Gengis Khan


Alla guida dei suoi invincibili cavalieri, conquistò il più grande impero che la storia ricordi, travolgendo tutti e tutto, tramutando un gruppo di sperdute tribù nomadi della steppa, nelle signore incontrastate dell’intera Asia, fino ad arrivare, attraverso i suoi successori, alle rive dell’Adriatico, nel cuore di un’Europa che forse mai si rese veramente e fino in fondo conto del grave pericolo cui andò incontro, del miracolo che la preservò dalla furia delle terrificanti orde mongole.
Il suo nome è Temugin, ma il destino lo fece conoscere come Gengis Khan, ossia “sovrano oceanico”; nessuno fu conquistatore come lui, neppure gli altri grandi della storia, come Napoleone o Giulio Cesare.
Anche Alessandro Magno, pur nella sua grandezza, non fu in grado di forgiare un impero pari, per estensione, a quello del Khan dei mongoli; ed esso, proprio come quello di Alessandro, non riuscì, di fatto, a sopravvivere alla morte del suo grande fondatore, scomparendo, a poco a poco, con la stessa rapidità con la quale era venuto a costituirsi, come un gigante con i piedi di argilla.
Il futuro Khan nacque, presumibilmente, anche se la data non è certa, nel 1162, quando i mongoli erano soltanto un’accozzaglia di tribù divise in clan, spesso in lotta tra di loro, nomadi per tradizione e dedite ai pascoli e alla pastorizia; i mongoli erano cavalieri abilissimi, cecchini infallibili con l’arco, maestri a colpire il bersaglio galoppando.
Si vestivano con pelli di animale e si nutrivano di carne e latticini, bevendo il “kumys”, il liquore ottenuto con latte di cavalla fermentato.
Pochi come loro erano temprati alle fatiche, agli stenti, a marce ininterrotte di giorni e giorni a cavallo, custodendo la carne sotto la sella.
Giovanni Pian del Carmine, inviato papale, descrivendo i loro luoghi, riferì che "Non esistono borghi o città, ma ovunque terreni sterili e sabbiosi, il luogo è spoglio d'alberi e adatto per il pascolo degli armenti, l'Imperatore stesso, i principi e tutti si scaldano e cuociono il cibo, facendo fuoco con sterco, il clima è tutt'altro che temperato".
Fu in questo contesto che vide la luce Gengis Khan con il nome di Temugin, lo stesso di un capo dei tartari appena ucciso dal padre Yessugai, leader del clan mongolo Bircighin; era infatti tradizione che i figli fossero denominati nel ricordo di una gloriosa impresa compiuta dal padre.
Temugin fu cresciuto secondo i costumi mongoli e dunque abituato fin da bambino, su precisa volontà di Yessugai, ad ogni sorta di sofferenza, al freddo, alla fame, alla lotta per la sopravvivenza; e tra i coetanei, Temugin si distingueva per la sua straordinaria tempra e per il suo carisma.
All’età di 9 anni, secondo i costumi, il futuro signore dell’Asia e suo padre, affrontarono un viaggio lunghissimo ed irto di difficoltà per trovare a Temugin la futura sposa.
Durante l’attraversata del deserto, si narra come Yessugai mostrò al figlio, divorato dalla sete, il segreto dei mongoli per vincere la morte:
dopo aver inciso con un coltello il cavallo, iniziò a succhiare il sangue dalla ferita aperta dell’animale.
Giunto presso il clan di una tribù di chunghirati, conobbe la sua futura ed amatissima sposa, Birte, ossia la figlia del capo Dai Ssetscen.
Temugin rimase, come da costume, presso il clan della moglie, affinchè prestasse la propria opera gratuita per alcuni anni, mentre Yessugai, compiuta la missione, ripartì per le proprie terre; durante la permanenza presso il suocero, il futuro gran Khan fece per la prima volta conoscenza con gli splendori dell’impero cinese e, precisamente, con i commercianti provenienti da quei luoghi favolosi, accompagnati dal loro prezioso carico di merce pregiata e da tesori d’ogni genere.
Temugin sentiva raccontare cose meravigliose sulla Cina, delle sue ricchezze, delle sue sfavillanti città, circondate da alte mura e si stupiva del fatto che una così grande potenza non conquistasse con la forza ciò che invece otteneva con il commercio.
Stava già maturando in lui un’indole guerresca, una coriacea volontà di sopraffare i propri nemici, a vantaggio della gloria della sua gente; quella stessa mentalità che faceva difetto ai cinesi, considerati, da Temugin, esponenti di un popolo debole e vizioso.
Dopo qualche anno di permanenza presso i chunghirati, giunse, presso gli stessi, Munlik, un parente di Temugin, chiedendo a Dai Scetscen, di poterlo riportare a casa, presso il padre Yessugai, che aveva nostalgia di lui.
Dai Scetscen acconsentì e così Temugin potè tornare nella sua terra d’origine, giusto in tempo per assistere alla morte del padre Yessugai, avvelenato dai tartari.
Cominciò, per il futuro sovrano assoluto, un periodo lastricato da indicibili sofferenze e patimenti:
gli alleati del padre si rifiutavano infatti di prendere sul serio quello che era ancora un semplice bambino ed in particolare Targutai capo dei taigiuti.
Depredato praticamente dei propri averi, screditato, abbandonato da tutti, anche da parenti come Munlik, Temugin fu costretto alla fuga, per non cadere vittima dei suoi stessi nemici.
Circondato soltanto dal suo nucleo famigliare, dalla madre, dai fratelli, da un numero esiguo di servitori, ossia tutto ciò che rimaneva dello sterminato seguito di Yessugai, conobbe gli stenti della fame, arrivando al punto di uccidere un fratellastro, che gli contendeva un pesce; fu un periodo terribile, che forgiò ancora maggiormente il suo carattere deciso ed autoritario.
Braccato dagli ex alleati, Temugin cadde prigioniero di Targutai, da cui fu umiliato, brutalizzato e torturato.
Targutai ordinò che venisse applicato al prigioniero il “kang”, il giogo di legno posto sulle spalle, cui vengono legati i polsi; ma il futuro Khan riuscì a fuggire e, rifugiatosi tra le montagne, precisamente presso il mitico monte di Burkan Kaldun, ritrovò il suo nucleo famigliare, cominciando ad organizzare i suoi fedelissimi, vivendo di scorribande ed incursioni.
Dopo essersi unito in matrimonio con l’amata Birte ed aver così ingrossato le sue fila, tornò ai piedi del monte Burkan-Kaldun, ove il suo clan, una notte, venne improvvisamente attaccato dai merkiti, rozzi barbari del nord ai quali Yessugai, anni prima, aveva rapito la madre di Temugin, Elen-Eke; e i merkiti si vendicarono dello smacco subito rapendo, a loro volta, la moglie di Temugin, Birte.
Ansioso di rivincita, Temugin ebbe la brillante idea di donare la preziosa pelliccia di zibellino, ricevuta dalle nozze, a Toghrul, potente signore dei keraiti, ottenendo l’amicizia dello stesso, già antico alleato del padre; essa sarebbe risultata fondamentale nella lotta contro i merkiti:
grazie ai keraiti, al sostegno dei sempre più numerosi alleati, al coraggio impavido dei suoi devastanti cavalieri, il prossimo signore dell’Asia, riuscì a sconfiggere i nemici e a ritrovare l’amatissima moglie, che teneva tra le sue braccia un neonato, denominato Giuci, l’ospite; Temugin, felice per il ricongiungimento con Birte, rinunciò a mettere le mani sul pur cospicuo bottino, affermando di aver trovato ciò che cercava.
Da abilissimo stratega qual’era, continuò a tessere alleanze su alleanze, attorniandosi di andah, i cosiddetti fratelli di sangue, vincolati da fedeltà assoluta; fu proprio grazie ad essi che Temugin ebbe la possibilità di aumentare le fila dei propri seguaci.
La sua scalata al potere fu inarrestabile, grazie ad un letale binomio, quello tra sagacia militare e saggezza politica; ed anche Targutai, che solo poco tempo prima infieriva su Temugin, non potè sottrarsi all’ incontenibile vendetta del futuro signore dei mongoli.
Temugin decise di affrontarlo, pur in condizioni di netta inferiorità numerica, infliggendogli una sconfitta mortale e sbaragliando i taigiuti.
Si racconta che i settanta capi catturati, furono fatti bollire vivi e che la stessa agghiacciante sorte toccò a Targutai, la cui scatola cranica venne rivestita in argento ed utilizzata come macabro calice, dal futuro gran Khan di tutti i mongoli.
Durante il feroce combattimento, Temugin era stato ferito da una freccia al collo; qualche tempo dopo comparve, dinanzi a lui, un cavaliere, il quale, gettatosi ai suoi piedi, disse, senza alcuna remora di chiamarsi Girguadai e di essere stato colui che l’aveva ferito, scoccando il colpo di freccia.
Questi aggiunse testualmente che, se l’avesse ucciso, avrebbe macchiato con il suo sangue solo una piccola zolla di terra, ma che, se l’avesse preso ai suoi servizi, avrebbe per lui arrestato l’acqua che travolge e ridotto a sabbia gli scogli.
Temugin rimase profondamente colpito da quel prode combattente, che scelse come luogotenente, ribattezzandolo Gebe, la freccia; e mai fiducia fu meglio ripagata visto che Gebe avrebbe ampiamente dimostrato, in ognuna delle innumerevoli campagne militari scatenate da Gengis, tutto il suo valore e la profonda devozione al suo amato Khan.
Qualche anno più tardi sarebbe stato proprio Gebe, in concerto con Ssubutai, a condurre un contingente di cavalieri mongoli, verso le remote regioni occidentali, attraversando il Caucaso e mettendo a ferro e fuoco la Russia meridionale.
Già nei primi scontri di un giovane Temugin, emergeva la straordinaria organizzazione militare dei suoi guerrieri, cavalieri invincibili, in grado di cavalcare per giorni interi e di colpire mortalmente il nemico con le proprie frecce.
Temugin seminava morte e terrore, senza alcuna remora o rispetto per la vita umana, ma soltanto quando non vi fosse alcun tornaconto per la sua gente; al contrario non esitò ad accogliere tra le sue schiere, i combattenti nemici che si fossero distinti per valore, ritenendoli un valido sostegno alla causa mongola.
Sconfitto brutalmente Targutai, Temugin riuscì a farsi eleggere Khan dei mongoli, ma dovettero passare diversi anni prima di poter consolidare il suo potere ed assumere il titolo di gran Khan, sotto il nome che lo consacrò nella storia, quello di Gengis.
Temugin collaborò poi, con il suo alleato Toghrul, alla campagna contro i tartari, al servizio del potente imperatore cinese Tsciangh-Tsungh; il futuro “signore oceanico” non solo si vendicò degli assassini del padre, ma ricevette anche, dal figlio del cielo, il titolo di Tsciao-Churi, di plenipotenziario.
Si era inoltre consolidata l’alleanza con Toghrul ed i keraiti, in una sorta di binomio apparentemente indissolubile, che sconfisse ripetutamente ogni coalizione nemica.
Ma l’idillio non durò a lungo e Toghrul, fomentato dal figlio Sengun, gli mosse ben presto guerra, con il suo possente esercito; Temugin ed i suoi seguaci furono sul punto della disintegrazione, senza alcun aiuto da parte dei vassalli, timorosi della vendetta del signore dei keraiti ed assolutamente insensibili a mettere a repentaglio i loro cospicui averi, ottenuti in anni ed anni di vittoriose campagne militari.
La buona sorte era però in agguato e corse ancora in aiuto di Temugin, che, grazie a nuovi alleati, grazie a dissidi tra i suoi nemici, riuscì a capovolgere la situazione e a sconfiggere Toghrul; questi, al termine di una roccambolesca fuga, trovò la morte presso i naimani, del Khan Baibuka-Taiangh.
Quest’ultimo si pose, a sua volta, in contrasto con lo scomodo vicino mongolo e venne anch’esso, inesorabilmente, spazzato via, polverizzato dai guerrieri di Gengis.
Nessuno poteva resistere alle sue orde di cavalieri e l’ascesa di Temugin divenne incontenibile, con nuove, ripetute vittorie su ogni esercito che si mettesse tra lui e la gloria; ormai signore indiscusso della steppa e dopo aver riunificato tutti i mongoli, venne il fatidico 1206, anno in cui assumette, con il nome Gengis, il titolo di gran Khan, trasformandosi nel sovrano di tutti coloro che vivevano sotto le tende di feltro.
Divenuto il “signore oceanico”, Temugin creò le basi per strutturare il neonato impero mongolo:
durante la vittoriosa campagna contro i naimani, aveva catturato un cittadino ujgure, tale Tatatungo, uomo di eccelsa cultura, nominato dal gran Khan, custode del suo sigillo ed incaricato di insegnare e diffondere l’ ujgurico, che sarebbe divenuta la lingua ufficiale dei mongoli.
Gengis Khan, pur restando morbosamente legato alla tradizione nomade del suo popolo, era ben consapevole che, per l’amministrazione dello sterminato impero, sarebbe stato necessario provvedere all’edificazione di una degna capitale.
Nel 1220 venne dunque eretta la splendida Karakorum, di cui si narrano grandi meraviglie, destinata ad essere rasa al suolo poi dai Ming nel 1371, quando, del mastodontico impero mongolo non restava ormai che il solo ricordo.
Gengis Khan volle creare un sistema fiscale e legislativo racchiuso nella “jassa”, la raccolta delle leggi dell’impero; la “jassa” venne fatta incidere da Gengis su delle tavole di ferro, in lingua ujgurica.
Il gran Khan intervenne anche nel settore giudiziario, nominando Scighi-Kutuku, allevato fin da bambino con affetto ed ora discepolo di Tatatungo, come primo magistrato.
Anche l’esercito venne definitamente strutturato ed organizzato, assumendo quei connotati che avrebbero permesso a Gengis Khan di dilagare per tutta l’Asia fino all’Europa e di conquistare un impero di proporzioni inimmaginabili.
Gli eserciti mongoli vennero divisi in sedi, formazioni di 100 uomini guidate dai capi-tribù, in hezare, formazioni di 1000, guidate dai capi e in tuman, formazioni di 10.000, guidate dai principi.
Il servizio militare era obbligatorio dai 15 ai 70 anni e nelle tribù tutti gli uomini si dovevano addestrare alla guerra tenendosi pronti, in qualsiasi momento, ad ogni eventualità; della loro efficienza, della efficienza delle sedi, rispondevano direttamente i capi tribù.
I posti di comando venivano assegnati secondo il principio della meritocrazia e qualunque guerriero poteva far carriera, così come ciascun comandante essere brutalmente degradato.
I mongoli erano, in definitiva, un autentico popolo in armi.
Diecimila uomini, i migliori, divennero invece kescikti, ossia componenti della guardia personale di Gengis Khan; tra di essi il Khan scelse i suoi 1000 pretoriani, incaricati di vegliare sulla sua sicurezza giorno e notte.
L’esercito mongolo era privo di fanteria e costituito da soli cavalieri; così lo descrive Giovanni Pian del Carmine, inviato del papa:
ogni cavaliere aveva due o tre archi, tre farete piene di frecce, una scure, e corde per trascinare le macchine da guerra, i cavalieri più ricchi hanno inoltre spade aguzze che tagliano solo da un lato.
Anche i cavalli portano l'armatura ed è divisa in cinque parti, in modo che l'animale sia protetto da tutti i lati. Le armature degli uomini sono di cuoio, il loro elmo è nella parte superiore di ferro o d'acciaio, ma la parte che protegge il collo e la gola di cuoio.
Le lance hanno la punta ad uncino, serve per tirare giù il nemico dalla sella, la lunghezza delle frecce e di circa 75 centimetri, i ferri delle frecce sono molto appuntiti e taglienti in ambo i lati, i soldati portano sempre con loro una lima per affilarle, usano anche altri tipi di frecce larghe tre dita, per tirare agli uccelli, alle bestie e agli uomini senza difesa.
Nessun nemico riusciva a tener testa alla furia dei mongoli, cavalieri senza pari, in grado di trafiggere con il loro arco, durante la carica, qualsiasi bersaglio.
Come narrato dallo stesso Marco Polo, la strategia militare mongola consisteva in una apparente ritirata al fine di indurre gli avversari all’inseguimento, per poi voltarsi e travolgere l’ affaticato nemico con una furiosa carica a cavallo.
I mongoli fecero inoltre tesoro dei segreti militari dei propri nemici, ricorrendo alla polvere da sparo cinese o all’olio ardente dei saraceni; in particolare, dopo la conquista dell’impero Chin, sfruttarono gli architetti cinesi per la costruzione di sofisticate macchine da guerra in grado di consentire l’assalto a qualunque fortezza nemica.
E quando non bastava il terrificante urto delle orde mongole, Gengis faceva ricorso a stratagemmi come quello di lanciare cadaveri all’interno delle mura al fine di diffondere le epidemie; nella vittoriosa campagna militare contro i tanguti si fece consegnare dagli assediati mille gatti e diecimila rondini, per poi dare fuoco al cotone apposto sulle loro code e fare in modo che essi, spaventati, facessero ritorno nelle loro tane, nei loro nidi.
In tal modo e nel volgere di poco tempo, la città assediata, apparentemente inespugnabile, era in preda alle fiamme.
Durante la campagna contro la Cina settentrionale, con i soldati cinesi rintanati nelle città, il Khan ordinò di prelevare donne, vecchi e bambini nei villaggi rimasti incustoditi, per poi porli alla testa delle sue truppe d’assalto, come autentici scudi umani; i soldati cinesi, sconvolti di fronte alla vista dei loro cari, non ebbero il coraggio di lanciare l’olio bollente, di difendersi dall’attacco degli assedianti.
Gengis curava ogni minimo particolare per poter conseguire la vittoria, senza farsi scrupolo dei metodi per raggiungerla: i messaggeri nemici venivano sistematicamente uccisi, per fare in modo che non si avesse nessuna fuga di notizie, mentre, al contrario, il gran Khan, voleva sapere tutto sugli avversari e sulle vicende del proprio impero; a tal fine istituì un minuzioso sistema di informazione, attraverso i cavalieri-dardo, sfruttando l’abilità degli stessi nel cavalcare ininterrottamente per giorni e giorni.
Una legge imperiale prevedeva che le popolazioni dovessero in ogni modo aiutare i cavalieri-dardo nella loro missione, sotto la minaccia della pena di morte.
Il Khan era afflitto, in definitiva, da una morboso desiderio di conoscenza circa i costumi e le tradizioni delle popolazioni straniere; prima di lanciare l’ambiziosa campagna contro l’impero Chin, interrogò assiduamente i commercianti cinesi, per sapere tutto quanto avveniva al di là della grande muraglia, sotto l’egida del “figlio” del cielo.
Al ritorno di Gebe e Ssubutai, dalla loro incursione in Europa, pretese delle relazioni così dettagliate da risultare poi utilissime nelle successiva e travolgente campagna militare verso occidente, capace di raggiungere le remote rive dell’Adriatico.
L’insegna imperiale era il “tuk”, un’asta a 3 punte da cui pendevano 9 code di “yak” bianco; molti di fronte ad essa inorridivano, coscienti dell’imminente capitolazione, cui facevano seguito stragi terrificanti, in grado di far impallidire i pochi fortunati che avevano la fortuna di sopravvivere e di sfuggire a quelle spaventose rappresaglie.
I mongoli, dopo aver travolto ogni resistenza, facevano infatti terra bruciata alle loro spalle, radendo al suolo le città e massacrando le popolazioni attraverso le cosiddette “squadre di carnefici” che entravano in azione a battaglia conclusa, armate di scuri a doppio taglio; dietro il passaggio delle orde mongole, faceva la sua comparsa una sorta di inferno dantesco, un paesaggio apocalittico costellato di rovine fumanti e masse di cadaveri orribilmente straziati.
Il sacerdote Ivo di Narbona diceva di loro:
"…sono uomini inumani, la cui legge è essere senza legge, sono ira e strumento del castigo divino, devastano terre enormi, muovendosi come fiere e sterminando con il ferro e con il fuoco tutto ciò che si trovano davanti, sono gli alleati dell'anticristo…".
Matteo di Parigi affermava che erano "esseri umani che assomigliano a bestie e si devono chiamare piuttosto mostri che uomini, che hanno sete di sangue e ne bevono; che cercano e divorano la carne dei cani e persino la carne umana".
Nonostante ciò, come detto, i mongoli non massacravano per il gusto di massacrare, ma solo quando non vi fossero guerrieri o uomini utili per le sorti dell’impero.
Gengis Khan non si riteneva comunque pago delle già innumerevoli vittorie conquistate e dopo aver ridotto all’ubbedienza i tanguti il cui re, ridotto al ruolo di mero vassallo, fu costretto al pagamento di un tributo annuale, stava covando un progetto ambizioso e nello stesso tempo temerario nei confronti della più grande potenza asiatica di cui si narravano cose straordinarie e dalle favolose ricchezze, quelle stesse che il piccolo Temugin aveva potuto ammirare presso la tribù del suo suocero, quando ricchissimi mercanti giungevano con il loro prezioso e pregiato carico.
La Cina, nei pensieri di Temugin, era un chiodo fisso, ma pensare di attaccarla era un’impresa ai limiti della follia; un eventuale fallimento avrebbe di certo costituito la fine del potere del Khan ed aperto la via della schiavitù per tutti i mongoli.
Da circa 300 anni l’impero cinese si era frammentato in due parti:
il sud era dominato dalla dinastia Sung, il nord dalla dinastia Liao, poi scacciata da quella Chin.
Gengis Khan, nonostante il rischio di una catastrofe, decise di rischiare, scatenando la guerra contro la Cina settentrionale e lanciando al di là della grande muraglia, 200.000 cavalieri mongoli.
Le truppe imperiali, ritenute invincibili, vennero ripetutamente travolte ed i mongoli, con l’ausilio del detronizzato principe Liao, poterono imperversare per tutte le provincie cinesi finchè, al termine di svariati tentativi, le insegne del gran Khan giunsero alle porte di Yen-King, l’attuale Pechino, protetta dalle sue possenti mura.
Di fronte ad esse Gengis si rese conto della difficoltà del suo progetto e, constatata l’impossibilità momentanea di espugnare la città, decise di ritirarsi e di temporeggiare; d’altronde solo Pechino era riuscita a resistergli, mentre tutto il territorio cinese aveva dovuto piegarsi di fronte ai suoi cavalieri.
Gengis Khan decise di continuare la guerra, che vedeva comunque il suo esercito, padrone incontrastato dei territori cinesi:
ogni armata imperiale veniva irrimediabilmente brutalizzata ed i guerrieri mongoli continuavano a razziare, depredare, spargere il terrore, incendiare campi, raccolti e città; il paesaggio era apocalittico, con cadaveri sparsi ovunque e che galleggiavano sui fiumi e nelle pozze d’acqua, mentre si diffondevano epidemie d’ogni genere.
Ancora una volta i mongoli si trovarono di fronte alle alte mura di Pechino che si dimostrò, di nuovo, un baluardo insuperabile.
Dopo tre anni di guerre e distruzioni, gli opposti schieramenti raggiusero l’agoniata pace, nella primavera del 1214, in base alla quale l’imperatore cinese si impegnava, tra le altre cose, a garantire l’indipendenza dei domini Liao.
Il paese era letteralmente distrutto, mentre le decine di migliaia di prigionieri cinesi vennero orribilmente giustiziate dai mongoli, fatta eccezione, come tradizione, per quegli uomini ritenuti idonei alla causa del grande Gengis.
Ma l’imperatore cinese Hsian-tsung proclamò di voler trasferire la capitale a meridione e precisamente a Tien, l’attuale Kai-feng; questa decisione fu vista in maniera molto sospetta da Gengis Khan, il quale vedeva in essa, il preludio ad un imminente attacco contro i Sung.
Ciò significava che l’impero Chin, nonostante le tremende devastazioni, era ancora vivo ed in effetti, nel giro di poco tempo, non solo le città, ridotte dai mongoli ad un cumulo di rovine, erano risorte, ma nuove e potenti armate, erano state ricostituite, pronte a marciare, come in effetti fecero, verso i domini Liao.
Di fronte al grido di aiuto degli alleati Liao, Gengis, conscio della pericolosità dei Chin, ruppe gli indugi, stracciando l’accordo di pace e dando ordine ai suoi eserciti di attaccare l’impero celeste ormai condannato alla capitolazione.
Nel 1215 i cavalieri mongoli fecero il loro ingresso a Pechino, che venne messa a ferro e fuoco, in un lago di sangue.
Il gran Khan dei mongoli aveva dunque pesantemente sopraffatto il possente impero cinese Chin; esso aveva dovuto alzare bandiera bianca di fronte alle orde mongole e nulla poterono, né la grande muraglia, né le mura delle sfarzose città.
Tuttavia, nonostante l’atto di riverenza dell’imperatore, Gengis desiderava giungere ad una definitiva sottomissione della Cina, soffocando i residui focolai di resistenza ed le sempre più frequenti sollevazioni.
Decise comunque di non occuparsi direttamente della questione, affidando, viceversa, la sua risoluzione ad un contingente a capo di Muguli, nominato appositamente, reggente della Cina.
Intanto il figlio del re dei naimani Baibuka Taiangh, Ghittslik, era divenuto imperatore del Kara-Chitan e dunque, un nuovo pericolo si poneva di fronte all’impero mongolo di Gengis Khan, il quale decise di stroncare alla base il problema, inviando contro il nemico un contingente di soli 20.000 uomini.
Grazie alla sua cavillosa rete di informatori, Gengis era ben a conoscenza del malcontento della popolazione nei confronti del nuovo sovrano, persecutore della religione islamica.
I mongoli vennero pertanto visti come dei liberatori e riportarono vittorie su vittorie, riaprendo le moschee, nel frattempo chiuse dall’inviso sovrano, che pagò con la decapitazione la lotta al gran Khan; nel frattempo uno dei figli di Gengis, Giuci, aveva sconfitto i merkiti, gli antichi rapitori della madre Birte.
Gengis Khan era sempre più padrone dell’Asia, trovandosi a ridosso del più grande regno musulmano dell’epoca, quello di Choresm, retto dal potentissimo scià Ala-ed Din Muhammed; quest’ultimo pagò molto cara la sua superbia nei confronti del gran Khan, dopo un grave incidente diplomatico verificatosi a Otrar, fortezza di confine del regno Choresm:
il governatore del luogo aveva bloccato una carrovana, a causa delle presunte spie mongole che si sarebbero trovate all’interno; lo scià le condannò, senza alcuna remora, alla pena capitale.
Gengis Khan, nell’apprendere la notizia, rimase incredulo, e l’attribuì esclusivamente ad un colpo di testa del governatore di Otrar; si sforzò di rimanere tranquillo, inviando quindi una delegazione dallo scià per chiedere l’immediata consegna del colpevole.
Lo scià, dall’alto del suo delirio di onnipotenza, non poteva credere che un barbaro qualsiasi potesse imporgli la consegna di un suo dignitario:
umiliò quindi la delegazione, giustiziandone il capo e tagliando la barba agli altri.
Non comprese dunque che, così agendo, aveva firmato la propria condanna a morte; se solo avesse conosciuto la furia cieca delle orde mongole, avrebbe sicuramente evitato un simile atto di superbia.
La collera di Gengis Khan fu in effetti, come previsto, incontenibile ed immediatamente convocò a guerra il suo possente esercito e tutti gli alleati.
Solo il re dei tanguti, tra i vassalli del grande impero, non rispose all’appello ed anche questi, con il proprio tradimento, decretò, di fatto, la fine del suo regno, per una vendetta che fu soltanto rimandata.
Troppo forte era l’umiliazione subita ed essa, sulla scia emotiva del momento, doveva essere immediatamente lavata con il sangue; la resa dei conti, con il re dei tanguti, divenne dunque solo una mera questione di tempo.
Era l’anno 1219 e l’imperatore di tutti i mongoli si apprestava a lanciare 250.000 cavalieri contro un nemico ancora ignaro del suo inesorabile e tremendo destino.
Gli eserciti mongoli furono divisi in diversi contingenti, con a capo i figli del gran Khan ed i suoi luogotenenti; in particolare, le truppe del figlio Giuci, si resero protagoniste di un’impresa ai limiti della follia, attraversando in pieno inverno i proibitivi passi tibetani e giungendo, dopo una marcia infernale costellata da sofferenze d’ogni genere, nelle pianure dell’impero di Muhammed.
I diversi contingenti mongoli sbucarono fuori da ogni direzione, chiudendo in una tenaglia l’esercito di uno scià sbigottito, incredulo di fronte alla sagacia militare del Khan e di fronte al furore dei suoi guerrieri.
L’impero Choresm dovette subire, impotente, la tremenda vendetta di Gengis Khan:
gli orrori che accompagnarono le conquiste delle città fecero rabbrividire quei pochi in grado di scampare all’inferno di morte e distruzione delle orde vittoriose.
La città di Buchara venne saccheggiata, data alle fiamme e rasa al suolo; si narra che un abitante riuscito a salvarsi, raccontò a tutti coloro che gli ponevano domande, che i mongoli “ vennero, scavarono, incendiarono, uccisero, depredarono, scomparvero.”
Anche la stessa Otrar, la città da cui tutto si era originato, non potè resistere di fronte ai mongoli, che avevano messo a frutto le tecniche d’assedio apprese durante le loro innumerevoli campagne militari.
Gengis aveva dato ordine di catturare vivo quel governatore che aveva fatto incriminare, solo poco tempo prima, i commercianti mongoli; il suo destino fu agghiacciante:
trascinato in catene davanti al Khan in persona, gli venne versato argento fuso nelle orecchie e negli occhi.
Con lo scià braccato dai luogotenenti di Gengis, Gebe, Ssubutai e da suo genero Togugiar, come un cerbiatto da lupi feroci ed assetati di sangue, anche la splendida Samarcanda, capitale dell’impero, capitolò inesorabilmente, andando incontro secondo copione, al suo terrificante destino; tutti gli abitanti, ad uno ad uno, vennero infatti passati per le armi e decapitati.
I luogotenenti del Khan, all’inseguimento dello scià, risparmiavano ogni città che si arrendeva, mentre, tutti coloro che opponevano resistenza, venivano scannati senza pietà, come gli abitanti di Zaweh.
Nel frattempo lo scià Muhammed, abbandonato da tutti e ridotto a semplice fuggiasco, dopo essersi diretto verso il mar Caspio, non trovò di meglio che imbarcarsi verso una piccola isola, dove morì, tristemente, in solitudine.
Morto lo scià, il suo successore designato, Gelal-ud Din, riprese la lotta contro i mongoli dalla parte orientale dell’impero, divenendo un avversario tenace ed agguerrito, come il gran Khan da tempo non incontrava.
Intanto, il figlio minore di Gengis, Tuli, mosse verso la regione del Chorassan, distruggendo tutte le fortezze che gli si ponevano davanti ed accompagnando le conquiste, da una crudeltà che conobbe un’ulteriore recrudescenza.
Si narra che, una volta conquistata la città di Merw, Tuli assistette alla decapitazione degli abitanti e che le teste e le orecchie tagliate arrivarono addirittura a costituire, orribilmente, una sorta di macabra montagnola.
La città di Herat, che si era sollevata ai mongoli, dopo la sua capitolazione venne praticamente cancellata, secondo il consueto rituale.
I mongoli imperversarono in Chorassan ed in Afghanistan, lasciando dietro di sé morte, devastazioni ed orrori d’ogni genere; durante l’assalto alla fortezza di Bamian venne però ucciso il nipote del Khan Moatugan, figlio di Ciagatay; la vendetta del “signore oceanico” fu così tremenda, che furono mandati a morte tutti gli esseri viventi incontrati, uomini o bestie che fossero.
Si dice che un principe afghano, portato al cospetto di Gengis Khan affermò che se le cose fossero continuate in quella maniera, non ci sarebbe stato più nessuno per ricordare quegli avvenimenti.
Sconfitto nella battaglia decisiva presso l’Indo, il giovane Gelal-ud Din, che pur si distinse per ardore e coraggio, suscitando l’ammirazione di Gengis, fu costretto alla fuga in India, salvandosi miracolosamente dal furore delle truppe mongole, poco inclini ad inseguirlo anche e soprattutto a causa del clima, troppo caldo per le loro abitudini.
Al termine di lunghi anni di lotta, Gengis Khan aveva annientato il più grande stato musulmano del tempo ed ora l’impero dei mongoli dominava un territorio sconfinato, che si estendeva dal mar del Giappone fino al mar Caspio; decise a quel punto di fare ritorno nell’amata patria, ma lasciò ad imperversare un contingente, a capo dei suoi luogotenenti, Gebe e Ssubutai, i quali si spinsero audacemente verso occidente, verso terre sempre più ignote, lontane migliaia e migliaia di chilometri.
I mongoli, dopo aver annientato i cavalieri georgiani già pronti a partire per la crociata, attraversarono, non senza difficoltà, il Caucaso, a causa degli irti passi di montagna che li obbligarono, tra le altre cose, a rinunciare alle loro possenti macchine da guerra; appena terminata l’impresa, trovarono immediatamente nuovi nemici pronti a sbarrar loro la strada.
Nel frattempo le notizie delle imprese dei mongoli cominciarono a giungere in occidente, per opera di Giacobbe di Vitry; questi scrisse infatti ben 4 lettere, indirizzate a Leopoldo d’Austria, ad Enrico d’Inghilterra, all’università di Parigi e soprattutto al papa, dove raccontava le gesta di un nuovo presunto protettore della cristianità, un nuovo Davide, che si era elevato a paladino della Chiesa, sconfiggendo il potente scià musulmano ed ora in procinto di marciare verso Gerusalemme, prossima dunque alla liberazione.
Gengis Khan venne quindi indicato come un novello Davide e mai notizia fu più infondata:
da oriente giungevano infatti, pian piano, notizie ben diverse e terrificanti, evocanti saccheggi, distruzioni e massacri da parte guerrieri feroci, assetati di sangue, senza alcuna pietà per nessuno; si narrava che, nella loro impalcabile avanzata, distruggevano ogni esercito nemico, lasciando, alle loro spalle, soltanto una macabra scia di morte.
Intanto, imperterrita, proseguiva la marcia verso occidente di Gebe e Ssubutai, alla testa del loro contingente di cavalieri:
davanti alle truppe mongole, nella vallata del Terek, si opponeva un possente esercito formato da alani, circassi, lesgini e comani; i mongoli si ingraziarono i comani, con doni preziosi e merci, per poi distruggere le truppe nemiche e, successivamente, gli stessi comani, da cui si fecero riconsegnare tutti i regali.
La furia mongola continuò ad attraversare la Russia meridionale, con la distruzione della fortezza genovese di Sudak, mentre i principi russi, riuniti a Kiev, in concerto con i comani, decisero di arginare l’avanzata delle orde nemiche, radunando un possente esercito di 80.000 uomini.
I mongoli mandarono incontro ai russi 10 ambasciatori affermando di non avere nulla contro di loro, ma, per tutta risposta, essi vennero brutalmente trucidati, mentre l’imponente armata, dopo aver varcato il Dnepr, travolgeva un’avanguardia di 1000 cavalieri del Khan; senza saperlo i russi stavano andando inesorabilmente incontro alla catastrofe, figlia della rabbia mongola, per l’astio mostrato e per l’umiliazione inflitta ai propri rappresentanti.
I cavalieri di Gebe e Ssubutai, pur numericamente inferiori, dopo aver finto, come da rituale, di ritirarsi, si arrestarono presso il fiume Kalba e da lì si lanciarono in una carica furiosa, che spazzò via nove decimi dell’esercito russo.
Anche la Russia meridionale aveva dunque dovuto piegarsi di fronte all’inarrestabile avanzata dei mongoli di Gebe e Ssubutai, i quali, dopo migliaia di chilometri percorsi, dopo aver riportato vittorie a ripetizione con poche decine di migliaia di cavalieri, decisero di fare ritorno verso oriente.
Correva l’anno 1223; i due grandi generali tornarono in patria, passando a nord del mar Caspio, accompagnati dallo stesso numero di effettivi con cui erano partiti per la loro missione.
Le perdite subite erano state infatti compensate, inglobando nell’esercito, i nemici che si erano distinti per valore sul campo, gli unici ad essere preservati dalla furia distruttrice, dagli spaventosi massacri cui le orde mongole davano orribilmente vita al loro passaggio.
Le conquiste del grande Gengis si arrestarono, dunque, alle porte dell’Europa:
qualche anno più tardi i suoi eserciti avrebbero proseguito oltre, arrivando fino alle rive del mar Adriatico.
Solo una missione rimaneva al gran Khan ormai anziano, figlia di una promessa fatta anni prima, quando decise di muovere i suoi cavalieri contro lo scià:
si trattava di punire duramente il re dei tanguti, il quale si era rifiutato di fornire a Gengis, il supporto militare che gli era stato chiesto, nella campagna contro lo scià; il Khan non aveva dimenticato la promessa fatta qualche tempo prima, di distruzione del regno tangutico, tanto che aveva dato ordine di rammentarglielo ogni giorno, al mattino e alla sera.
Prima di partire per l’ennesima campagna militare, si preoccupò della sua successione:
pur assegnando ai figli Ciagatay, Ugheday, Tuli e a Batu, il figlio del defunto Giuci, parti dell’immenso impero, stabilì che lo stesso doveva rimanere indiviso sotto l’egida del nuovo gran Khan; questi doveva venir eletto dai successori del Khan defunto, a tal fine chiamati a radunarsi in Mongolia, da ogni parte del mondo in cui si fossero trovati.
Il regno dei tanguti non potè sottrarsi al suo destino di soppressione, ma la vita di Gengis Khan, l’uomo che aveva conquistato il più vasto impero della storia, volgeva ormai al termine; il “signore oceanico”, il Khan di tutti i mongoli, diretto discendente, secondo la leggenda, del “grande lupo azzurro” , storico progenitore della razza mongola, morì il 18 agosto 1227, per i postumi di una caduta da cavallo, dopo aver designato quale successore il figlio Ugheday e aver dato incarico di proseguire l’espansione dell’impero in Cina, in Asia Minore ed in Europa.
Al momento della sua nomina a gran Khan aveva profetizzato che le future generazioni mongole avrebbero indossato vestiti ricamati d'oro, mangiato cibi grassi e appetitosi, cavalcato stupendi cavalli e tenuto fra le braccia belle donne; al termine dei suoi giorni, quelli che sembravano soltanto i sogni irrealizzabili di un sovrano presuntuoso, non solo si erano incredibilmente realizzati, ma avevano ampiamente superato le previsioni.
Il feretro di Gengis Khan fu trasportato su un carro verso il monte Burkan Kaldun, accompagnato, nel suo ultimo viaggio, dalla sua guardia personale che massacrava ogni essere vivente che fosse apparso nelle vicinanze.
Sotto il nuovo gran Khan Ugheday le orde mongole proseguirono, incontenibili, le loro conquiste, secondo i dettami del grande Gengis:
venne definitivamente sottomessa la Persia, travolti i principati russi, conquistate Mosca e Kiev.
I mongoli dilagarono in Polonia, Ungheria, Bulgaria, Serbia, fino ad arrivare sulle coste dell’Adriatico; furono messe a ferro e fuoco città come Cracovia o Lublino.
Soltanto l’improvvisa morte di Ugheday, avvenuta nel 1241, preservò l’Europa dalla catastrofe assoluta, con i cavalieri del gran Khan ormai alle porte di Vienna.
Secondo le prescrizioni della “jassa”, infatti, tutti i discendenti di Gengis Khan dovevano far ritorno in Mongolia per eleggere il successore e nessuno poteva e osò sottrarsi alla volontà del fondatore del grande impero.
Gli stati europei dovettero pertanto la propria salvezza proprio all’efficentissimo servizio postale ideato dal grande Gengis:
esso infatti, attraverso i cavalieri dardo, fu in grado di comunicare immediatamente, alle pur lontanissime truppe, la notizia della morte di Ugheday, stoppando la loro irresistibile marcia.
Sotto il nuovo Khan, Kubilay, figlio di Tuli, l’impero mongolo raggiuse il massimo del suo splendore con la conquista della Cina Sung, ma il nipote del grande Gengis cominciò ad assuefarsi troppo agli splendori e allo sfarzo dei cinesi, finendo per contaminare il dna stesso dei mongoli e determinando l’inizio della fine del vasto impero.
Esso scomparve, inesorabilmente, di lì a poco, sciogliendosi come neve al sole, con la stessa rapidità con la quale si era costituito per mezzo del grande Gengis.
Anche il mito dell’invincibilità dei cavalieri mongoli aveva, nel frattempo, cominciato a vacillare:
nel 1281 l’imponente flotta, pronta all’invasione del Giappone, venne infatti spazzata via da un violento tifone; i giapponesi attribuirono la loro salvezza ad un miracolo celeste ed un nuovo termine risuonò per ricordarlo, quello stesso termine che evoca oggi sinistri spettri di morte e distruzione:
“kamikaze”, il vento divino.
Le leggendarie gesta dei mongoli di Kubilay, nipote del grande Gengis, ci sono giunte grazie al “Milione” di Marco Polo, il libro del viaggiatore veneziano che, assieme al padre Niccolò ed allo zio Matteo, al termine di un viaggio straordinario da Acri fino al cuore dell’Asia, trascorse oltre 20 anni della sua vita proprio al servizio del gran Khan, assistendo agli sfarzi di una corte ormai sempre più distante dalla fiera tradizione nomade del proprio popolo.

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