto, sconfisse i turchi, ma tra le
sue truppe scoppiò una terrificante epidemia di peste; alla
delicata situazione egiziana, si aggiunsero le preoccupanti
notizie provenienti dall’Europa, ove la coalizione
anti-francese, formata da Austria, Russia, Turchia, sotto la
regia dell’Inghilterra, aveva travolto ripetutamente gli
eserciti repubblicani, fino a minacciare direttamente il suolo
patrio.
Conscio della necessità di abbandonare l’Egitto, il 22 agosto
1799, Napoleone, dopo aver lasciato i suoi uomini al comando
del generale Kleber, si imbarcò, a bordo della nave Muiron,
per la Francia, riuscendo a raggiungerla, nonostante la morsa
della flotta inglese.
Napoleone sbarcato a Frèjus il 9 ottobre 1799, si rese
immediatamente conto, dall’entusiasmo riservatogli dalla
folla, di essere ormai divenuto una sorta di salvatore della
patria e di quanto il governo del Direttorio fosse sempre più
inviso e malvisto dalla popolazione; stava dunque maturando il
colpo di stato che lo avrebbe portato, a soli 30 anni, al
controllo indiscusso del paese.
Napoleone, consapevole del suo indiscusso prestigio, riuscì a
conquistarsi l’appoggio di politici eminenti, come l’anziano
Sieyès, membro del Direttorio, l’abile diplomatico Talleyrand
ed il capo della polizia Fouchè.
Il 18 brumaio, 10 novembre 1799, scattò la congiura:
Napoleone, secondo i piani, seguito dai suoi fedeli
granatieri, si recò a Saint-Cloud, dove era radunato il
consiglio degli anziani e quello dei 500, presieduto,
quest’ultimo, dal fratello Luciano.
Il trasferimento in quella località si era reso necessario per
le voci di una presunta ed imminente congiura, mentre
Napoleone era stato nominato comandante di tutte le truppe di
Parigi; dopo essersi presentato al cospetto dell’assemblea,
dichiarò di voler offrire i suoi servigi in difesa della
libertà, ma, se gli anziani titubarono, il consiglio dei 500
si scagliò violentemente contro di lui, tacciandolo come
“tiranno”, “fuorilegge” e minacciando di fargli fare la fine
di Robespierre.
Furono momenti di grandissima tensione, durante i quali, si
racconta, Napoleone rischiò addirittura l’accoltellamento, ma,
quando tutto sembrava volgere al peggio, fecero irruzione in
aula, con la baionetta innestata, i soldati, al comando di
Murat e del fratello Luciano, che aveva provvidenzialmente
tolto la seduta.
Il colpo di stato ebbe pertanto, sia pure con non poche
difficoltà, successo ed al vecchio governo del direttorio,
succedeva il consolato composto da Sieyès e Ducos e
soprattutto Napoleone, in qualità di primo console della
repubblica; questi, di fatto, era ormai il reale padrone della
Francia, con l’arbitrio assoluto sulla nomina di sindaci e
prefetti, con la titolarità del potere esecutivo e,
praticamente, di quello legislativo, stante il suo potere di
proporre ed approvare le leggi ; il potere giudiziario era
invece in mano ai magistrati, che però erano di diretta
designazione consolare.
Dopo le vicende di politica interna, tornò, per Napoleone, il
tempo delle armi:
in Europa risuonavano ancora venti di guerra, per
l’opposizione dell’Austria; Napoleone decise di lanciarsi in
una nuova campagna d’Italia, sperando di ripetere gli
strepitosi successi che consacrarono il suo straordinario
genio militare.
Nel maggio 1800, alla testa delle sue truppe, compì un’impresa
memorabile, superando, nonostante la neve ed il gelo, le alpi,
attraverso il valico di S.Bernardo.
Giunto ad Aosta, nella sua avanzata, riuscì ad aggirare, con
furbizia, la temibile fortezza di Bard, proseguendo verso
Marengo, il luogo dove furono decise le sorti della seconda
campagna d’Italia:
i francesi vennero inizialmente travolti dagli austriaci al
comando del generale Melas e Napoleone, conscio di non poter
proseguire l’impari lotta, preferì ripiegare; Melas, a
vittoria acquisita, si ritirò dunque ad Alessandria, inviando
messi a Vienna per annunciare il trionfo, ma non aveva fatto i
conti con i rinforzi francesi che, alla guida del comandante
Desaix, avevano raggiunto Napoleone.
Questi ordinò un nuovo violento assalto che spazzò via gli
austriaci, colti letteralmente di sorpresa ed ancora impegnati
nei festeggiamenti; fu un’autentica ecatombe per le truppe di
Melas, il quale, giunto sul campo di battaglia a giochi fatti,
potè assistere, sbigottito, all’annientamento dei suoi uomini.
Ma Napoleone, nonostante lo strepitoso successo, non fu in
condizione di gioire:
il fedele Desaix era infatti morto durante il feroce
combattimento.
L’Austria, che aveva perduto, a Marengo, ben 80.000 uomini, in
seguito agli innumerevoli e ripetuti rovesci subiti, culminati
con la sconfitta di Hohenlinden, fu costretta a richiedere un
nuovo armistizio, stipulato, nel febbraio 1801, a Luneville;
esso, sulla falsariga di quello di Campoformio, ribadiva la
supremazia francese sulla penisola italiana.
Frattanto, alla vigilia di Natale del 1800, Napoleone scampò
miracolosamente ad un attentato, mentre si stava recando
all’opera, a bordo della sua carrozza.
Nel giugno del 1801 concluse, con la chiesa, un concordato, in
base al quale il cattolicesimo diveniva la religione ufficiale
dei francesi, garantendo, in tal modo, alla Francia, la pace
religiosa.
Lo stato francese avrebbe avuto la facoltà di nominare i
vescovi, consacrati poi dalla chiesa e di retribuire il clero;
la chiesa rinunciava, inoltre, ai beni confiscati durante la
Rivoluzione.
Napoleone si dimostrò inoltre, oltre che un eccellente
stratega, anche un valido amministratore:
si devono a lui, tra le altre cose, l’affermazione dei licei e
la creazione della Legion d’Onore, ancora oggi la più alta
onorificenza francese; ma la più importante innovazione fu
certamente il codice napoleonico, promulgato nel 1804 e che
avrebbe rappresentato, dopo averlo rivoluzionato, una sorta di
modello per il futuro diritto europeo.
Intanto la carriera politica di Napoleone procedeva con
straordinaria rapidità:
se nel maggio del 1802 venne eletto console per altri 10 anni,
il 2 agosto dello stesso anno divenne, previo plebiscito,
console a vita e, di fatto, monarca incontrastato del paese;
il giorno della svolta fu però il 2 dicembre 1804, quando, in
seguito ad un ulteriore plebiscito, venne solennemente
incoronato, nella cattedrale di Notre-Dame, alla presenza del
papa Pio VII, appositamente giunto da Roma, imperatore dei
francesi.
La cerimonia fu sfarzosa, ma non fu il papa, ma lo stesso
Napoleone, a porsi, da solo, sul capo, la corona, a
simboleggiare che il suo potere non derivava da nessun altro;
il neo-imperatore procedette ad incoronare anche la
chiacchierata Giuseppina, sposata, in chiesa, la notte prima.
L’ex moglie di un nobile ghigliottinato, dedita al lusso e ai
piaceri, aveva così coronato i suoi sogni di gloria nel
migliore dei modi, salendo al trono con il titolo di
imperatrice dei francesi.
Troppo
forte era l’amore che Napoleone provava per abbandonarla,
nonostante gli innumerevoli tradimenti subiti.
Nel maggio del 1805, nel duomo di Milano, la stesso magnifico
rituale trovò il suo seguito nell’incoronazione di Napoleone a
re d’Italia; anche in quell’occasione Napoleone si pose, come
sempre, da solo, sul capo, la famosa corona ferrea di
Teodolinda proclamando solennemente una frase destinata ad
entrare nella storia:
“Dio me l’ha data, nessuno me la tocca”, a testimonianza di
una sorta di mito dell’invincibilità; Napoleone,
nell’occasione, pensò anche a sistemare Eugenio di Beauharnais,
figlio di Giuseppina e dunque suo figliastro, nominato vicerè.
Conquistato il potere, Napoleone si volgeva verso l’Europa, al
fine di sopprimere, una volta per tutte, il suo mortale ed
irriducibile nemico, l’Inghilterra, separata, dal suolo
francese, dal solo canale della Manica; il regno di sua
maestà, imperterrito, non cessava, nonostante la pace di
Amiens, del marzo 1802, la sua attività in funzione
anti-francese.
Sotto la regia del governo inglese, si era infatti formata,
insieme all’ Austria e alla Russia, la III coalizione, pronta
a dare battaglia al neonato impero napoleonico.
Irritato dalle continue trame inglesi, l’imperatore dei
francesi ruppe gli indugi e decise l’invasione del regno
Unito, ma, nonostante l’imponente assemblamento di mezzi,
nell’ottobre del 1805, a Trafalgar, presso Cadice, la flotta
francese, al comando di Villeneuve, venne distrutta dalla
Royal Navy.
Trafalgar fu la battaglia che fece entrare nella storia il
grande ammiraglio inglese Horacio Nelson; questi non fu però
in grado di gustarsi il grandioso trionfo, in quanto morì, per
le ferite riportate durante lo scontro, che diresse, fino
all’ultimo, da una brandina posizionata in coperta; Villeneuve
invece, sconvolto per il disastro, non trovò di meglio che
togliersi la vita.
Se crollava così, impietosamente, l’ambizioso sogno di
invasione dell’Inghilterra, Napoleone poteva consolarsi con il
brillante andamento delle operazioni continentali, dove i suoi
eserciti sembravano inarrestabili:
dopo aver raggiunto, a tappe forzate, Magonza, sbaragliò gli
austriaci a Ulm, facendo incetta di prigionieri e puntando
direttamente a Vienna, raggiunta, trionfalmente, a metà
novembre.
Napoleone si lanciò all’inseguimento dell’imperatore Francesco
II, che, nel frattempo, si era ricongiunto con il suo alleato,
lo zar Alessandro I.
La battaglia decisiva si svolse, il 2 dicembre 1805, ad
Austerlitz un’anonima località destinata a passare alla storia
come il luogo della consacrazione del genio militare di
Napoleone; esso consentì infatti, all’esercito francese, la
grande armèe, di travolgere e annientare gli austro-russi.
L’Austria pagò a carissimo prezzo la sua ostilità a Napoleone:
con la pace di Presburgo, del dicembre 1805, perse, non solo i
territtori italiani, a vantaggio del regno d’Italia e quelli
tedeschi, a favore degli stati, filo-francesi, della Baviera,
del Baden, del Wurttemberg, per un totale di 3 milioni di
abitanti e 60.000 chilometri quadrati, ma anche la secolare
denominazione di Sacro Romano Impero; Francesco II, divenne
quindi, semplicemente, Francesco I, imperatore d’Austria.
Sempre nel dicembre 1805, la Prussia, nonostante i tentativi
inglesi di attirarla nella sua sfera di influenza, preferì
concludere, a Schoenbrunn, un’alleanza con la Francia, in
cambio della promessa di cessione dell’Hannover.
Nel luglio del 1806, Napoleone costituì la Confederazione del
Reno, formata da stati germanici filo-francesi, mentre i
fratelli Giuseppe e Luigi, salirono, rispettivamente, sui
troni di Napoli e d’Olanda; in Italia, la repubblica Cisalpina
venne tramutata nel regno d’Italia, di cui Napoleone, come già
precedentemente indicato, assunse la corona, mentre la stessa
repubblica Ligure, venne annessa all’impero francese.
Ma non era ancora tempo di pace nell’Europa sempre più
assogettata al potere francese:
il doppio gioco condotto da Napoleone in relazione alla
questione dell’Hannover e la costituzione della Confederazione
del Reno, irritarono fortemente la Prussia, la quale decise di
aderire, in violazione dei patti di Schoenbrunn, alla IV
coalizione, assieme ad Inghilterra, Russia e Svezia; ma
nell’ottobre del 1814, a Jena, l’esercito prussiano venne
letteralmente annientato dalla grande armèe napoleonica, che
si aprì, pertanto, le porte per Berlino, raggiunta il 27
ottobre; un altro contingente prussiano, al comando del duca
di Brunswick non trovò sorte migliore ad Auerstadt.
La Prussia era stata, pertanto, spazzata via,
dall’irresistibile esercito francese:
il regno di Federico Guglielmo III, che nel frattempo aveva
lasciato Berlino, per raggiungere lo zar, aveva infatti perso,
non solo quasi 60.000 uomini, ma anche l’erede al trono Luigi,
caduto in battaglia.
Napoleone non si accontentò però dell’annientamento
dell’esercito prussiano, desiderando chiudere, nel più breve
tempo possibile, i giochi anche con i russi, nonostante le
avverse condizioni climatiche di una campagna militare
condotta in pieno inverno.
Da Berlino si spostò in Polonia, che nel frattempo si era
sollevata contro l’invisa Prussia, accogliendo Napoleone come
un liberatore.
Raggiunti i russi, i francesi diedero loro battaglia, l’8
febbraio 1807, ad Eylau; fu un combattimento durissimo,
affrontato tra il fango ed il gelo, vinto dai francesi, grazie
ad una provvidenziale carica dei cavalieri di Murat, al prezzo
di una spaventosa carneficina, su entrambi i fronti:
rimasero infatti sul campo 25.000 russi e 18.000 francesi e la
visione di quel deserto bianco, costellato di cadaveri, turbò
terribilmente la sensibilità dell’imperatore.
Nonostante il bagno di sangue di Eylau, i due eserciti si
affrontarono nuovamente, nel giugno 1807, a Friedland, dove
Napoleone, alla testa della sua grande armata, riportò
l’ennesimo trionfo, sconfiggendo duramente i russi.
L’avventura polacca, per Bonaparte, non fu soltanto costellata
da lotte sanguinose, ma anche da un incontro fatale, di
carattere personale, sviluppatosi nei mondani salotti di
Varsavia:
nel corso di un ballo, Napoleone fece la conoscenza di una
giovane nobile polacca, Maria Walewska; tra la bellissima
contessa e l’imperatore dei francesi, scoppiò una passione
travolgente, culminata con la nascita di un figlio.
Intanto, nel luglio 1807, a Tilsit, su una zattera posta sul
fiume Niemen, Napoleone concluse la pace con lo zar Alessandro
I; questi si impegnò ad un’ alleanza con i francesi che
sarebbe divenuta, qualche tempo dopo, con la sua sconfessione,
da parte dello zar di tutte le Russie, la cellula originaria
della caduta del grande Napoleone e della sua grande armèe.
Con gli accordi di Tilsit, la Prussia venne privata di metà
del suo territtorio, a vantaggio della nascita del Granducato
di Varsavia e del regno di Westfalia, affidato a Gerolamo
Bonaparte mentre la Russia, dopo aver ottenuto il consenso
all’annessione della Finlandia e l’appoggio nella lotta contro
i Turchi, nel quadro dell’intesa raggiunta, aderì al blocco
continentale contro l’Inghilterra, proclamato, da Napoleone,
già dall’inverno 1806.
Con
quel provvedimento Napoleone intendeva stringere il cerchio
intorno al letale nemico inglese, soffocandolo nei suoi
interessi commerciali, attraverso la paralisi della sua
potentissima flotta.
Ma il blocco continentale provocò gravi malumori tra gli stati
alleati e neutrali, sempre più in difficoltà per la
persistente impossibilità a procurarsi materie prime;
Napoleone fu però inflessibile, colpendo con durezza i
renitenti al boicottaggio anti-inglese.
Tra di essi vi era papa Pio VII e neppure di fronte al
pontefice l’imperatore francese mostrò alcuna remora:
dopo aver annesso al regno d’Italia importanti centri, come
Urbino, Macerata ed Ancona, diede ordine alle truppe di
occupare Roma; era il febbraio 1808 e Pio VII venne fatto
prigioniero e deportato, prima nel carcere di Savona e poi
nell’esilio di Fontainebleau.
Nel maggio 1809, anche Roma e lo Stato Pontificio caddero,
fatalmente, sotto l’egida dell’imperatore dei francesi, che
pagò però, con la scomunica, l’umiliazione inflitta al
pontefice.
Napoleone, nonostante le innumerevoli conquiste, non era
ancora pago:
l’impero francese procedette infatti all’annessione della
Toscana, del Portogallo ed anche della Spagna, ponendo fine,
per quest’ultima, al conflitto dinastico tra l’inetto Carlo IV
e suo figlio Ferdinando; il trono spagnolo venne affidato al
fratello Giuseppe, sostituito a Napoli da Murat, divenuto, nel
frattempo, suo cognato, per le nozze con la sorella Carolina.
La sua potenza era ormai al culmine, con l’Europa piegata,
ridotta in ginocchio dalla grande armèe francese, divenuta una
forza militare preponderante, alla quale sembrava impossibile
resistere.
Nell’organizzazione dell’esercito napoleonico emergeva poi il
mito della guardia imperiale, un autentico corpo scelto, che
si distingueva, a sua volta, in giovane guardia, media guardia
e soprattutto vecchia guardia; quest’ultima era composta dai
veterani della prima ora, dai soldati che avevano accompagnato
Bonaparte fin dalle sue prime campagne militari.
Napoleone aveva dunque forgiato un esercito invincibile,
perfettamente addestrato, in grado di imperversare per tutta
l’Europa e di sconfiggere qualsiasi nemico, fino alla fatale
campagna di Russia.
Ma la conquista della Spagna, con un nuovo Bonaparte sul
trono, si rivelò una trappola letale e non preventivata negli
ambiziosi piani dell’imperatore:
fomentati dall’Inghilterra, gli spagnoli organizzarono una
vigorosa resistenza, in funzione anti-francese; la polveriera
spagnola dissanguò la Francia, coinvolta in una guerriglia
estenuante e cruenta, che impegnò duramente l’esercito, al
prezzo di un pesante contributo, in termini di vite umane.
A Bailen, un’intera armata venne intercettata ed annientata;
ben 18.000 uomini caddero nelle mani dei guerriglieri e di
essi non si sarebbe saputo più nulla; nella famigerata
giornata del “dos de mayo” del 1808, a Madrid, vi fu una
violentissima insurrezione della popolazione contro la
guarnigione francese; essa venne, sia pure a fatica,
soffocata, nel sangue, dalle truppe d’occupazione.
La situazione, in terra iberica, stava sempre più degenerando:
un corpo di spedizione inglese era infatti sbarcato in
Portogallo, al comando del duca di Wellinngton e la sempre più
dilagante ribellione indusse il debole Giuseppe Bonaparte,
posto sul trono dal fratello, a fuggire da Madrid.
Napoleone fu quindi costretto ad intervenire personalmente,
con la grande armèe, per cercare di arginare i rovesci
francesi, ma, così facendo, scoprì, giocoforza, il fianco ai
suoi irriducibili nemici; essi, con interi reparti
dell’esercito napoleonico impantanati nella penisola iberica e
sottoposti ad un’estenuante azione di logoramento, erano
pronti ad approfittare della situazione e a concertare una
nuova azione militare.
Cosciente di ciò, Napoleone cercò di cautelarsi e a tal fine
decise di rinverdire i rapporti di cortesia con lo zar di
tutte le Russie Alessandro I, incontrato, nel settembre 1808,
ad Erfurt; furono invece colloqui infruttuosi, durante i quali
Napoleone non riuscì a garantirsi alcuna assicurazione
politica, da parte di uno zar fortemente freddo e distaccato,
verso il suo illustre interlocutore.
Al clima di tensione, sviluppatosi a Erfurt, contribuirono non
poco gli intrighi di Talleyrand, il quale fece intendere ad
Alessandro come la Russia, nonostante le rassicurazioni,
sarebbe stata, prima o poi, fagocitata dall’ambizione di
Napoleone.
Bonaparte, pur non nascondendo la sua irritazione, nei
confronti di Alessandro, ritenne di non correre alcun rischio
sul fronte orientale e di poter quindi partire alla volta
della Spagna, puntanto dritto su Madrid, in mano agli insorti.
Napoleone espugnò la capitale, ma dovette immediatamente far
ritorno in Francia, per le notizie annuncianti la discesa in
campo della quinta coalizione, formata da Austria ed
Inghilterra.
Radunato, in fretta e furia, un esercito improvvisato, marciò
contro gli austriaci, liberando la Baviera ed occupando, il 13
maggio, Vienna.
Dopo alcuni infruttuosi sforzi di attraversamento del Danubio,
culminati con la battuta d’arresto di Essling, Napoleone
riuscì nell’impresa, raggiungendo l’esercito austriaco e
distruggendolo a Wagram; era il luglio 1809 e l’Austria,
nuovamente umiliata, fu costretta alla pace di Schonbrunn che
costò agli asburgo nuove, pesantissime mutilazioni
territoriali e astronomiche indennità di guerra; in
particolare, con la cessione delle provincie illiriche,
l’impero di Francesco I venne brutalmente privato di ogni
sbocco sul mare.
Ancora una volta Napoleone aveva trionfato, ancora una volta
l’Austria aveva dovuto piegare la testa di fronte alla potenza
degli eserciti francesi.
Ma, per l’imperatore francese, dopo i nuovi trionfi militari,
si apriva un altro impellente problema, quello di carattere
ereditario:
nonostante gli anni di matrimonio, Giuseppina non era infatti
riuscita a garantirgli un erede; urgeva quindi un drastico
provvedimento e quel provvedimento si tradusse nel pur
sofferto divorzio da Giuseppina, nonostante il profondo
affetto che Napoleone nutriva per lei.
Si trattava ora di scegliere una moglie che garantisse,
all’impero francese, la successione al trono; in un primo
tempo si pensò a Caterina, sorella dello zar, ma questi, già
idealmente in contrasto con Napoleone, tergiversò, adducendo
la scusa della giovane età.
Alla fine la scelta fu clamorosa e cadde, con l’abile regia
del cancelliere autriaco Clemente von Metternich,
sull’arciduchessa d’Austria Maria Luisa, figlia proprio di
quel Francesco I, che per anni aveva combattuto ostinatamente
la Francia ed il suo imperatore e da cui era stato
ripetutamente umiliato.
Il 2 aprile 1810 vennero celebrate le nozze, mentre, nel marzo
1811, nacque il tanto sospirato erede al trono; la successione
era dunque garantita, ma mai sforzo sarebbe risultato più
vano, in quanto il l’impero francese era sul punto di essere
fatto a pezzi e travolto, insieme al suo illustre fondatore;
il figlio di Napoleone, insignito con il titolo di re di Roma,
sarebbe morto di tisi, in Austria, a soli 21 anni.
Alle nozze di Napoleone con la giovanissima Maria Luisa, fece
seguito un periodo di calma relativa, con l’impero francese
ormai padrone dell’Europa e con l’Inghilterra sempre più
stretta nella morsa del blocco continentale.
Ma gli eventi stavano precipitando verso la fine:
nel dicembre 1810, lo zar Alessandro I ruppe il boicottaggio
anti-inglese e, di fatto, l’alleanza con Napoleone, già
gravemente compromessa durante i colloqui di Erfurt;
Alessandro si preparava dunque ad entrare nella VI coalizione,
assieme ad Inghilterra e Svezia, dell’ex maresciallo
napoleonico Bernadotte.
Per Napoleone l’atteggiamento dello zar era un affronto che
non poteva essere lasciato impunito; si apprestò quindi a
prendere la decisione che avrebbe cambiato il corso
dell’Europa e della storia:
quella dell’invasione della Russia.
Nonostante i tentativi dei consiglieri di dissuaderlo,
ricordando analoghi, catastrofici tentativi del passato,
l’imperatore non volle sentire ragioni, allestendo un esercito
smisurato, forte di circa 600.000 uomini, di cui solo un terzo
francesi.
Mai la grande armèe aveva avuto una così grande preponderanza,
per una campagna che Napoleone pensava rapida e trionfante,
senza alcun apparente ostacolo; l’imperatore francese era
certo di punire duramente la slealtà di Alessandro, dopo aver
travolto i suoi eserciti ed invaso il suo paese.
Era il giugno del 1812, quando la grande armèe superò il fiume
Niemen; il passaggio del corso d’acqua fu però funestato da un
tetro segnale premonitore:
si racconta infatti che il cavallo di Napoleone si imbizzarrì,
disarcionando l’imperatore.
Le imponenti truppe napoleoniche, sotto il cocente sole
estivo, penetrarono in territtorio nemico, senza incontrare
alcuna resistenza, avanzando nelle sconfinate pianure russe,
in un silenzio irreale e spettrale.
I russi avevano scelto la tattica della ritirata strategica,
facendo terra bruciata alle loro spalle; impegnarono in tal
modo i francesi in una sfibrante azione di inseguimento.
Le truppe napoleoniche, sempre più logorate, continuavano
nella loro inesorabile marcia, contornata dalla solitudine più
assoluta, ma intanto, senza alcun scontro di rilievo con i
russi, quasi senza accorgersi di nulla, diminuivano i viveri e
si susseguivano, impressionanti, le perdite, non solo di
cavalli, ma anche di uomini, per diserzioni e malattie.
Napoleone stava dunque, a poco a poco, cadendo nella trappola
tesagli dal generale Kutuzov, impegnato ad attirare i nemici
nel cuore del territtorio russo; i francesi, avanzando a tappe
forzate, cominciarono a trovarsi di fronte a problemi di
carattere logistico, a causa della distanza sempre più elevata
dalle loro basi di scalo.
Nonostante tutto, nonostante le difficoltà incontrate, la
grande armèe, dopo l’occupazione di Vilna e la vittoria di
Smolensk, mentre il sole estivo lasciava il posto alle prime
pioggie settembrine, era comunque ormai alle porte di Mosca.
A Borodino, sulla Moscova, avvenne lo scontro decisivo tra i
due opposti schieramenti:
Napoleone ebbe la meglio sui russi, aprendosi la via per
Mosca, ma la grande armèe, al pari dei nemici, aveva riportato
uno spaventoso numero di caduti.
Nonostante ciò, il 14 settembre, l’imperatore dei francesi
poteva fare il suo trionfale ingresso in città, che ammirò,
compiaciuto ed estasiato, dall’alto della collina dei passeri;
essa, praticamente abbandonata dai suoi abitanti, presentava
un aspetto spettrale e lungo le vie risuonavano soltanto i
rumori, i suoni dei soldati francesi.
Napoleone era ormai certo dell’imminente capitolazione dello
zar, ma l’offerta di pace tardava ad arrivare, fino a quando,
all’improvviso, nella Mosca occupata e macabramente
silenziosa, scoppiarono violenti incendi, che ebbero l’effetto
di incenerire la città, formata, per la maggior parte, da case
di legno, secondo una strategia ben delineata, quella della
“terra bruciata”; essa non risparmiò, pertanto, neppure la
futura capitale, per rendere ancora più letale l’azione di un
nuovo prezioso alleato, improvvisamente comparso sulle
scenario di guerra:
era infatti prepotentemente entrato in gioco l’implacabile
“generale inverno”, il terrificante inverno russo, che
cominciò a falcidiare i francesi, spossati dall’impossibilità
di procurarsi rifornimenti, proprio per le distruzioni
minuziosamente pianificate dallo stato maggiore zarista.
Il 19 ottobre, in condizioni climatiche proibitive, con
l’esercito in ginocchio, piegato dagli stenti, Napoleone,
impotente, diede l’ordine della ritirata; essa si tradusse
nell’inizio della fine per ciò che rimaneva di quella
spaventosa armata che, solo pochi mesi prima, aveva
attraversato, con assoluta fierezza, il fiume Niemen, certa di
infliggere una dolorosa sconfitta alla Russia imperiale.
La ritirata fu un’autentica ecatombe per i francesi,
sterminati dal gelo, dalla fame e del fuoco dei russi; passò
tristemente alla storia il massacro avvenuto durante il
tentativo di attraversata del fiume Beresina, del novembre
1812.
I resti di un’armata ormai ridotta ad una massa di sbandati,
vennero infatti letteralmente fatti a pezzi dall’artiglieria
nemica, che colpì, inesorabilmente, i fragili ponti gettati
sul fiume.
Il
conte Rochechouart, che faceva parte dell'esercito russo e che
si trovava sul punto dove i francesi avevano attraversato la
Beresina, racconta che si vedevano montagne di cadaveri di
tutte le armi e di diverse nazioni; essi giacevano gelati,
schiacciati dai fuggiaschi e finiti dalla mitraglia russa, in
una sorta di inferno dantesco.
Quando i francesi attraversarono, a ritroso, il fiume Niemen,
di quei 600.000 uomini, che componevano il contingente,
rimanevano circa 100.000 superstiti; il ghiaccio russo aveva
annientato, nel giro di pochi mesi, circa mezzo milione di
uomini.
Napoleone riuscì a salvarsi dalla morsa del gelo, affrontando
la ritirata all’interno di una slitta chiusa, ma il suo mito
era ormai al capolinea; la grande armèe napoleonica, che
aveva, per anni, imperversato in Europa, umiliando le grandi
potenze dell’epoca, di fatto non esisteva più.
Rientrato in Polonia affidò il comando delle truppe superstiti
a Murat e si precipitò a Parigi, per sventare un complotto
ordito dal generale Malet; galvanizzati dal disastro russo,
che sconvolse, viceversa, la popolazione francese, le grandi
potenze europee, fino a quel momento mestamente sottomesse e
rassegnate, rialzarono la testa, pronte ad infliggere il colpo
mortale all’odiato nemico.
Il mito dell’invincibilità di Napoleone venne clamorosamente a
cadere e l’imperatore si trovò di fronte all’ impellente
problema di riarmare un esercito in grado di arginare la nuova
coalizione che si stava rapidamente organizzando.
Ricorrendo ad un reclutamento forzato, riuscì miracolosamente
a ricostituire un’armata di 300.000 uomini, ribatezzati, in
onore dell’imperatrice, i “Maria Luisa”; ma si trattava di
truppe giovani, inesperte, mal addestrate e organizzate.
L’armata dei “Maria Luisa”, che rappresentava, in definitiva,
solo il pallido ricordo della grande armèe napoleonica,
avrebbe dovuto affrontare gli eserciti della VI coalizione,
formata da Prussia, Russia, Inghilterra.
Nonostante l’inesperienza delle sue truppe, l’imperatore
francese riportò clamorosi successi, sui russo-prussiani, a
Lutzen e a Bautzen.
A quel punto, con la mediazione dell’abile Metternich, venne
raggiunto, nel giugno 1813, a Pleswitz, un armistizio,
accettato da Napoleone, che, conscio dell’impreparazione delle
sue truppe, contava sull’estate per rinforzarsi.
Ma l’imperatore francese non aveva fatto i conti con il
tradimento dell’Austria, che, insieme alla Svezia, nonostante
le nozze di Napoleone con l’arciduchessa Maria Luisa, figlia
di Francesco I, era entrata a far parte della coalizione
anti-francese.
L’imperatore asburgico, in cambio della neutralità, presentò
richieste territoriali clamorose, sdegnosamente respinte da
Napoleone, furioso per il voltafaccia del padre di sua moglie;
per lui, dopo anni di trionfi strepitosi, era giunta l’
inesorabile ora della resa dei conti:
dopo l’ultimo successo, riportato, sugli austriaci a Dresda,
tra il 16 ed il 19 ottobre, a Lipsia, venne definitivamente
sconfitto nella cosiddetta“ battaglia delle nazioni”, l’inizio
della fine come disse l’intrigante Talleyrand.
L’impero francese stava infatti cadendo a pezzi:
mentre la Baviera, la Sassonia, il Wuurttemberg, passavano al
nemico, crollava la Confederazione del Reno ed insorgeva
l’Olanda; le cose non andavano meglio nella penisola iberica,
dove la guerra di liberazione, che da anni stava logorando e
dissanguando le truppe francesi, si era risolta con la
cacciata dell’odiato invasore.
Napoleone ricevette duri colpi anche sul piano personale, con
la fuga di Giuseppe da Madrid e con il tradimento del cognato
Murat, impegnato a difendere, a tutti i costi, il suo trono di
Napoli.
Cancellate inesorabilmente tutte le conquiste napoleoniche,
gli alleati si prepararono a portare la guerra entro i confini
della Francia, attravarsando il Reno e puntando dritto su
Parigi.
Nonostante la drammatica situazione, Napoleone rifiutò la
proposta di pace alleata, che richiedeva la rinuncia a tutte
le conquiste e il ritiro entro i confini naturali della
Francia.
Le trattative si arenarono definitivamente, nel febbraio 1814,
per la richiesta inglese di ritiro entro i confini del 1792;
con il trattato di Chaumont, del marzo 1814, la coalizione
anti-francese, si impegnò inoltre, in un’alleanza ventennale,
a non concludere accordi separati con la Francia e a mantenere
una truppa d’invasione di oltre 100.000 armati, fino alla
definitiva sconfitta di Bonaparte.
Napoleone era ormai alle corde, ma, con un esercito ai minimi
termini, riuscì comunque a riportare clamorosi successi
militari a Saint-Dizier, Brienne, Champaubert, Montmirail,
Chateau-Thierry, Vauchamps, Montereau; durante gli ultimi
scontri l’imperatore, portatosi in prima linea, come ai tempi
della campagna d’Italia, rischiò addirittura di morire, per
una cannonata che uccise il suo storico cavallo, quasi a voler
simboleggiare la fine del mito.
Furono infatti successi effimeri, validi solo a testimoniare,
ancora una volta, lo straordinario genio militare di
Napoleone; essi però non valsero ad arginare l’invasione degli
alleati:
il 1 aprile 1814, lo zar Alessandro I faceva il suo ingresso
in una Parigi rassegnata; solo 2 giorni dopo, il 3 aprile, il
senato dichiarò decaduto il proprio imperatore.
Era, di fatto, la fine:
ritiratosi a Fontainebleau, Napoleone firmò, l’11 aprile la
propria abdicazione, mentre gli alleati gli riconobbero la
sovranità dell’isola d’Elba.
Il 25 gennaio 1814 incontrò, per l’ultima volta, la moglie
Maria Luisa ed il figlio, non sapendo che non li avrebbe
rivisti mai più, a differenza di Maria Walewska, che l’avrebbe
raggiunto all’Elba, assieme al loro figlio segreto.
Dopo essersi accomiatato dai suoi fedelissimi, l’ ormai ex
imperatore dei francesi, il 4 maggio 1814, giunse all’Elba,
prendendo dimora a Portoferraio seguito da 400 granatieri e
1200 cavalieri polacchi; Napoleone si dedicò anima e corpo
all’amministrazione dell’isola, adottando, per quel suo
piccolo regno, anche una bandiera:
banda trasversale d’argento su sfondo rosso, con tre api
dorate.
Sembrava ormai destinato ad una vita tranquilla e rilassata,
in compagnia della madre, della sorella Paolina, del
comandante Cambronne e della sua piccola corte; in realtà
stava concertando un’azione clamorosa, per tornare alla gloria
che gli competeva.
Napoleone era stato infatti signore dell’Europa e non si
rassegnava all’idea di finire i suoi giorni, confinato su
quella piccola isola, tanto più che, non solo venne a mancare
il sussidio economico promesso, ma cominciarono a circolare
anche voci circa un suo trasferimento in una lontana isola
dell’Atlantico, tale Sant’Elena; l’ex imperatore fece dunque
per la prima volta conoscenza di quel nome, non sapendo che
Sant’Elena sarebbe divenuta di lì a poco, il suo ultimo,
triste domicilio.
D’altronde le notizie provenienti dalla Francia, non facevano
altro che fomentare i suoi propositi di rivincita:
i borboni, nella persona di re Luigi XVIII, erano invisi alla
popolazione, che cominciava a rimpiangere il suo imperatore; i
francesi avevano dunque dimenticato il livore, la rabbia, gli
insulti mostratigli, quando, a bordo di una carrozza, si
apprestava, dopo l’abdicazione, a lasciare la Francia per
l’esilio.
Il 1 marzo 1815, rompendo gli indugi, imbarcò il suo piccolo
esercito sul brigantino Inconstant e, eludendo la sorveglianza
inglese, raggiunse la Francia, nel golfo di Juan.
La sua fu una marcia trionfale:
il suo misero esercito si ingrossava di città in città,
inglobando le truppe, inviate da Luigi XVIII a combatterlo.
Si racconta che Napoleone, trovatosi di fronte ad un
battaglione regio, incaricato di intercettarlo, portatosi in
prima linea, di fronte ad esso, si espose al fuoco dei fucili,
chiedendo se c’era qualcuno disposto ad uccidere il suo
imperatore e di come i soldati gli corsero incontro commossi,
nel tripudio generale; lo stesso maresciallo Ney, fedele
compagno di tante battaglie, passato al servizio del re,
invece di attaccare l’”usurpatore”, come lo aveva definito e
di riportarlo in gabbia, come aveva drasticamente promesso,
gli offrì, viceversa, la sua spada.
Napoleone riconquistò dunque il potere senza colpo ferire,
mentre il re fu costretto ad una fuga precipitosa; l’antico
ordine era dunque ristabilito e, nella marcia verso Parigi,
raggiunta il 20 marzo, sciolse la camere monarchiche,
promulgando decreti di un’impero ormai restaurato.
Da quel momento cominciarono i famosi “100 giorni” di
Napoleone, culminati con la sua definitiva sconfitta e con il
suo esilio in una sperduta isola dell’Atlantico.
Le grandi potenze, radunate a Vienna, si ripromisero di
affossarlo una volta per tutte, armandosi immediatamente
contro la Francia.
La priorità di Napoleone, che nel frattempo si era insediato
all’Eliseo, fu quella di ricostituire, in fretta e furia, una
nuova armata, con la quale affrontare gli eserciti della nuova
coalizione, già mobilitati contro di lui.
Lo scontro decisivo avvenne in una località del Belgio,
destinata a divenire, per gli esiti che ne scaturirono,
sinonimo di disfatta e tracollo:
Waterloo.
L’armata francese, in una battaglia sanguinosissima, dagli
esiti incerti per lunghi tratti, venne inesorabilmente
sconfitta dagli inglesi di Wellington e dai provvidenziali
prussiani di Blucher, che fecero la loro irruzione, proprio
quando Napoleone sembrava sul punto di trionfare; nell’estremo
tentativo di rovesciare le sorti della contesa, l’imperatore
giocò anche l’ultima carta, mobilitando la guardia, ma fu
tutto inutile.
Nella battaglia di Waterloo, si consumò anche il nobile gesto
della vecchia guardia, la quale, disposta in quadrato,
accerchiata dai nemici, rifiutò di cedere le armi; nel
contempo, nella tragedia generale, vi fu anche un episodio
curioso che ebbe a protagonista il fedelissimo Cambronne:
alla richiesta anglo-prussiana, rivolta alla vecchia guardia,
di gettare le armi, si racconda che l’irriducibile Cambronne
rispose con un pittoresco “merde”.
Per Napoleone questa volta era veramente finita, anche per la
ferma intenzione dei suoi vincitori, di non ripetere l’errore
commesso e di ridurlo, definitivamente, all’impotenza; proprio
per questo motivo, gli fu impedito di recarsi, come
desiderava, negli Stati Uniti come semplice cittadino privato.
Troppo forte era stata infatti l’umiliazione subita all’Elba,
per poter sottovalutare ancora un uomo dalle mille risorse,
capace di qualsiasi impresa.
Nei disegni alleati, era già pronto per lui un rigido esilio,
proprio in quella Sant’Elena, di cui aveva sentito fugacemente
parlare, come possibile luogo di trasferimento, durante la
permanenza all’isola d’Elba; Sant’Elena era in effetti un’
isola lontana, sperduta nell’Atlantico, un posto dal quale, in
definitiva, sarebbe stato impossibile qualsiasi tentativo di
evasione.
Il 7 agosto 1815, il vascello Northumberland, accompagnò
Napoleone verso il luogo prescelto, la lugubre ed anonima
isola di Sant’Elena.
Sant’Elena fu per Napoleone una vera e propria prigione, resa
ancora più difficile dallo stretta sorveglianza impostagli
dall’inflessibile governatore inglese Hudson Lowe.
In quel luogo dimenticato, accompagnato da pochi fedelissimi,
era praticamente un uomo distrutto, che trascorreva le
giornate nella desolazione generale, nella nostalgia per gli
adorati anni giovanili in Corsica e per quelli in cui, alla
testa della invincibile grande armèe, si poneva come il
signore di un Europa ridotta drasticamente ai suoi voleri.
Tra l’indifferenza generale, al termine di un sempre più
drastico decadimento psico-fisico, il grande Napoleone
Bonaparte spirò, mestamente, in quel piccolo scoglio, nella
fatidica data del 5 maggio 1821.
La storia ufficiale parla di malattia, ma la morte di
Napoleone ancora oggi è avvolta nel più ampio mistero, per il
sospetto di avvelenamento da arsenico.
Napoleone, sentendo vicina la fine, chiese di essere
seppellito sulle sponde della Senna; la sua salma, inumata,
inizialmente a sant’Elena, venne restituita, nel 1840, alla
Francia, che procedette ad accogliere i resti del suo figlio
più illustre a Parigi, presso il palazzo degli invalidi. |