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Non
fu né re, né imperatore, ma è divenuto ugualmente il simbolo
della potenza e della gloria della Roma millenaria.
Dopo la fondazione dell’impero, ad opera di Ottaviano Augusto,
gli stessi imperatori vennero insigniti con il titolo di
“Cesari”, a dimostrazione della grandezza di questo favoloso
condottiero; questi, al termine di un percorso lastricato da
imprese leggendarie e successi clamorosi, si trasformò, di
fatto, nel signore incontrastato di Roma.
Ma ciò non basta a comprendere il mito di quest’uomo,
dell’identificazione tra la sua figura e quella della città
eterna:
altri prima di lui, come Silla, concentrarono un potere
smisurato e gli imperatori dopo di lui.
Cesare si impose come il simbolo della leggenda di Roma per il
suo carisma, per la sua furbizia, per la sua intelligenza, per
la sua eccelsa arte oratoria, per il suo straordinario genio
militare; disse di lui Cicerone:
" ebbe ingegno, equilibrio, memoria, cultura, attività,
prontezza, diligenza. In guerra aveva compiuto gesta grandi,
anche se fatali per lo stato. Non aveva avuto per molti anni
altra ambizione che il potere, e con grandi fatiche e pericoli
l'aveva realizzata. La moltitudine ignorante se l'era
conquistata coi doni, le costruzioni, le elargizioni di viveri
e banchetti. I suoi li aveva acquistati con premi, gli
avversari con manifestazioni di clemenza, insomma aveva dato
ad una città, ch'era stata libera, l'abitudine di servire, in
parte per timore, in parte per rassegnazione".
Nacque, in definitiva, intorno alla sua persona, una sorta di
mito dell’invincibilità, quella stessa invincibilità che
circondava le gesta della potenza romana.
Caio Giulio Cesare nacque a Roma il 13 luglio del 100. a.c. da
una famiglia appartenente alla gens Julia, che si diceva
diretta discendente di Iulo, figlio di Enea e della dea
Venere.
La sua giovinezza non fu affatto facile, a causa dei contrasti
con il potentissimo Silla in quanto, non solo era nipote di
Mario, ma ne aveva sposato anche la figlia del suo
luogotenente Cinna, Cornelia; correva l’anno 84 a.c.
Ciò provocò l’ira della stesso Silla, che gli impose di
ripudiare la moglie, ma Cesare si rifiutò di eseguire l’ordine
del dittatore e, per questo motivo, venne condannato a morte,
pena poi commutata in esilio; si recò a quel punto in oriente,
dove compì le sue prime esperienze militari e diplomatiche,
presso re Nicomede di Bitinia.
Già qualche anno prima era sfuggito miracolamente alle liste
di proscrizione di Silla e si racconta che il dittatore,
acconsentendo alla cancellazione del nome di Cesare, mormorò
che ci sarebbe stato di che pentirsi per quella scelta, in
quanto in quel ragazzino rivedeva molti Marii.
Fece ritorno a Roma alla morte di Silla, iniziando a
percorrere, a soli 21 anni, quella carriera politica che lo
avrebbe condotto alla gloria eterna, con la celebre orazione
prima contro Cornelio Dolabella, poi contro Caio Ibrida,
accusati, rispettivamente, di corruzione e di aver compiuto
saccheggi in Grecia.
Il nome di Cesare era ormai sulla bocca di tutti, per
l’audacia e la fermezza dimostrata contro l’oligarchia sillana,
ma solo due anni dopo, nel 76 a.c., preferì ripartire per
l’oriente e precisamente per Rodi, al fine di completare gli
studi filosofici, alla scuola di Apollonio Molone.
La sua nave venne però intercettata dai pirati, che lo fecero
prigioniero, chiedendo, per la sua liberazione, un riscatto di
20 talenti; si narra che a quel punto, sdegnato per l’esiguità
della somma, invitò i suoi carcerieri a chiedere un riscatto
molto più alto.
Libero dopo 38 giorni, organizzò una flotta per dare la caccia
ai pirati e, dopo averli raggiunti e catturati, li fece
brutalmente crocifiggere.
La sua ascesa politica vera e propria cominciò nel 68 a.c.
quando, ricorrendo all’aiuto economico di Crasso, venne eletto
questore, carica che lo condusse all’amministrazione della
Spagna; si narra che proprio in Spagna e precisamente a
Cadice, scoppiò a piangere dinanzi alla statua di Alessandro
Magno che, alla sua età, aveva, contrariamente a lui, già
raggiunto, con la conquista dell’ Asia, la gloria; e si
racconta anche di come Cesare, giunto in uno sperduto
villaggio di montagna, affermò che preferiva essere il primo
cittadino di quel luogo, piuttosto che il secondo a Roma; sono
episodi in grado di far compredere perfettamente la suo
sfrenata ambizione politica, quell’intenso desiderio di
divenire un personaggio di prim’ordine; e i sogni giovanili si
sarebbero tramutati in una realtà ancora più rosea di quella
immaginata, negli intricati anni della gavetta politica, in
una Roma straziata dalle lotte intestine, per la conquista del
potere.
Divenuto edile curule, nel 65, seppe conquistarsi il favore e
l’ammirazione dei romani con la realizzazione di opere
architettoniche di grande risalto e con maestosi giochi
gladiatori; inoltre, tra l’entusiasmo della gente, fece
ricollocare in Campidoglio la statua di Mario ed i simboli
delle sue vittorie.
Cesare era un politicante nato, consapevole che alleanze
politiche e consenso popolare erano alla base del successo:
si era legato al ricchissimo e potentissimo Crasso e non
mancava di appoggiare le iniziative di Pompeo; i giochi da lui
organizzati come edile curule furono di uno sfarzo tale da far
impallidire il ricordo di quelli precedenti, ma l’incredibile
entusiasmo popolare raggiunto ebbe anche il suo imbarazzante
rovescio della medaglia.
Per intraprendere la sua personale scalata al potere, non badò
a spese, indebitandosi, pertanto, a dismisura; da quel momento
i debiti ed i debitori non avrebbero mai cessato di
perseguitarlo, divenendo compagni fedeli della sua intensa e
movimentata esistenza.
Nel frattempo, nel 68, prematuramente deceduta la moglie
Cornelia, sposò Poppea, che sarebbe stata poi ripudiata,
qualche anno dopo, a causa di una presunta relazione
extra-coniugale con Clodio.
Poppea venne processata, con l’accusa di aver fatto entrare
Clodio, travestito da donna, nel recinto sacro alla dea Bona,
cui la stessa moglie di Cesare , in qualità di sacerdotessa,
era devota.
In realtà non c’era certezza circa l’effettiva conoscenza, da
parte di Poppea, dell’azione di Clodio ed il grande
conquistatore, al processo, sostenne, in effetti, la causa
della moglie, affermando tuttavia di aver divorziato, perché
la consorte di Cesare non poteva essere macchiata neppure dal
sospetto.
Pur con l’ombra inquietante dei creditori, Cesare riuscì a
farsi eleggere, nel 63, pontefice massimo e nello stesso anno,
uscì miracolosamente indenne dallo scandalo provocato dalla
congiura di Catilina, nonostante, sembra, avesse avallato
l’azione e nonostante si fosse schierato contro la sentenza
capitale di alcuni congiurati.
Intanto la sua carriera politica procedeva a gonfie vele, con
la nomina nel 62 a pretore, e con quella, nel 61, a
pro-pretore in Spagna.
La sua partenza verso la penisola Iberica, fu fortemente
osteggiata dai suoi creditori, che vedevano in pericolo la
riscossione delle cifre astronomiche a loro dovute, ma ancora
una volta intervenne provvidenzialmente Crasso a saldare il
debito, consentendo così, al futuro dittatore, di
intraprendere il viaggio.
In Spagna Cesare si dimostrò un valido amministratore ed un
ottimo stratega militare, adottando il pugno di ferro nei
confronti delle popolazioni irriducibili; l’uomo che fece
ritorno a Roma, aveva accumulato notevoli ricchezze e aveva
raggiunto un considerevole prestigio politico.
Cesare fu quindi in grado di proporre a Crasso e ad un Pompeo
in difficoltà, dopo aver fatto ritorno dall’oriente e
congedato le sue legioni, un’alleanza politica, che sarebbe
passata alla storia con il nome di primo triumvirato.
Grazie all’ appoggio degli alleati, Cesare divenne, nel 59,
console, procedendo immediatamente all’adozione di misure
favorevoli al suo finanziatore Crasso, consistenti in aiuti di
carattere economico e a Pompeo, quali la distribuzione di
terre ai veterani e all’avallo delle decisioni che questi
aveva adottato in oriente; il legame con Pompeo venne poi
consolidato con il matrimonio tra il grande generale e sua
figlia Giulia.
Ormai
sempre più potente, si fece assegnare il governo delle
provincie della Gallia Cisalpina, dell'Illirico e della Gallia
Nerborense, mentre Pompeo assumeva il controllo della Spagna e
Crasso quello della Siria, dove infuriava la lotta contro l’
indomabile regno dei Parti; e proprio combattendo contro i
Parti, Crasso trovò la morte, a Carre, nel corso del 53.
Cesare aveva disperato bisogno di quella gloria militare che
Pompeo aveva già abbondantemente raggiunto; l’avrebbe trovata,
al termine di ben 8 anni di guerra, in quella stessa Gallia di
cui aveva assunto l’amministrazione e che l’avrebbe dunque
fatto assurgere alla gloria eterna.
Il pretesto alla lunga campagna, documentataci dalle celebri
pagine del “de bello gallico”, fu costituito dalla migrazione
degli elvezi verso il territtorio degli edui, alleati dei
romani, a causa della pressione degli svevi di Ariovisto.
Cesare intervenne direttamente, sconfiggendo duramente gli
elvezi a Bibracte e costringendoli a fare marcia indietro,
verso la terra d’origine, ossia nell’odierna Svizzera.
Dopo gli elvezi fu la volta degli svevi di Ariovisto, il
quale, inconsapevole della forza delle legioni romane, aveva
apertamente sfidato Cesare; trovatosi di fronte al nemico,
Ariovisto si rese conto del grave pericolo cui stava andando
incontro e si dichiarò pronto a raggiungere un accordo.
I successivi colloqui non diedero i risultati sperati, per il
rifiuto sdegnato, del re germanico, di lasciare i territtori
gallici; lo scontro fu dunque inevitabile e fatale agli svevi,
sbaragliati impietosamente e costretti a ripiegare al di là
del Reno.
Lo stesso Ariovisto venne gravemente ferito e morì qualche
tempo dopo.
Cesare approfittò del successo riportato per far ritorno nella
Gallia Cisalpina, dopo aver lasciato le truppe agli ordini del
fedele Labieno; nel frattempo alcuni popoli della Gallia
settentrionale belgica ed in particolare, i suessoni, i
bellovagi, i nervi, gli atrebati, gli ambiani, i morini, gli
aduatici i caleti, i veliocassi, i menapi i viromandui, i
cerosi, gli eburoni, i condrusi, i pemani si erano alleati tra
di loro in funzione anti-romana, ammassando un esercito
spaventoso, forte di quasi 400.000 uomini.
Cesare, incurante della netta inferiorità numerica, marciò
verso i nemici, riportando vittorie su vittorie, riducendo
all’ubbedienza tutta la Gallia belgica.
Ad una ad una tutte le popolazioni della Gallia, tra cui i
veneti, i sotiati, i tarusati, i vocati, dovettero piegare la
testa di fronte allo strapotere militare romano e di fronte al
genio militare dello stesso Cesare; ma la quiete ebbe breve
durata, in quanto, nel 55, si ebbe notizia che due popolazioni
germaniche, quella dei tencteri e quella degli usipeti,
avevano attraversato il Reno.
Immediatamente Cesare marciò contro di esse, con le sue
legioni e, dopo averle raggiunte, le sconfisse duramente; fu
proprio in quella circostanza che il grande conquistatore
compì un’opera ancor oggi considerata un capolavoro di arte
militare:
in soli 10 giorni i suoi uomini realizzarono, sul Reno, un
ponte di legno, in grado di trasportare le legioni al di là
del fiume, considerato dai germani una barriera insuperabile;
dopo soli 18 giorni di permanenza in Germania, il futuro
signore di Roma fece ritorno in Gallia, non senza aver
distrutto l’imponente opera architettonica.
Con quella grandiosa impresa voleva dimostrare, ai suoi
nemici, lo strapotere militare di Roma e che non c’era niente
e nessuno in grado di poter arginare l’avanzata dei suoi
eserciti.
Non pago dell’impresa realizzata, organizzò ben 2 spedizioni
verso la misteriosa Britannia, dove affrontò e sconfisse le
fiere popolazioni locali, raggiungendo le rive del Tamigi; la
campagna nell’isola fu però obbligatoriamente interrotta, a
causa delle rivolte che, guidate dagli eburoni di Ambiorige,
con l’appoggio delle popolazioni germaniche, stavano
divampando in Gallia e a cui si doveva porre un immediato
rimedio.
Ambiorige riportò un clamoroso successo contro i romani di
Sabino, incendiando ancora di più la turbolenta regione, ormai
in piena sommossa contro gli odiati dominatori; i ribelli,
forti di 60.000 uomini, erano sul punto di travolgere le
truppe romane di Quinto Cicerone, quando vi fu la
provvidenziale irruzione di Cesare, il quale, sia pure, ancora
una volta, in netta inferiorità numerica, sconfisse duramente
gli indomiti nemici.
Cesare volle poi impartire una severa lezione ai germani, i
quali, ancora una volta, avevano dimostrato tutto il loro
astio e la loro pericolosità; oltrepassato ancora il Reno, le
legioni cesariane scatenarono una dura repressione,
trattenendosi in territtorio nemico per ben tre mesi.
Tornato in Gallia, sconfisse definitivamente gli eburoni,
massacrati senza alcuna pietà, riportando, in tutta la
provincia, quell’ ordine destinato ad essere violato nel 52,
quando riesplose una nuova violenta ribellione, facente capo
al giovane re degli arverni, il cui nome è entrato nella
leggenda:
Vercingetorige.
Questo valoroso condottiero trentenne, mise in grave crisi il
grande Cesare, con il suo carisma, accomunato ad un innata
capacità militare; in breve tempo trascinò tutta la regione
nella lotta contro i romani, radunando un nuovo smisurato
esercito.
Ben conscio della superiorità militare romana in campo aperto,
scelse la logorante tattica della guerriglia, facendo terra
bruciata intorno alle legioni.
Ogni villaggio, ogni città, ogni casa vennero incendiati;
tutta la Gallia fu tramutata in un unico immenso fuoco, ad
eccezione della città di Avarico, i cui abitanti si erano
impegnati a difenderla fino all’ultimo uomo.
Il proposito sarebbe risultato poi vano, in quanto Cesare,
dopo aver cinto d’assedio la città, nonostante la disperata
resistenza opposta, riuscì a conquistarla, scatenando una dura
rappresaglia; commise però uno dei pochi errori della sua
gloriosa carriera militare, scegliendo di dividere l’esercito
in due, uno, alle sue strette dipendenze, verso Gergovia,
capitale dell’Arvernia, l’altro, al comando di Labieno, verso
la Sequana.
Ma su Gergovia marciò anche Vercingetorige, che, per la prima
volta, inferse ai romani una gravissima sconfitta.
Cesare era in gravissima difficoltà, ma la fortuna tornò ad
assisterlo, in quanto, scriteriatamente, Vercingetorige,
galvanizzato dai successi riportati, decise di abbandonare la
tattica della guerriglia, per affrontare i romani in campo
aperto; una scelta che si sarebbe infatti rivelata, di fatto,
fatale ai destini della Gallia.
Il pur sterminato esercito gallico, venne travolto dalle
legioni di Cesare, fortemente irrobustite con l’arruolamento
di grossi contingenti di cavalieri germanici; Vercingetorige
fu quindi costretto a rifugiarsi tra le mura di Alesia, in
attesa di ricevere, da tutta la Gallia, i sospirati rinforzi.
Cominciò, a quel punto, il celebre assedio di Alesia, un altro
capolavoro di strategia militare tramandatoci dal grande
conquistatore romano, che riuscì nell’impresa di far
capitolare una città fortificata, apparentemente
inespugnabile.
Cesare fece circondare Alesia con due possenti valli
fortificati e diede ordine addirittura di deviare il corso di
un fiume per assicurare i rifornimenti idrici ai suoi
legionari; i lavori vennero completati nel giro di 40 giorni,
non senza difficoltà, per i continui attacchi gallici, volti a
rompere il temibile assedio.
All’interno di Alesia, la situazione si faceva di giorno in
giorno sempre più drammatica, con le riserve di cibo ormai
prossime all’esaurimento; Vergingetorige tentò il tutto per
tutto e con una mossa disperata, per alleggerire il fabbisogno
di scorte alimentari, fece uscire dalle mura i vecchi le donne
ed i bambini, ma Cesare, senza alcuna remora, li fece tornare
indietro, conscio che ciò gli avrebbe consentito di ottenere,
in breve tempo, una sicura capitolazione.
Per i Galli fu la fine, anche perché i tanto sospirati
rinforzi non riuscirono a rompere la morsa intorno alla città
e furono ricacciati indietro.
Vercingetorige, conscio della sconfitta, tentò, eroicamente,
di pagare per tutti e di salvare, in questo modo, la città ed
i suoi abitanti dalla sete di vendetta delle legioni romane:
dopo essersi vestito della sue splendida armatura, salì sul
suo cavallo e si recò, da solo, all’accampamento del letale
nemico romano; giunto che era al cospetto di Cesare, gli
consegnò la sua spada, chiedendo di punire solo lui e di
risparmiare il suo popolo.
La nobiltà del gesto non commosse però Cesare, che non poteva
perdonare quel ribelle:
fu quindi ridotto in catene e portato, come trofeo, a Roma,
dove avrebbe trovato la morte qualche anno più tardi.
Dopo 8 anni di guerra, la Gallia era definitivamente
pacificata sotto l’egida di Roma; Cesare aveva finalmente
ottenuto la gloria militare, la sua popolarità era al culmine,
ma nuove minacciose nubi si stavano addensando sulla figura
del grande conquistatore.
Morto Crasso, nel 53, mentre combatteva contro i Parti, il
potere era divenuto un affare tra lo stesso Cesare e Pompeo,
il cui rapporto d’amicizia, nonostante l’alleanza politica ed
i vincoli famigliari, si stava lentamente disintegrando, per
lasciare spazio ad una violenta contrapposizione.
Pompeo, nel 52, aveva ottenuto l’insolita carica di console
senza collega e, in assenza di Cesare, preoccupato dai
ripetuti trionfi militari gallici, si prodigò per mettere
fuorilegge il pericoloso rivale.
Riuscì pertanto ad ottenere l’appoggio del senato che intimò a
Cesare, al quale era nel frattempo scaduto il mandato in
Gallia, di sciogliere l’esercito e di far immediato ritorno a
Roma come semplice cittadino.
Ma Cesare non poteva e non voleva ubbidire alla volontà
senatoria, in primo luogo a causa della sua spaventosa
situazione debitoria, in secondo luogo a causa di Pompeo; se
fosse tornato a Roma privatamente sarebbe stata probabilmente
la sua fine, braccato dai creditori e tra le grinfie del
pericolosissimo rivale.
Con una mossa clamorosa scelse pertanto la via della
ribellione, varcando, il 10 gennaio del 49, alla testa di una
sola legione, formata dai suoi fedelissimi, il fiume Rubicone,
presso l’attuale Bellaria, che segnava il confine tra la
Gallia Cisalpina e l’Italia; nessuno poteva varcare in armi
quel piccolo corso d’acqua e così facendo Cesare si era
dichiarato nemico della repubblica.
“Il dado è tratto” esclamò mentre si approssimava ad
attraversare il Rubicone; Tito Livio, invece, nel descrivere
quell’evento, affermò che “alla testa di 5000 uomini e 300
cavalli, Cesare mosse contro l’universo”.
La marcia di Cesare fu trionfale e scatenò il panico tra i
senatori, timorosi di una nuova spirale di sangue e violenza,
sulla falsariga di quanto aveva fatto, precedentemente a lui,
il feroce Silla; la sua indiscussa sagacia, in campo militare,
lo portava, d’altronde, a comparire in qualunque luogo, in
qualunque città, prima del previsto, giocando d’anticipo, sul
fattore sorpresa.
Lo stesso Pompeo, anziché marciare contro il rivale, scelse la
via della fuga, assieme alla stragrande maggioranza del
senato, recandosi, prima a Brindisi e poi, nonostante il
disperato inseguimento di Cesare, via mare, in Grecia.
Il futuro dittatore avrebbe voluto imbarcarsi per chiudere
immediatamente la partita con il suo grande rivale ma, a causa
della mancanza di mezzi di trasporto, fu costretto a
rinunciare a a rimandare la resa dei conti definitiva.
Giunto indisturbato a Roma, preoccupato di non essere tacciato
come un nuovo Silla, cercò di comporre la controversia,
tentando, inutilmente, di coinvolgere i senatori superstiti
nell’esercizio del potere repubblicano e nella promozione di
un’ambasceria, nei confronti di Pompeo.
Andato a vuoto il tentativo, Cesare scelse la politica del
muro contro muro, radunando i suoi soldati e pianificando una
nuova campagna militare in Spagna, al fine di schiantare la
resistenza delle legioni fedeli a Pompeo; prima di affrontare
direttamente il nemico, voleva infatti coprirsi le spalle, per
impedire che le truppe pompeiane, stanziate in Spagna,
potessero, in sua assenza, marciare verso Roma e stringerlo
poi tra due fuochi, in concerto con il contingente orientale a
capo dello stesso Pompeo.
A tal fine mise le mani, indisturbato, sull’erario dello
stato, ostacolato soltanto dal tribuno della plebe Metello.
Questi tentò, vanamente, di fare scudo, con il proprio corpo,
all’erario, ma, minacciato di morte, fu costretto a farsi da
parte.
La spedizione di Cesare fu trionfale:
in Spagna, le legioni del grande conquistatore, non senza
poche difficoltà, riuscirono a piegare la pur vigorosa
resistenza dei tenaci luogotenenti pompeiani, Afranio, Petreio
e Terenzio Varrone; Cesare, di ritorno dalla penisola iberica,
fece anche in tempo ad assistere alla capitolazione di
Marsiglia, stremata dall’assedio guidato dal fedele Tribonio.
Tornando a Roma, dove nel frattempo era stato nominato
dittatore, si trovò ad affrontare l’insubordinazione della IX
legione, insofferente al divieto di saccheggio e sospettosa
che il grande generale prolungasse le operazioni militari, in
quanto impossibilitato a retribuire i legionari; la fermezza
di Cesare consentì di far rientrare la rivolta, conclusasi con
la condanna morte di 12 soldati, estratti a sorte, secondo la
spietata misura della decimazione, tra i 120 soldati
sobillatori.
Raggiunta
la città eterna, padrone indisturbato della città, si fece
nominare, nel 48, console; in questo periodo adottò tutta una
serie di misure per alleggerire il problema dei debiti, ma,
dopo solo 11 giorni, decise di passare alla resa dei conti con
il suo grande rivale Pompeo, che intanto, in oriente, come
previsto, aveva radunato un potente esercito ed una imponente
flotta.
Partito da Brindisi, sbarcò, nel gennaio del 48, con le sue
legioni, in Epiro e si accampò presso il fiume Apsos, in
attesa dei rinforzi del luogotenente Marc’Antonio; ma Marc’Antonio
era impossibilitato a salpare in quanto le navi sulle quali si
sarebbe dovuto imbarcare, vennero intercettate e distrutte
dalla possente flotta pompeiana di Bibulo.
Solo qualche mese dopo Cesare potè ricevere i sospirati
rinforzi, ma la situazione si fece man mano delicata a causa
delle difficili condizioni ambientali nelle quali si venne a
trovare con le sue legioni:
schiacciato tra i pompeiani ed un territtorio aspro e
montuoso, impossibilitato a rifornirsi, a corto di viveri,
l’esercito di Cesare era sul punto di cedere, martoriato dalla
fame e delle sofferenze fisiche.
Nel primo scontro tra i due eserciti, le legioni di Pompeo
ebbero la meglio su quelle di Cesare che, proprio mentre
sembrava prossimo alla capitolazione, diede sfoggio del suo
grande genio militare, ritirandosi strategicamente e simulando
una fuga, al fine di allontanare il nemico dalla costa.
Dal canto suo Pompeo rifiutò fatalmente di assestare il colpo
di grazia al nemico in difficoltà, un errore che avrebbe
pagato amaramente, talmente vistoso che lo stesso Cesare
esclamò che “la vittoria sarebbe stata dei nemici, se solo
avessero avuto un vincitore.”
Al termine di una lunga marcia forzata, Cesare, giunto in
Tessaglia, si attestò presso la pianura di Farsalo, ove
intendeva dar battaglia, in campo aperto, alle truppe di
Pompeo, il quale, sicuro della vittoria su un nemico
considerato in rotta, si stava logorando in un estenuante
inseguimento.
Il 9 agosto del 48, con le legioni schierate le une di fronte
alle altre, si svolse la battaglia che avrebbe mutato i
destini di Roma, a favore del suo figlio più illustre.
Sul piano numerico le truppe di Pompeo superavano nettamente
quelle di Cesare, ma la loro composizione era alquanto
eterogenea:
gran parte del contingente pompeiano era stato infatti
reclutato dalle molte clientele e tra gli stati satelliti
orientali, mentre Cesare poteva contare sulle sue fedelissime
legioni, formate dai devoti veterani, soldati disposti a tutto
per la vita e la gloria del loro comandante; celebre era lo
zoccolo duro cesariano, composto dalla storica X legione,
costituita dai seguaci della prima ora.
Il futuro signore di Roma, viveva in simbiosi con i suoi
uomini, forgiando con essi un rapporto quasi fraterno,
consultandoli prima di ogni decisione, parlando loro prima di
ogni battaglia; oltre a questo aspetto di carattere personale,
ce n’era anche un altro di carattere prettamente economico:
Cesare ricompensava generosamente i suoi legionari, pagandoli
profumatamente e ricoprendoli di gloria e onori; fu proprio
questo il motivo principale dei debiti astronomici che egli
contrasse e che l’accompagnarono fino alla fine dei suoi
giorni.
La battaglia di Farsalo decretò la consacrazione di Cesare e
la definitiva sconfitta di Pompeo; ancora una volta decisiva
era risultata l’innata arte bellica di Cesare, che sbaragliò
il più numeroso nemico, grazie ad un nuovo, ennesimo
capolavoro strategico:
al fine di contenere l’urto della cavalleria pompeiana,
schierò abilmente 6 coorti, armate di lunghe lancie, le quali
si posero, di fronte al furioso assalto nemico, come un
ostacolo insuperabile.
Il grande conquistatore aveva dunque riportato l’ennesimo,
clamoroso trionfo, mentre Pompeo, a battaglia ancora in corso,
conscio della sconfitta, fuggì in sella al suo cavallo, per
recarsi a Larissa e poi, via Lesbo, in Cilicia.
Da quei luoghi si trasferì infine, in Egitto, ove meditava di
preparare la riscossa, certo di trovare un valido appoggio nel
re Tolomeo; questi era infatti il figlio di Tolomeo XII, che
proprio Pompeo aveva rimesso sul trono.
Il grande generale romano aveva dunque intenzione di
costituire un nuovo possente esercito, per affrontare l’odiato
rivale, in concerto con la sua flotta, ancora pienamente
efficiente.
Ma Pompeo aveva fatto male i suoi conti, finendo brutalmente
assassinato, di fronte agli occhi inorriditi dei suoi
famigliari, per ordine dello stesso Tolomeo, che stava, nel
frattempo, affrontando un duro conflitto, per la successione,
con la sorella Cleopatra, cominciato dopo la morte del padre
Tolomeo XII.
Intanto Cesare, ignaro di quanto era successo, si era lanciato
in una caccia spietata al suo nemico letale; la sua popolarità
era al massimo e il suo esercito ingrossato dalle legioni che,
sconfitte a Farsalo, avevano deciso di passare al suo fianco.
Giunto in Egitto, con un piccolo contingente militare, apprese
la notizia della morte di Pompeo, nel più agghiacciante dei
modi; ad uno sconvolto Cesare venne infatti inviata e mostrata
la testa del nemico, assieme all’anello con il suo sigillo, su
precisa volontà di Tolomeo, che intendeva, in questo modo,
conquistarsi i favori del grande condottiero, nella lotta
contro la sorella Cleopatra.
La scelta si rivelò invece nefasta, in quanto Cesare rimase
inorridito dal macabro spettacolo, non nascondendo la propria
indignazione per quel gesto ignobile; dimostrò quindi una
profonda magnanimità verso gli ultimi seguaci di Pompeo e si
prodigò per rendere gli onori funebri al rivale, consegnando
le ceneri alla sua famiglia.
In Egitto Cesare venne inaspettatamente coinvolto nella lotta
successoria tra Tolomeo e Cleopatra, totalmente impreparato ad
affrontarla:
aveva infatti con sé soltanto un piccolo contingente di 3200
legionari e 800 cavalieri, ignaro dei venti di guerra che
sarebbero nuovamente soffiati contro di lui.
Dopo aver inutilmente cercato di risolvere, con una
conciliazione, il problema della successione al trono, si
trovò, infatti, improvvisamente assediato, ad Alessandria, a
causa di una violentissima rivolta, alla cui testa si pose
proprio Tolomeo.
Stretto in una morsa letale, per ben 5 mesi, resistette
eroicamente all’interno della città, sia pure con non poche
difficoltà, vista l’esiguità delle forze a sua disposizione e
la penuria di rifornimenti; si racconta come, durante la
furiosa battaglia, presso il porto vecchio di Alessandria, il
grande generale, si salvò, a stento, a nuoto, dalla furia dei
nemici.
Ma Cesare ancora una volta diede sfoggio di tutta la sua
innata arte militare riuscendo, anche grazie ai provvidenziali
rinforzi di Mitridate di Pergamo, che alleggerirono la
pressione sulla città, ad attaccare e travolgere le truppe di
Tolomeo, costrette ad una precipitosa fuga, durante la quale
trovò la morte anche il giovane sovrano egizio.
La lotta per la successione al trono era terminata e Cesare,
alla testa delle legioni, potè far ingresso ad Alessandria,
accolto dalla bellissima Cleopatra, ormai signora indiscussa
del paese.
Il grande comandante romano era rimasto folgorato dalla
straordinaria bellezza della regina, quella stessa bellezza
che sarebbe risultata letale, qualche anno dopo, ai sogni di
gloria del fedele Mar’Antonio; nei tre mesi trascorsi in
Egitto, scoppiò, tra Cleopatra e Cesare, una passione
travolgente, dalla quale nacque un figlio, Cesarione, poi
giustiziato, nel 31 a.c., su ordine di Ottaviano.
L’idillio fu interrotto da una nuova campagna militare, contro
Farnace, re del Bosforo Cimmerio e figlio di Mitridate,
ansioso di occupare quel Ponto già appartenuto al famoso
genitore; Farnace fu liquidato in soli 5 giorni, tanto che
Cesare, nell’annunciare la strepitosa vittoria al senato,
pronunciò le celebri parole “veni, vidi, vici”.
Mentre Cesare celebrava i suoi trionfi orientali, la
situazione, a Roma, si stava facendo sempre più turbolenta,
per il malcontento di alcuni esponenti politici e degli
avversari del vincitore di Pompeo; fu proprio il cesariano
Cornelio Dolabella ad incarnare il crescente malessere,
attaccando i provvedimenti di Cesare relativi ai debiti,
proponendo la remissione degli stessi ed il condono degli
affitti.
Le proteste sfociarono in scontri armati, duramente repressi
da Marc’Antonio, nella sua veste di magister equitum, ma altre
cattive notizie giungevano intanto dalla Campania, dove le
legioni si erano ammutinate, reclamando a gran voce il
pagamento delle loro spettanze ed insofferenti all’imminente
campagna militare in Africa, volta ad affrontare il possente
esercito radunato dagli irriducibili seguaci di Pompeo,
Metello Scipione, Labieno, Catone e dai suoi figli Sesto e
Cneo, appoggiati da Giuba, re di Numidia.
Cesare si recò, pertanto, immediatamente a Roma al fine di
riuscire a ripristinare l’ordine.
In primo luogo intervenne con un nuovo provvedimento, che
fissava un limite massimo per gli affitti; in secondo luogo si
prodigò per reprimere la rivolta delle legioni che,
minacciosamente, stavano avanzando verso Roma.
Cesare si recò loro incontro al Campo Marzio, riuscendo,
ancora una volta, con il suo grande carisma, a ricondurle ai
suoi ordini:
il dittatore, di fronte ai soldati schierati, li chiamò
quirites, cittadini, in luogo di commilitones, facendo loro
intendere che gli concedeva il congedo e li considerava ormai
semplici cittadini; gli promise inoltre, a guerra finita, il
pagamento delle spettanze che reclamavano a gran voce.
Il discorso di Cesare suscitò grandissima ammirazione tra le
legioni, che decisero, soggiogate dal suo eccezionale
ascendente, di seguire il loro comandante nella nuova
avventura.
Il tempo delle armi non era dunque ancora terminato ed era
giunta l’ora di affrontare il possente esercito
filo-pompeiano, stanziato, minacciosamente, in Africa.
Cesare decise di affrontare il problema alla radice ed a Tapsa,
il 6 aprile 46, riportò una vittoria clamorosa, sul possente
nemico; Metello Scipione e Giuba si diedero la morte così come
Catone, che si tolse la vita con grande dignità e pacatezza,
dopo aver consumato tranquilamente la cena e aver letto il
Fedone di Platone.
Si trattava ora di inseguire le ultime sacche di resistenza
pompeiane in Spagna, dove avevano trovato la fuga i figli Cneo
e Sesto e Labieno, ma prima era il tempo di celebrare a Roma,
in maniera sontuosa, i 4 grandiosi trionfi, in Gallia, ad
Alessandria, nel Ponto, in Africa:
Cesare sfilò per la città su di un carro trascinato da 4
cavalli bianchi, seguito da Vercingetorige, dal figlio di
Giuba di Numidia e dalla figlia di Tolomeo, esibiti, come
macabri trofei, dinanzi al popolo romano.
Nessuno poteva ormai arginare la sua grandezza, la sua fama,
la sua gloria, raggiunte al termine di anni ed anni di
entusiasmanti, strepitose imprese militari, festeggiate con
giochi sontuosi, degni delle stesse.
Dopo il bagno di gloria venne l’ora della resa dei conti, in
Spagna, con gli ultimi pompeiani, piegati, definitivamente, il
17 marzo 45 a Munda, poco distante da quella Cadice, dove,
molti anni prima, commosso, aveva pianto dinanzi alla statua
di Alessandro Magno.
La vittoria di Munda fu ottenuta al termine di uno scontro
cruento, drammatico, dagli esiti incerti, con le truppe
cesariane sul punto di cedere, inesorabilmente, di fronte al
furore dei legionari pompeiani.
Cesare fu addirittura costretto a gettarsi in prima linea, per
evitare la sconfitta, rischiando seriamente e a tal punto di
essere ucciso, da dichiarare, al termine della battaglia che,
dopo tanti combattimenti per la vittoria, aveva, per la prima
volta, combattuto per la vita.
Munda fu comunque la vittoria che permise a Cesare, al termine
di durissimi anni di guerra, di conquistare, definitivamente,
il tanto desiderato potere.
Nominato, nel febbraio del 44, dal senato, dittatore a vita,
denominato padre della patria, concentrò nelle sue mani ogni
carica dello stato, divenendo, di fatto, monarca; dal resto lo
stesso titolo di imperator, di comandante vittorioso delle
forze armate, che aveva carattere temporaneo, gli venne
assegnato per vincolo perpetuo.
Cesare aveva raggiunto una dimensione quasi divina, siedeva su
un trono d’oro, posto in senato ed in tribunato, si vestiva
con una toga porporea, portava, sul capo, la corona d’alloro,
simbolo stesso del trionfo ed ai piedi i calzari rossi regali.
Fece coniare monete con la sua effige, vennero eretti, in suo
onore, statue e templi, in ricordo della sua presunta
discendenza da Venere; soggiornava, a spese dell’erario, in
una sontuosa domus pubblica e lo stesso mese in cui era nato,
il Quinctilis, venne ribattezzato e denominato Iulius, da cui
deriva l’attuale Luglio.
Nulla e nessuno poteva impedirgli di attuare quella politica
di riforme che aveva concertato nei lunghi anni delle campagne
militari:
in primo luogo Cesare tese la mano ai suoi avversari politici,
concedendo un’amnistia simboleggiante la pace e la concordia
raggiunta dopo anni di cruente lotte fratricide; cercò di
favorire il processo di integrazione tra Roma e le provincie,
con l’attribuzione della cittadinanza romana alla Gallia
Cisalpina e la distribuzione delle terre ai veterani, fuori
dal suolo italico; favorì l’occupazione, la distribuzione
delle scorte di grano, sia pure ridotte a 150.000 beneficiari
e l’assegnazione di terreni provinciali a circa 80.000
cittadini che vivevano a spese dello stato, fondando, a tal
fine, colonie in tutto il Mediterraneo e procedendo, altresì,
ad alleviare il lavoro degli schiavi; introdusse il limite di
due anni per il mandato dei governatori di rango consolare, di
un anno per quelli di rango pretorio, punendo severamente le
malversazioni in campo fiscale e limitando lo strapotere delle
società finanziarie, attraverso l’abolizione degli appalti per
la riscossione delle imposte dirette; vennero messe fuorilegge
le associazioni di carattere politico e confiscati i beni ai
soggetti che avessero attentato alla sicurezza dello stato;
Cesare aumentò il numero di senatori, portandolo da 600 a 900,
favorendo, in tal modo, la scalata al potere di esponenti
provinciali, soprattutto di Spagna e Gallia e di alcuni tra i
suoi più stretti collaboratori, ma ormai tutte le cariche
politiche dipendevano dal suo mero arbitrio; con la lex iulia
municipalis, diede il via ad una riforma, avente ad oggetto la
riorganizzazione dei municipi italici e delle colonie, in
chiave di decentramento amministrativo, mentre, nella sua
qualità di praefectus moribus, cercò di arginare
l’ostentazione del lusso; glorificò Roma con l’ edificazione
di sontuose opere architettoniche, come la basilica Giulia ed
il foro Giulio.
Tra le principali riforme di Cesare, risaltò l’introduzione
del calendario giuliano, di 365 giorni, fondato sul ciclo
solare, in sostituzione di quello vecchio, risalente a Numa
Pompilio, di 355 giorni, fondato invece su quello lunare.
Il grande condottiero romano, programmava altre grandiose
imprese, come il prosciugamento delle paludi Pontine e del
lago Fucino, la realizzazione di una nuova strada, attraverso
gli appennini, fino all’Adriatico; contava inoltre di fare del
porto di Ostia, una sorta di nuovo Pireo e di tagliare l’
istmo di Corinto e di Suez.
Ma, anche dal punto di vista militare, il dittatore non si
accontentava di certo dei sontuosi risultati già raggiunti:
troppo vivo era in lui il ricordo della disfatta del suo ex
finanziatore Crasso, massacrato a Carre nel 53, con le sue
legioni, dall’ irresistibile cavalleria dei parti, con tutta
la probabilità, la più potente del mondo antico.
L’umiliazione di Carre, lo strazio delle legioni romane, cui
furono strappate le insegne, doveva essere dunque lavata e
Cesare progettava una potente spedizione per ridurre all’
ubbidienza l’irriducibile regno dei parti.
Nei suoi propositi, dopo aver piegato i più indomiti nemici
che Roma avesse conosciuto, le legioni sarebbero penetrate in
oriente, sulle orme di Alessandro Magno, per poi risalire
verso il Caspio, ridotto ad un nuovo mare romano e piombare
alle spalle degli ostili germani; questi erano separati, dai
territtori romani, dai confini naturali del Reno e del Danubio
e continuavano a rappresentare una temibile minaccia per i
destini di Roma.
Ma incombevano, come un’ombra minacciosa, sul capo del grande
dittatore, le idi di Marzo, con il loro pesante carico di
morte.
Cesare era ormai, di fatto, re di Roma, sebbene si fosse
preoccupato, in ogni modo, di far allontanare, nell’opinione
pubblica, il timore della fondazione di una nuova monarchia.
Il dittatore era ben conscio dell’ostilità dei romani per il
periodo monarchico e, proprio a tal fine, durante le feste
lupercali, rifiutò, con fermezza, il diadema regale che Marc’Antonio
voleva cingergli sulla testa, tra il gelo della folla,
affermando che solo Giove poteva essere re di Roma; fece
inoltre annotare sul calendario che gli era stata offerto il
titolo regale e come lo avesse rifiutato.
Nonostante ciò, nonostante i suoi sforzi per allontanare lo
spettro della monarchia, proprio alla vigilia dell’ambiziosa
spedizione contro i parti, alcuni congiurati ordirono un
complotto per abbattere l’inviso tiranno e per ripristinare la
perduta legalità republicana, svilita da una concentrazione di
poteri che faceva, di Cesare, il vero e proprio signore di
Roma.
Presero parte alla congiura oltre 60 persone, tra cui non
soltanto ex pompeiani come Caio Cassio Longino e Marco Giunio
Bruto, ma anche cesariani come Decimo Bruto e Caio Trebonio;
tra di essi emergeva, in particolare, proprio la figura di
Marco Giunio Bruto, figlio di Servilia, sorellastra di Catone
Uticense e già amica giovanile di Cesare, che nutrì, pertanto,
un grandissimo affetto per quel giovane, nonostante questi
avesse appoggiato Pompeo, durante la guerra civile.
Intanto il tempo per l’attuazione del piano stringeva, in
quanto Cesare era prossimo alla partenza per l’ambiziosa
campagna contro i parti, che, con tutta probabilità, l’avrebbe
tenuto impegnato, fuori da Roma, per diversi anni; venne
scelta, conseguentemente, la data del 15 marzo, giorno in cui
sarebbe stata tenuta una riunione al senato, cui avrebbe
partecipato il dittatore.
Si narra che funesti presagi precedettero il giorno delle idi
di Marzo, destinato a sconvolgere il glorioso destino di Roma:
sembra che la stessa moglie di Cesare, Calpurnia, turbata da
un nefasto sogno premonitore, scongiurò ripetutamente il
marito di restare a casa.
Le suppliche della moglie furono talmente insistenti da
spingere il dittatore a non recarsi in senato, ma Decimo
Bruto, uno dei congiurati, si recò presso la sua abitazione e
riuscì a convincerlo a presenziare alla riunione, informandolo
che i senatori erano già arrivati e che lo stavano attendendo.
Era l’ora quinta, verso le 11 del mattino e Cesare si avviò
verso il senato, riponendo fatalmente in tasca una lettera del
retore Artemidoro, annunciante l’imminente congiura in ogni
minimo dettaglio.
Giunto in senato, mentre Trebonio, secondo i piani, tratteneva
Marc’Antonio, gli si avvicinò Tullio Cimbro, il quale cominciò
a tempestare il dittatore, con richieste di clemenza per il
fratello, accompagnato dagli altri congiurati, che,
accostatisi, fingevano di perorare la sua causa.
Al netto rifiuto di Cesare, Cimbro afferrò la sua toga al
collo, strappandogliela; era quello il segnale dell’attacco ed
i congiurati sguainarono i loro coltelli, colpendo il
dittatore, mortalmente, con ben 23 coltellate.
Si racconta di come Cesare, prima di spirare, coprendosi con
il suo mantello, intravedendo anche l’amato Bruto tra i
carnefici, esclamò, attonito, la celebre frase “anche tu Bruto
figlio mio”.
La vita e le gesta del grande conquistatore si spensero,
pertanto, alle idi di Marzo del 44, paradossalmente ai piedi
della statua di Pompeo, il cui piedistallo venne imbrattato
dal suo sangue.
Cesare non aveva fatto nulla per evitare quella tragica fine,
avendo congedato la sua guardia spagnola e rinunciato a
qualsivoglia tipo di protezione; forse perché voleva
esorcizzare, in tal modo, la paura o forse perché pensava,
abbagliato dai ripetuti ed innumerevoli trionfi, di essersi
sbarazzato dei suoi oppositori.
D’altronde era perfettamente conscio del fatto che, chiunque
avesse voluto attentare alla sua vita, si sarebbe assunto la
responsabilità di una nuova guerra civile, di un nuovo periodo
di sangue e terrore.
E così fu: nuove cruente lotte fecero seguito alla sua morte;
esse si sarebbero concluse con la fine di quella repubblica
che Bruto, Cassio e tutti i congiurati volevano salvare.
Dopo le aspre lotte tra Mario e Silla, quelle tra Cesare e
Pompeo, l’infinita guerra civile romana ebbe come nuovi
interpreti Marc’Antonio, il fedele luogotenente cesariano ed
il giovane Ottaviano, nipote e figlio adottivo del dittatore,
apparentemente timido e riservato, in realtà scaltro e
ambizioso.
Antonio ed Ottaviano diedero il via, insieme a Lepido, al
secondo triumvirato, affannandosi ad affrontare i pericolosi
cesaricidi, che, nel frattempo, avevano armato un minaccioso
esercito; i due schieramenti si affrontarono, nel 42, a
Filippi, in Macedonia e Bruto e Cassio, nettamente sconfitti,
alla testa delle loro truppe, perfettamente consci di essere
arrivati al capolinea, si diedero la morte, per non cadere
vivi nelle mani dei vincitori, assetati di vendetta.
Sconfitti i cesaricidi, messo da parte Lepido, terminò anche
l’idillio tra Ottaviano e Marc’Antonio, sulla falsariga di
quanto avvenuto tra Pompeo e Cesare.
Esso avrebbe lasciato spazio all’inevitabile e sanguinosa
contesa tra i due, che assunse contorni particolari, diversi
dalle precedenti guerre civili, a causa del progressivo
“imbarbarimento” di Marc’Antonio; questi, stregato dal fascino
di Cleopatra, si fece progressivamente plagiare dai costumi
orientali, finendo inesorabilmente per allontanarsi da Roma.
Quello del fedele luogotenente di Cesare, fu un errore
imperdonabile, in quanto Ottaviano colse al volo l’occasione,
riuscendo a trasformare, agli occhi del senato, una contesa di
carattere civile, in uno scontro tra civiltà, tra la gloria di
Roma ed il mondo orientale, capeggiato da Antonio e Cleopatra.
Non ci si trovava più di fronte ad una lotta per la
successione al grande Cesare, ma ad un vero e proprio
conflitto per la sopravvivenza del potere romano, che
riconosceva pertanto, in Ottaviano, il suo difensore,
incaricato di punire, severamente, il traditore Antonio.
La decisiva battaglia navale di Anzio che ne seguì, decretò
l’inesorabile sconfitta di Marc’Antonio e Cleopatra e la
consacrazione di Ottaviano, il quale, senza più alcun
ostacolo, avrebbe proceduto alla fondazione dell’impero
divenendo, con il glorioso nome di Augusto, il primo “Cesare”
della storia millenaria di Roma.
Ottaviano Augusto si addossò, in definitiva, quel titolo di
imperatore, di sovrano assoluto, che suo padre adottivo Cesare
deteneva, di fatto, nell’ambito di una repubblica,
inesorabilmente svuotata di ogni contenuto.
I carnefici delle idi di Marzo, con il loro gesto estremo,
ritardarono, dunque, soltanto l’agonia delle repubblica
romana, ormai irrimediabilmente destinata a lasciare spazio
all’istituzione politica, che avrebbe rappresentato il simbolo
stesso della potenza della città eterna, quell’impero, sotto
le cui insegne, Roma sarebbe divenuta l’immortale,
l’invincibile capitale del mondo allora conosciuto. |