|
Alla
guida dei suoi invincibili cavalieri, conquistò il più grande
impero che la storia ricordi, travolgendo tutti e tutto,
tramutando un gruppo di sperdute tribù nomadi della steppa,
nelle signore incontrastate dell’intera Asia, fino ad
arrivare, attraverso i suoi successori, alle rive
dell’Adriatico, nel cuore di un’Europa che forse mai si rese
veramente e fino in fondo conto del grave pericolo cui andò
incontro, del miracolo che la preservò dalla furia delle
terrificanti orde mongole.
Il suo nome è Temugin, ma il destino lo fece conoscere come
Gengis Khan, ossia “sovrano oceanico”; nessuno fu
conquistatore come lui, neppure gli altri grandi della storia,
come Napoleone o Giulio Cesare.
Anche Alessandro Magno, pur nella sua grandezza, non fu in
grado di forgiare un impero pari, per estensione, a quello del
Khan dei mongoli; ed esso, proprio come quello di Alessandro,
non riuscì, di fatto, a sopravvivere alla morte del suo grande
fondatore, scomparendo, a poco a poco, con la stessa rapidità
con la quale era venuto a costituirsi, come un gigante con i
piedi di argilla.
Il futuro Khan nacque, presumibilmente, anche se la data non è
certa, nel 1162, quando i mongoli erano soltanto
un’accozzaglia di tribù divise in clan, spesso in lotta tra di
loro, nomadi per tradizione e dedite ai pascoli e alla
pastorizia; i mongoli erano cavalieri abilissimi, cecchini
infallibili con l’arco, maestri a colpire il bersaglio
galoppando.
Si vestivano con pelli di animale e si nutrivano di carne e
latticini, bevendo il “kumys”, il liquore ottenuto con latte
di cavalla fermentato.
Pochi come loro erano temprati alle fatiche, agli stenti, a
marce ininterrotte di giorni e giorni a cavallo, custodendo la
carne sotto la sella.
Giovanni Pian del Carmine, inviato papale, descrivendo i loro
luoghi, riferì che "Non esistono borghi o città, ma ovunque
terreni sterili e sabbiosi, il luogo è spoglio d'alberi e
adatto per il pascolo degli armenti, l'Imperatore stesso, i
principi e tutti si scaldano e cuociono il cibo, facendo fuoco
con sterco, il clima è tutt'altro che temperato".
Fu in questo contesto che vide la luce Gengis Khan con il nome
di Temugin, lo stesso di un capo dei tartari appena ucciso dal
padre Yessugai, leader del clan mongolo Bircighin; era infatti
tradizione che i figli fossero denominati nel ricordo di una
gloriosa impresa compiuta dal padre.
Temugin fu cresciuto secondo i costumi mongoli e dunque
abituato fin da bambino, su precisa volontà di Yessugai, ad
ogni sorta di sofferenza, al freddo, alla fame, alla lotta per
la sopravvivenza; e tra i coetanei, Temugin si distingueva per
la sua straordinaria tempra e per il suo carisma.
All’età di 9 anni, secondo i costumi, il futuro signore
dell’Asia e suo padre, affrontarono un viaggio lunghissimo ed
irto di difficoltà per trovare a Temugin la futura sposa.
Durante l’attraversata del deserto, si narra come Yessugai
mostrò al figlio, divorato dalla sete, il segreto dei mongoli
per vincere la morte:
dopo aver inciso con un coltello il cavallo, iniziò a
succhiare il sangue dalla ferita aperta dell’animale.
Giunto presso il clan di una tribù di chunghirati, conobbe la
sua futura ed amatissima sposa, Birte, ossia la figlia del
capo Dai Ssetscen.
Temugin rimase, come da costume, presso il clan della moglie,
affinchè prestasse la propria opera gratuita per alcuni anni,
mentre Yessugai, compiuta la missione, ripartì per le proprie
terre; durante la permanenza presso il suocero, il futuro gran
Khan fece per la prima volta conoscenza con gli splendori
dell’impero cinese e, precisamente, con i commercianti
provenienti da quei luoghi favolosi, accompagnati dal loro
prezioso carico di merce pregiata e da tesori d’ogni genere.
Temugin
sentiva raccontare cose meravigliose sulla Cina, delle sue
ricchezze, delle sue sfavillanti città, circondate da alte
mura e si stupiva del fatto che una così grande potenza non
conquistasse con la forza ciò che invece otteneva con il
commercio.
Stava già maturando in lui un’indole guerresca, una coriacea
volontà di sopraffare i propri nemici, a vantaggio della
gloria della sua gente; quella stessa mentalità che faceva
difetto ai cinesi, considerati, da Temugin, esponenti di un
popolo debole e vizioso.
Dopo qualche anno di permanenza presso i chunghirati, giunse,
presso gli stessi, Munlik, un parente di Temugin, chiedendo a
Dai Scetscen, di poterlo riportare a casa, presso il padre
Yessugai, che aveva nostalgia di lui.
Dai Scetscen acconsentì e così Temugin potè tornare nella sua
terra d’origine, giusto in tempo per assistere alla morte del
padre Yessugai, avvelenato dai tartari.
Cominciò, per il futuro sovrano assoluto, un periodo
lastricato da indicibili sofferenze e patimenti:
gli alleati del padre si rifiutavano infatti di prendere sul
serio quello che era ancora un semplice bambino ed in
particolare Targutai capo dei taigiuti.
Depredato praticamente dei propri averi, screditato,
abbandonato da tutti, anche da parenti come Munlik, Temugin fu
costretto alla fuga, per non cadere vittima dei suoi stessi
nemici.
Circondato soltanto dal suo nucleo famigliare, dalla madre,
dai fratelli, da un numero esiguo di servitori, ossia tutto
ciò che rimaneva dello sterminato seguito di Yessugai, conobbe
gli stenti della fame, arrivando al punto di uccidere un
fratellastro, che gli contendeva un pesce; fu un periodo
terribile, che forgiò ancora maggiormente il suo carattere
deciso ed autoritario.
Braccato dagli ex alleati, Temugin cadde prigioniero di
Targutai, da cui fu umiliato, brutalizzato e torturato.
Targutai ordinò che venisse applicato al prigioniero il “kang”,
il giogo di legno posto sulle spalle, cui vengono legati i
polsi; ma il futuro Khan riuscì a fuggire e, rifugiatosi tra
le montagne, precisamente presso il mitico monte di Burkan
Kaldun, ritrovò il suo nucleo famigliare, cominciando ad
organizzare i suoi fedelissimi, vivendo di scorribande ed
incursioni.
Dopo essersi unito in matrimonio con l’amata Birte ed aver
così ingrossato le sue fila, tornò ai piedi del monte
Burkan-Kaldun, ove il suo clan, una notte, venne
improvvisamente attaccato dai merkiti, rozzi barbari del nord
ai quali Yessugai, anni prima, aveva rapito la madre di
Temugin, Elen-Eke; e i merkiti si vendicarono dello smacco
subito rapendo, a loro volta, la moglie di Temugin, Birte.
Ansioso di rivincita, Temugin ebbe la brillante idea di donare
la preziosa pelliccia di zibellino, ricevuta dalle nozze, a
Toghrul, potente signore dei keraiti, ottenendo l’amicizia
dello stesso, già antico alleato del padre; essa sarebbe
risultata fondamentale nella lotta contro i merkiti:
grazie ai keraiti, al sostegno dei sempre più numerosi
alleati, al coraggio impavido dei suoi devastanti cavalieri,
il prossimo signore dell’Asia, riuscì a sconfiggere i nemici e
a ritrovare l’amatissima moglie, che teneva tra le sue braccia
un neonato, denominato Giuci, l’ospite; Temugin, felice per il
ricongiungimento con Birte, rinunciò a mettere le mani sul pur
cospicuo bottino, affermando di aver trovato ciò che cercava.
Da
abilissimo stratega qual’era, continuò a tessere alleanze su
alleanze, attorniandosi di andah, i cosiddetti fratelli di
sangue, vincolati da fedeltà assoluta; fu proprio grazie ad
essi che Temugin ebbe la possibilità di aumentare le fila dei
propri seguaci.
La sua scalata al potere fu inarrestabile, grazie ad un letale
binomio, quello tra sagacia militare e saggezza politica; ed
anche Targutai, che solo poco tempo prima infieriva su Temugin,
non potè sottrarsi all’ incontenibile vendetta del futuro
signore dei mongoli.
Temugin decise di affrontarlo, pur in condizioni di netta
inferiorità numerica, infliggendogli una sconfitta mortale e
sbaragliando i taigiuti.
Si racconta che i settanta capi catturati, furono fatti
bollire vivi e che la stessa agghiacciante sorte toccò a
Targutai, la cui scatola cranica venne rivestita in argento ed
utilizzata come macabro calice, dal futuro gran Khan di tutti
i mongoli.
Durante il feroce combattimento, Temugin era stato ferito da
una freccia al collo; qualche tempo dopo comparve, dinanzi a
lui, un cavaliere, il quale, gettatosi ai suoi piedi, disse,
senza alcuna remora di chiamarsi Girguadai e di essere stato
colui che l’aveva ferito, scoccando il colpo di freccia.
Questi aggiunse testualmente che, se l’avesse ucciso, avrebbe
macchiato con il suo sangue solo una piccola zolla di terra,
ma che, se l’avesse preso ai suoi servizi, avrebbe per lui
arrestato l’acqua che travolge e ridotto a sabbia gli scogli.
Temugin rimase profondamente colpito da quel prode
combattente, che scelse come luogotenente, ribattezzandolo
Gebe, la freccia; e mai fiducia fu meglio ripagata visto che
Gebe avrebbe ampiamente dimostrato, in ognuna delle
innumerevoli campagne militari scatenate da Gengis, tutto il
suo valore e la profonda devozione al suo amato Khan.
Qualche anno più tardi sarebbe stato proprio Gebe, in concerto
con Ssubutai, a condurre un contingente di cavalieri mongoli,
verso le remote regioni occidentali, attraversando il Caucaso
e mettendo a ferro e fuoco la Russia meridionale.
Già nei primi scontri di un giovane Temugin, emergeva la
straordinaria organizzazione militare dei suoi guerrieri,
cavalieri invincibili, in grado di cavalcare per giorni interi
e di colpire mortalmente il nemico con le proprie frecce.
Temugin seminava morte e terrore, senza alcuna remora o
rispetto per la vita umana, ma soltanto quando non vi fosse
alcun tornaconto per la sua gente; al contrario non esitò ad
accogliere tra le sue schiere, i combattenti nemici che si
fossero distinti per valore, ritenendoli un valido sostegno
alla causa mongola.
Sconfitto brutalmente Targutai, Temugin riuscì a farsi
eleggere Khan dei mongoli, ma dovettero passare diversi anni
prima di poter consolidare il suo potere ed assumere il titolo
di gran Khan, sotto il nome che lo consacrò nella storia,
quello di Gengis.
Temugin collaborò poi, con il suo alleato Toghrul, alla
campagna contro i tartari, al servizio del potente imperatore
cinese Tsciangh-Tsungh; il futuro “signore oceanico” non solo
si vendicò degli assassini del padre, ma ricevette anche, dal
figlio del cielo, il titolo di Tsciao-Churi, di
plenipotenziario.
Si era inoltre consolidata l’alleanza con Toghrul ed i keraiti,
in una sorta di binomio apparentemente indissolubile, che
sconfisse ripetutamente ogni coalizione nemica.
Ma l’idillio non durò a lungo e Toghrul, fomentato dal figlio
Sengun, gli mosse ben presto guerra, con il suo possente
esercito; Temugin ed i suoi seguaci furono sul punto della
disintegrazione, senza alcun aiuto da parte dei vassalli,
timorosi della vendetta del signore dei keraiti ed
assolutamente insensibili a mettere a repentaglio i loro
cospicui averi, ottenuti in anni ed anni di vittoriose
campagne militari.
La buona sorte era però in agguato e corse ancora in aiuto di
Temugin, che, grazie a nuovi alleati, grazie a dissidi tra i
suoi nemici, riuscì a capovolgere la situazione e a
sconfiggere Toghrul; questi, al termine di una roccambolesca
fuga, trovò la morte presso i naimani, del Khan
Baibuka-Taiangh.
Quest’ultimo si pose, a sua volta, in contrasto con lo scomodo
vicino mongolo e venne anch’esso, inesorabilmente, spazzato
via, polverizzato dai guerrieri di Gengis.
Nessuno poteva resistere alle sue orde di cavalieri e l’ascesa
di Temugin divenne incontenibile, con nuove, ripetute vittorie
su ogni esercito che si mettesse tra lui e la gloria; ormai
signore indiscusso della steppa e dopo aver riunificato tutti
i mongoli, venne il fatidico 1206, anno in cui assumette, con
il nome Gengis, il titolo di gran Khan, trasformandosi nel
sovrano di tutti coloro che vivevano sotto le tende di feltro.
Divenuto il “signore oceanico”, Temugin creò le basi per
strutturare il neonato impero mongolo:
durante la vittoriosa campagna contro i naimani, aveva
catturato un cittadino ujgure, tale Tatatungo, uomo di eccelsa
cultura, nominato dal gran Khan, custode del suo sigillo ed
incaricato di insegnare e diffondere l’ ujgurico, che sarebbe
divenuta la lingua ufficiale dei mongoli.
Gengis Khan, pur restando morbosamente legato alla tradizione
nomade del suo popolo, era ben consapevole che, per
l’amministrazione dello sterminato impero, sarebbe stato
necessario provvedere all’edificazione di una degna capitale.
Nel
1220 venne dunque eretta la splendida Karakorum, di cui si
narrano grandi meraviglie, destinata ad essere rasa al suolo
poi dai Ming nel 1371, quando, del mastodontico impero mongolo
non restava ormai che il solo ricordo.
Gengis Khan volle creare un sistema fiscale e legislativo
racchiuso nella “jassa”, la raccolta delle leggi dell’impero;
la “jassa” venne fatta incidere da Gengis su delle tavole di
ferro, in lingua ujgurica.
Il gran Khan intervenne anche nel settore giudiziario,
nominando Scighi-Kutuku, allevato fin da bambino con affetto
ed ora discepolo di Tatatungo, come primo magistrato.
Anche l’esercito venne definitamente strutturato ed
organizzato, assumendo quei connotati che avrebbero permesso a
Gengis Khan di dilagare per tutta l’Asia fino all’Europa e di
conquistare un impero di proporzioni inimmaginabili.
Gli eserciti mongoli vennero divisi in sedi, formazioni di 100
uomini guidate dai capi-tribù, in hezare, formazioni di 1000,
guidate dai capi e in tuman, formazioni di 10.000, guidate dai
principi.
Il servizio militare era obbligatorio dai 15 ai 70 anni e
nelle tribù tutti gli uomini si dovevano addestrare alla
guerra tenendosi pronti, in qualsiasi momento, ad ogni
eventualità; della loro efficienza, della efficienza delle
sedi, rispondevano direttamente i capi tribù.
I posti di comando venivano assegnati secondo il principio
della meritocrazia e qualunque guerriero poteva far carriera,
così come ciascun comandante essere brutalmente degradato.
I mongoli erano, in definitiva, un autentico popolo in armi.
Diecimila uomini, i migliori, divennero invece kescikti, ossia
componenti della guardia personale di Gengis Khan; tra di essi
il Khan scelse i suoi 1000 pretoriani, incaricati di vegliare
sulla sua sicurezza giorno e notte.
L’esercito mongolo era privo di fanteria e costituito da soli
cavalieri; così lo descrive Giovanni Pian del Carmine, inviato
del papa:
ogni cavaliere aveva due o tre archi, tre farete piene di
frecce, una scure, e corde per trascinare le macchine da
guerra, i cavalieri più ricchi hanno inoltre spade aguzze che
tagliano solo da un lato.
Anche i cavalli portano l'armatura ed è divisa in cinque
parti, in modo che l'animale sia protetto da tutti i lati. Le
armature degli uomini sono di cuoio, il loro elmo è nella
parte superiore di ferro o d'acciaio, ma la parte che protegge
il collo e la gola di cuoio.
Le lance hanno la punta ad uncino, serve per tirare giù il
nemico dalla sella, la lunghezza delle frecce e di circa 75
centimetri, i ferri delle frecce sono molto appuntiti e
taglienti in ambo i lati, i soldati portano sempre con loro
una lima per affilarle, usano anche altri tipi di frecce
larghe tre dita, per tirare agli uccelli, alle bestie e agli
uomini senza difesa.
Nessun nemico riusciva a tener testa alla furia dei mongoli,
cavalieri senza pari, in grado di trafiggere con il loro arco,
durante la carica, qualsiasi bersaglio.
Come narrato dallo stesso Marco Polo, la strategia militare
mongola consisteva in una apparente ritirata al fine di
indurre gli avversari all’inseguimento, per poi voltarsi e
travolgere l’ affaticato nemico con una furiosa carica a
cavallo.
I mongoli fecero inoltre tesoro dei segreti militari dei
propri nemici, ricorrendo alla polvere da sparo cinese o
all’olio ardente dei saraceni; in particolare, dopo la
conquista dell’impero Chin, sfruttarono gli architetti cinesi
per la costruzione di sofisticate macchine da guerra in grado
di consentire l’assalto a qualunque fortezza nemica.
E quando non bastava il terrificante urto delle orde mongole,
Gengis faceva ricorso a stratagemmi come quello di lanciare
cadaveri all’interno delle mura al fine di diffondere le
epidemie; nella vittoriosa campagna militare contro i tanguti
si fece consegnare dagli assediati mille gatti e diecimila
rondini, per poi dare fuoco al cotone apposto sulle loro code
e fare in modo che essi, spaventati, facessero ritorno nelle
loro tane, nei loro nidi.
In tal modo e nel volgere di poco tempo, la città assediata,
apparentemente inespugnabile, era in preda alle fiamme.
Durante la campagna contro la Cina settentrionale, con i
soldati cinesi rintanati nelle città, il Khan ordinò di
prelevare donne, vecchi e bambini nei villaggi rimasti
incustoditi, per poi porli alla testa delle sue truppe
d’assalto, come autentici scudi umani; i soldati cinesi,
sconvolti di fronte alla vista dei loro cari, non ebbero il
coraggio di lanciare l’olio bollente, di difendersi
dall’attacco degli assedianti.
Gengis curava ogni minimo particolare per poter conseguire la
vittoria, senza farsi scrupolo dei metodi per raggiungerla: i
messaggeri nemici venivano sistematicamente uccisi, per fare
in modo che non si avesse nessuna fuga di notizie, mentre, al
contrario, il gran Khan, voleva sapere tutto sugli avversari e
sulle vicende del proprio impero; a tal fine istituì un
minuzioso sistema di informazione, attraverso i
cavalieri-dardo, sfruttando l’abilità degli stessi nel
cavalcare ininterrottamente per giorni e giorni.
Una legge imperiale prevedeva che le popolazioni dovessero in
ogni modo aiutare i cavalieri-dardo nella loro missione, sotto
la minaccia della pena di morte.
Il Khan era afflitto, in definitiva, da una morboso desiderio
di conoscenza circa i costumi e le tradizioni delle
popolazioni straniere; prima di lanciare l’ambiziosa campagna
contro l’impero Chin, interrogò assiduamente i commercianti
cinesi, per sapere tutto quanto avveniva al di là della grande
muraglia, sotto l’egida del “figlio” del cielo.
Al ritorno di Gebe e Ssubutai, dalla loro incursione in
Europa, pretese delle relazioni così dettagliate da risultare
poi utilissime nelle successiva e travolgente campagna
militare verso occidente, capace di raggiungere le remote rive
dell’Adriatico.
L’insegna imperiale era il “tuk”, un’asta a 3 punte da cui
pendevano 9 code di “yak” bianco; molti di fronte ad essa
inorridivano, coscienti dell’imminente capitolazione, cui
facevano seguito stragi terrificanti, in grado di far
impallidire i pochi fortunati che avevano la fortuna di
sopravvivere e di sfuggire a quelle spaventose rappresaglie.
I mongoli, dopo aver travolto ogni resistenza, facevano
infatti terra bruciata alle loro spalle, radendo al suolo le
città e massacrando le popolazioni attraverso le cosiddette
“squadre di carnefici” che entravano in azione a battaglia
conclusa, armate di scuri a doppio taglio; dietro il passaggio
delle orde mongole, faceva la sua comparsa una sorta di
inferno dantesco, un paesaggio apocalittico costellato di
rovine fumanti e masse di cadaveri orribilmente straziati.
Il sacerdote Ivo di Narbona diceva di loro:
"…sono uomini inumani, la cui legge è essere senza legge, sono
ira e strumento del castigo divino, devastano terre enormi,
muovendosi come fiere e sterminando con il ferro e con il
fuoco tutto ciò che si trovano davanti, sono gli alleati
dell'anticristo…".
Matteo
di Parigi affermava che erano "esseri umani che assomigliano a
bestie e si devono chiamare piuttosto mostri che uomini, che
hanno sete di sangue e ne bevono; che cercano e divorano la
carne dei cani e persino la carne umana".
Nonostante ciò, come detto, i mongoli non massacravano per il
gusto di massacrare, ma solo quando non vi fossero guerrieri o
uomini utili per le sorti dell’impero.
Gengis Khan non si riteneva comunque pago delle già
innumerevoli vittorie conquistate e dopo aver ridotto all’ubbedienza
i tanguti il cui re, ridotto al ruolo di mero vassallo, fu
costretto al pagamento di un tributo annuale, stava covando un
progetto ambizioso e nello stesso tempo temerario nei
confronti della più grande potenza asiatica di cui si
narravano cose straordinarie e dalle favolose ricchezze,
quelle stesse che il piccolo Temugin aveva potuto ammirare
presso la tribù del suo suocero, quando ricchissimi mercanti
giungevano con il loro prezioso e pregiato carico.
La Cina, nei pensieri di Temugin, era un chiodo fisso, ma
pensare di attaccarla era un’impresa ai limiti della follia;
un eventuale fallimento avrebbe di certo costituito la fine
del potere del Khan ed aperto la via della schiavitù per tutti
i mongoli.
Da circa 300 anni l’impero cinese si era frammentato in due
parti:
il sud era dominato dalla dinastia Sung, il nord dalla
dinastia Liao, poi scacciata da quella Chin.
Gengis Khan, nonostante il rischio di una catastrofe, decise
di rischiare, scatenando la guerra contro la Cina
settentrionale e lanciando al di là della grande muraglia,
200.000 cavalieri mongoli.
Le truppe imperiali, ritenute invincibili, vennero
ripetutamente travolte ed i mongoli, con l’ausilio del
detronizzato principe Liao, poterono imperversare per tutte le
provincie cinesi finchè, al termine di svariati tentativi, le
insegne del gran Khan giunsero alle porte di Yen-King,
l’attuale Pechino, protetta dalle sue possenti mura.
Di fronte ad esse Gengis si rese conto della difficoltà del
suo progetto e, constatata l’impossibilità momentanea di
espugnare la città, decise di ritirarsi e di temporeggiare;
d’altronde solo Pechino era riuscita a resistergli, mentre
tutto il territorio cinese aveva dovuto piegarsi di fronte ai
suoi cavalieri.
Gengis Khan decise di continuare la guerra, che vedeva
comunque il suo esercito, padrone incontrastato dei territori
cinesi:
ogni armata imperiale veniva irrimediabilmente brutalizzata ed
i guerrieri mongoli continuavano a razziare, depredare,
spargere il terrore, incendiare campi, raccolti e città; il
paesaggio era apocalittico, con cadaveri sparsi ovunque e che
galleggiavano sui fiumi e nelle pozze d’acqua, mentre si
diffondevano epidemie d’ogni genere.
Ancora una volta i mongoli si trovarono di fronte alle alte
mura di Pechino che si dimostrò, di nuovo, un baluardo
insuperabile.
Dopo tre anni di guerre e distruzioni, gli opposti
schieramenti raggiusero l’agoniata pace, nella primavera del
1214, in base alla quale l’imperatore cinese si impegnava, tra
le altre cose, a garantire l’indipendenza dei domini Liao.
Il paese era letteralmente distrutto, mentre le decine di
migliaia di prigionieri cinesi vennero orribilmente
giustiziate dai mongoli, fatta eccezione, come tradizione, per
quegli uomini ritenuti idonei alla causa del grande Gengis.
Ma l’imperatore cinese Hsian-tsung proclamò di voler
trasferire la capitale a meridione e precisamente a Tien,
l’attuale Kai-feng; questa decisione fu vista in maniera molto
sospetta da Gengis Khan, il quale vedeva in essa, il preludio
ad un imminente attacco contro i Sung.
Ciò significava che l’impero Chin, nonostante le tremende
devastazioni, era ancora vivo ed in effetti, nel giro di poco
tempo, non solo le città, ridotte dai mongoli ad un cumulo di
rovine, erano risorte, ma nuove e potenti armate, erano state
ricostituite, pronte a marciare, come in effetti fecero, verso
i domini Liao.
Di fronte al grido di aiuto degli alleati Liao, Gengis,
conscio della pericolosità dei Chin, ruppe gli indugi,
stracciando l’accordo di pace e dando ordine ai suoi eserciti
di attaccare l’impero celeste ormai condannato alla
capitolazione.
Nel 1215 i cavalieri mongoli fecero il loro ingresso a
Pechino, che venne messa a ferro e fuoco, in un lago di
sangue.
Il gran Khan dei mongoli aveva dunque pesantemente sopraffatto
il possente impero cinese Chin; esso aveva dovuto alzare
bandiera bianca di fronte alle orde mongole e nulla poterono,
né la grande muraglia, né le mura delle sfarzose città.
Tuttavia, nonostante l’atto di riverenza dell’imperatore,
Gengis desiderava giungere ad una definitiva sottomissione
della Cina, soffocando i residui focolai di resistenza ed le
sempre più frequenti sollevazioni.
Decise comunque di non occuparsi direttamente della questione,
affidando, viceversa, la sua risoluzione ad un contingente a
capo di Muguli, nominato appositamente, reggente della Cina.
Intanto il figlio del re dei naimani Baibuka Taiangh,
Ghittslik, era divenuto imperatore del Kara-Chitan e dunque,
un nuovo pericolo si poneva di fronte all’impero mongolo di
Gengis Khan, il quale decise di stroncare alla base il
problema, inviando contro il nemico un contingente di soli
20.000 uomini.
Grazie alla sua cavillosa rete di informatori, Gengis era ben
a conoscenza del malcontento della popolazione nei confronti
del nuovo sovrano, persecutore della religione islamica.
I mongoli vennero pertanto visti come dei liberatori e
riportarono vittorie su vittorie, riaprendo le moschee, nel
frattempo chiuse dall’inviso sovrano, che pagò con la
decapitazione la lotta al gran Khan; nel frattempo uno dei
figli di Gengis, Giuci, aveva sconfitto i merkiti, gli antichi
rapitori della madre Birte.
Gengis Khan era sempre più padrone dell’Asia, trovandosi a
ridosso del più grande regno musulmano dell’epoca, quello di
Choresm, retto dal potentissimo scià Ala-ed Din Muhammed;
quest’ultimo pagò molto cara la sua superbia nei confronti del
gran Khan, dopo un grave incidente diplomatico verificatosi a
Otrar, fortezza di confine del regno Choresm:
il governatore del luogo aveva bloccato una carrovana, a causa
delle presunte spie mongole che si sarebbero trovate
all’interno; lo scià le condannò, senza alcuna remora, alla
pena capitale.
Gengis Khan, nell’apprendere la notizia, rimase incredulo, e
l’attribuì esclusivamente ad un colpo di testa del governatore
di Otrar; si sforzò di rimanere tranquillo, inviando quindi
una delegazione dallo scià per chiedere l’immediata consegna
del colpevole.
Lo scià, dall’alto del suo delirio di onnipotenza, non poteva
credere che un barbaro qualsiasi potesse imporgli la consegna
di un suo dignitario:
umiliò quindi la delegazione, giustiziandone il capo e
tagliando la barba agli altri.
Non comprese dunque che, così agendo, aveva firmato la propria
condanna a morte; se solo avesse conosciuto la furia cieca
delle orde mongole, avrebbe sicuramente evitato un simile atto
di superbia.
La collera di Gengis Khan fu in effetti, come previsto,
incontenibile ed immediatamente convocò a guerra il suo
possente esercito e tutti gli alleati.
Solo il re dei tanguti, tra i vassalli del grande impero, non
rispose all’appello ed anche questi, con il proprio
tradimento, decretò, di fatto, la fine del suo regno, per una
vendetta che fu soltanto rimandata.
Troppo forte era l’umiliazione subita ed essa, sulla scia
emotiva del momento, doveva essere immediatamente lavata con
il sangue; la resa dei conti, con il re dei tanguti, divenne
dunque solo una mera questione di tempo.
Era l’anno 1219 e l’imperatore di tutti i mongoli si
apprestava a lanciare 250.000 cavalieri contro un nemico
ancora ignaro del suo inesorabile e tremendo destino.
Gli eserciti mongoli furono divisi in diversi contingenti, con
a capo i figli del gran Khan ed i suoi luogotenenti; in
particolare, le truppe del figlio Giuci, si resero
protagoniste di un’impresa ai limiti della follia,
attraversando in pieno inverno i proibitivi passi tibetani e
giungendo, dopo una marcia infernale costellata da sofferenze
d’ogni genere, nelle pianure dell’impero di Muhammed.
I diversi contingenti mongoli sbucarono fuori da ogni
direzione, chiudendo in una tenaglia l’esercito di uno scià
sbigottito, incredulo di fronte alla sagacia militare del Khan
e di fronte al furore dei suoi guerrieri.
L’impero Choresm dovette subire, impotente, la tremenda
vendetta di Gengis Khan:
gli orrori che accompagnarono le conquiste delle città fecero
rabbrividire quei pochi in grado di scampare all’inferno di
morte e distruzione delle orde vittoriose.
La città di Buchara venne saccheggiata, data alle fiamme e
rasa al suolo; si narra che un abitante riuscito a salvarsi,
raccontò a tutti coloro che gli ponevano domande, che i
mongoli “ vennero, scavarono, incendiarono, uccisero,
depredarono, scomparvero.”
Anche la stessa Otrar, la città da cui tutto si era originato,
non potè resistere di fronte ai mongoli, che avevano messo a
frutto le tecniche d’assedio apprese durante le loro
innumerevoli campagne militari.
Gengis aveva dato ordine di catturare vivo quel governatore
che aveva fatto incriminare, solo poco tempo prima, i
commercianti mongoli; il suo destino fu agghiacciante:
trascinato in catene davanti al Khan in persona, gli venne
versato argento fuso nelle orecchie e negli occhi.
Con lo scià braccato dai luogotenenti di Gengis, Gebe,
Ssubutai e da suo genero Togugiar, come un cerbiatto da lupi
feroci ed assetati di sangue, anche la splendida Samarcanda,
capitale dell’impero, capitolò inesorabilmente, andando
incontro secondo copione, al suo terrificante destino; tutti
gli abitanti, ad uno ad uno, vennero infatti passati per le
armi e decapitati.
I luogotenenti del Khan, all’inseguimento dello scià,
risparmiavano ogni città che si arrendeva, mentre, tutti
coloro che opponevano resistenza, venivano scannati senza
pietà, come gli abitanti di Zaweh.
Nel frattempo lo scià Muhammed, abbandonato da tutti e ridotto
a semplice fuggiasco, dopo essersi diretto verso il mar Caspio,
non trovò di meglio che imbarcarsi verso una piccola isola,
dove morì, tristemente, in solitudine.
Morto lo scià, il suo successore designato, Gelal-ud Din,
riprese la lotta contro i mongoli dalla parte orientale
dell’impero, divenendo un avversario tenace ed agguerrito,
come il gran Khan da tempo non incontrava.
Intanto, il figlio minore di Gengis, Tuli, mosse verso la
regione del Chorassan, distruggendo tutte le fortezze che gli
si ponevano davanti ed accompagnando le conquiste, da una
crudeltà che conobbe un’ulteriore recrudescenza.
Si narra che, una volta conquistata la città di Merw, Tuli
assistette alla decapitazione degli abitanti e che le teste e
le orecchie tagliate arrivarono addirittura a costituire,
orribilmente, una sorta di macabra montagnola.
La città di Herat, che si era sollevata ai mongoli, dopo la
sua capitolazione venne praticamente cancellata, secondo il
consueto rituale.
I mongoli imperversarono in Chorassan ed in Afghanistan,
lasciando dietro di sé morte, devastazioni ed orrori d’ogni
genere; durante l’assalto alla fortezza di Bamian venne però
ucciso il nipote del Khan Moatugan, figlio di Ciagatay; la
vendetta del “signore oceanico” fu così tremenda, che furono
mandati a morte tutti gli esseri viventi incontrati, uomini o
bestie che fossero.
Si dice che un principe afghano, portato al cospetto di Gengis
Khan affermò che se le cose fossero continuate in quella
maniera, non ci sarebbe stato più nessuno per ricordare quegli
avvenimenti.
Sconfitto nella battaglia decisiva presso l’Indo, il giovane
Gelal-ud Din, che pur si distinse per ardore e coraggio,
suscitando l’ammirazione di Gengis, fu costretto alla fuga in
India, salvandosi miracolosamente dal furore delle truppe
mongole, poco inclini ad inseguirlo anche e soprattutto a
causa del clima, troppo caldo per le loro abitudini.
Al termine di lunghi anni di lotta, Gengis Khan aveva
annientato il più grande stato musulmano del tempo ed ora
l’impero dei mongoli dominava un territorio sconfinato, che si
estendeva dal mar del Giappone fino al mar Caspio; decise a
quel punto di fare ritorno nell’amata patria, ma lasciò ad
imperversare un contingente, a capo dei suoi luogotenenti,
Gebe e Ssubutai, i quali si spinsero audacemente verso
occidente, verso terre sempre più ignote, lontane migliaia e
migliaia di chilometri.
I mongoli, dopo aver annientato i cavalieri georgiani già
pronti a partire per la crociata, attraversarono, non senza
difficoltà, il Caucaso, a causa degli irti passi di montagna
che li obbligarono, tra le altre cose, a rinunciare alle loro
possenti macchine da guerra; appena terminata l’impresa,
trovarono immediatamente nuovi nemici pronti a sbarrar loro la
strada.
Nel frattempo le notizie delle imprese dei mongoli
cominciarono a giungere in occidente, per opera di Giacobbe di
Vitry; questi scrisse infatti ben 4 lettere, indirizzate a
Leopoldo d’Austria, ad Enrico d’Inghilterra, all’università di
Parigi e soprattutto al papa, dove raccontava le gesta di un
nuovo presunto protettore della cristianità, un nuovo Davide,
che si era elevato a paladino della Chiesa, sconfiggendo il
potente scià musulmano ed ora in procinto di marciare verso
Gerusalemme, prossima dunque alla liberazione.
Gengis Khan venne quindi indicato come un novello Davide e mai
notizia fu più infondata:
da oriente giungevano infatti, pian piano, notizie ben diverse
e terrificanti, evocanti saccheggi, distruzioni e massacri da
parte guerrieri feroci, assetati di sangue, senza alcuna pietà
per nessuno; si narrava che, nella loro impalcabile avanzata,
distruggevano ogni esercito nemico, lasciando, alle loro
spalle, soltanto una macabra scia di morte.
Intanto, imperterrita, proseguiva la marcia verso occidente di
Gebe e Ssubutai, alla testa del loro contingente di cavalieri:
davanti alle truppe mongole, nella vallata del Terek, si
opponeva un possente esercito formato da alani, circassi,
lesgini e comani; i mongoli si ingraziarono i comani, con doni
preziosi e merci, per poi distruggere le truppe nemiche e,
successivamente, gli stessi comani, da cui si fecero
riconsegnare tutti i regali.
La furia mongola continuò ad attraversare la Russia
meridionale, con la distruzione della fortezza genovese di
Sudak, mentre i principi russi, riuniti a Kiev, in concerto
con i comani, decisero di arginare l’avanzata delle orde
nemiche, radunando un possente esercito di 80.000 uomini.
I mongoli mandarono incontro ai russi 10 ambasciatori
affermando di non avere nulla contro di loro, ma, per tutta
risposta, essi vennero brutalmente trucidati, mentre
l’imponente armata, dopo aver varcato il Dnepr, travolgeva
un’avanguardia di 1000 cavalieri del Khan; senza saperlo i
russi stavano andando inesorabilmente incontro alla
catastrofe, figlia della rabbia mongola, per l’astio mostrato
e per l’umiliazione inflitta ai propri rappresentanti.
I cavalieri di Gebe e Ssubutai, pur numericamente inferiori,
dopo aver finto, come da rituale, di ritirarsi, si arrestarono
presso il fiume Kalba e da lì si lanciarono in una carica
furiosa, che spazzò via nove decimi dell’esercito russo.
Anche la Russia meridionale aveva dunque dovuto piegarsi di
fronte all’inarrestabile avanzata dei mongoli di Gebe e
Ssubutai, i quali, dopo migliaia di chilometri percorsi, dopo
aver riportato vittorie a ripetizione con poche decine di
migliaia di cavalieri, decisero di fare ritorno verso oriente.
Correva l’anno 1223; i due grandi generali tornarono in
patria, passando a nord del mar Caspio, accompagnati dallo
stesso numero di effettivi con cui erano partiti per la loro
missione.
Le perdite subite erano state infatti compensate, inglobando
nell’esercito, i nemici che si erano distinti per valore sul
campo, gli unici ad essere preservati dalla furia
distruttrice, dagli spaventosi massacri cui le orde mongole
davano orribilmente vita al loro passaggio.
Le conquiste del grande Gengis si arrestarono, dunque, alle
porte dell’Europa:
qualche anno più tardi i suoi eserciti avrebbero proseguito
oltre, arrivando fino alle rive del mar Adriatico.
Solo una missione rimaneva al gran Khan ormai anziano, figlia
di una promessa fatta anni prima, quando decise di muovere i
suoi cavalieri contro lo scià:
si trattava di punire duramente il re dei tanguti, il quale si
era rifiutato di fornire a Gengis, il supporto militare che
gli era stato chiesto, nella campagna contro lo scià; il Khan
non aveva dimenticato la promessa fatta qualche tempo prima,
di distruzione del regno tangutico, tanto che aveva dato
ordine di rammentarglielo ogni giorno, al mattino e alla sera.
Prima di partire per l’ennesima campagna militare, si
preoccupò della sua successione:
pur assegnando ai figli Ciagatay, Ugheday, Tuli e a Batu, il
figlio del defunto Giuci, parti dell’immenso impero, stabilì
che lo stesso doveva rimanere indiviso sotto l’egida del nuovo
gran Khan; questi doveva venir eletto dai successori del Khan
defunto, a tal fine chiamati a radunarsi in Mongolia, da ogni
parte del mondo in cui si fossero trovati.
Il regno dei tanguti non potè sottrarsi al suo destino di
soppressione, ma la vita di Gengis Khan, l’uomo che aveva
conquistato il più vasto impero della storia, volgeva ormai al
termine; il “signore oceanico”, il Khan di tutti i mongoli,
diretto discendente, secondo la leggenda, del “grande lupo
azzurro” , storico progenitore della razza mongola, morì il 18
agosto 1227, per i postumi di una caduta da cavallo, dopo aver
designato quale successore il figlio Ugheday e aver dato
incarico di proseguire l’espansione dell’impero in Cina, in
Asia Minore ed in Europa.
Al momento della sua nomina a gran Khan aveva profetizzato che
le future generazioni mongole avrebbero indossato vestiti
ricamati d'oro, mangiato cibi grassi e appetitosi, cavalcato
stupendi cavalli e tenuto fra le braccia belle donne; al
termine dei suoi giorni, quelli che sembravano soltanto i
sogni irrealizzabili di un sovrano presuntuoso, non solo si
erano incredibilmente realizzati, ma avevano ampiamente
superato le previsioni.
Il feretro di Gengis Khan fu trasportato su un carro verso il
monte Burkan Kaldun, accompagnato, nel suo ultimo viaggio,
dalla sua guardia personale che massacrava ogni essere vivente
che fosse apparso nelle vicinanze.
Sotto il nuovo gran Khan Ugheday le orde mongole proseguirono,
incontenibili, le loro conquiste, secondo i dettami del grande
Gengis:
venne definitivamente sottomessa la Persia, travolti i
principati russi, conquistate Mosca e Kiev.
I mongoli dilagarono in Polonia, Ungheria, Bulgaria, Serbia,
fino ad arrivare sulle coste dell’Adriatico; furono messe a
ferro e fuoco città come Cracovia o Lublino.
Soltanto l’improvvisa morte di Ugheday, avvenuta nel 1241,
preservò l’Europa dalla catastrofe assoluta, con i cavalieri
del gran Khan ormai alle porte di Vienna.
Secondo le prescrizioni della “jassa”, infatti, tutti i
discendenti di Gengis Khan dovevano far ritorno in Mongolia
per eleggere il successore e nessuno poteva e osò sottrarsi
alla volontà del fondatore del grande impero.
Gli stati europei dovettero pertanto la propria salvezza
proprio all’efficentissimo servizio postale ideato dal grande
Gengis:
esso infatti, attraverso i cavalieri dardo, fu in grado di
comunicare immediatamente, alle pur lontanissime truppe, la
notizia della morte di Ugheday, stoppando la loro
irresistibile marcia.
Sotto il nuovo Khan, Kubilay, figlio di Tuli, l’impero mongolo
raggiuse il massimo del suo splendore con la conquista della
Cina Sung, ma il nipote del grande Gengis cominciò ad
assuefarsi troppo agli splendori e allo sfarzo dei cinesi,
finendo per contaminare il dna stesso dei mongoli e
determinando l’inizio della fine del vasto impero.
Esso scomparve, inesorabilmente, di lì a poco, sciogliendosi
come neve al sole, con la stessa rapidità con la quale si era
costituito per mezzo del grande Gengis.
Anche il mito dell’invincibilità dei cavalieri mongoli aveva,
nel frattempo, cominciato a vacillare:
nel 1281 l’imponente flotta, pronta all’invasione del
Giappone, venne infatti spazzata via da un violento tifone; i
giapponesi attribuirono la loro salvezza ad un miracolo
celeste ed un nuovo termine risuonò per ricordarlo, quello
stesso termine che evoca oggi sinistri spettri di morte e
distruzione:
“kamikaze”, il vento divino.
Le leggendarie gesta dei mongoli di Kubilay, nipote del grande
Gengis, ci sono giunte grazie al “Milione” di Marco Polo, il
libro del viaggiatore veneziano che, assieme al padre Niccolò
ed allo zio Matteo, al termine di un viaggio straordinario da
Acri fino al cuore dell’Asia, trascorse oltre 20 anni della
sua vita proprio al servizio del gran Khan, assistendo agli
sfarzi di una corte ormai sempre più distante dalla fiera
tradizione nomade del proprio popolo. |