Giulio Cesare


Non fu né re, né imperatore, ma è divenuto ugualmente il simbolo della potenza e della gloria della Roma millenaria.
Dopo la fondazione dell’impero, ad opera di Ottaviano Augusto, gli stessi imperatori vennero insigniti con il titolo di “Cesari”, a dimostrazione della grandezza di questo favoloso condottiero; questi, al termine di un percorso lastricato da imprese leggendarie e successi clamorosi, si trasformò, di fatto, nel signore incontrastato di Roma.
Ma ciò non basta a comprendere il mito di quest’uomo, dell’identificazione tra la sua figura e quella della città eterna:
altri prima di lui, come Silla, concentrarono un potere smisurato e gli imperatori dopo di lui.
Cesare si impose come il simbolo della leggenda di Roma per il suo carisma, per la sua furbizia, per la sua intelligenza, per la sua eccelsa arte oratoria, per il suo straordinario genio militare; disse di lui Cicerone:
" ebbe ingegno, equilibrio, memoria, cultura, attività, prontezza, diligenza. In guerra aveva compiuto gesta grandi, anche se fatali per lo stato. Non aveva avuto per molti anni altra ambizione che il potere, e con grandi fatiche e pericoli l'aveva realizzata. La moltitudine ignorante se l'era conquistata coi doni, le costruzioni, le elargizioni di viveri e banchetti. I suoi li aveva acquistati con premi, gli avversari con manifestazioni di clemenza, insomma aveva dato ad una città, ch'era stata libera, l'abitudine di servire, in parte per timore, in parte per rassegnazione".
Nacque, in definitiva, intorno alla sua persona, una sorta di mito dell’invincibilità, quella stessa invincibilità che circondava le gesta della potenza romana.
Caio Giulio Cesare nacque a Roma il 13 luglio del 100. a.c. da una famiglia appartenente alla gens Julia, che si diceva diretta discendente di Iulo, figlio di Enea e della dea Venere.
La sua giovinezza non fu affatto facile, a causa dei contrasti con il potentissimo Silla in quanto, non solo era nipote di Mario, ma ne aveva sposato anche la figlia del suo luogotenente Cinna, Cornelia; correva l’anno 84 a.c.
Ciò provocò l’ira della stesso Silla, che gli impose di ripudiare la moglie, ma Cesare si rifiutò di eseguire l’ordine del dittatore e, per questo motivo, venne condannato a morte, pena poi commutata in esilio; si recò a quel punto in oriente, dove compì le sue prime esperienze militari e diplomatiche, presso re Nicomede di Bitinia.
Già qualche anno prima era sfuggito miracolamente alle liste di proscrizione di Silla e si racconta che il dittatore, acconsentendo alla cancellazione del nome di Cesare, mormorò che ci sarebbe stato di che pentirsi per quella scelta, in quanto in quel ragazzino rivedeva molti Marii.
Fece ritorno a Roma alla morte di Silla, iniziando a percorrere, a soli 21 anni, quella carriera politica che lo avrebbe condotto alla gloria eterna, con la celebre orazione prima contro Cornelio Dolabella, poi contro Caio Ibrida, accusati, rispettivamente, di corruzione e di aver compiuto saccheggi in Grecia.
Il nome di Cesare era ormai sulla bocca di tutti, per l’audacia e la fermezza dimostrata contro l’oligarchia sillana, ma solo due anni dopo, nel 76 a.c., preferì ripartire per l’oriente e precisamente per Rodi, al fine di completare gli studi filosofici, alla scuola di Apollonio Molone.
La sua nave venne però intercettata dai pirati, che lo fecero prigioniero, chiedendo, per la sua liberazione, un riscatto di 20 talenti; si narra che a quel punto, sdegnato per l’esiguità della somma, invitò i suoi carcerieri a chiedere un riscatto molto più alto.
Libero dopo 38 giorni, organizzò una flotta per dare la caccia ai pirati e, dopo averli raggiunti e catturati, li fece brutalmente crocifiggere.
La sua ascesa politica vera e propria cominciò nel 68 a.c. quando, ricorrendo all’aiuto economico di Crasso, venne eletto questore, carica che lo condusse all’amministrazione della Spagna; si narra che proprio in Spagna e precisamente a Cadice, scoppiò a piangere dinanzi alla statua di Alessandro Magno che, alla sua età, aveva, contrariamente a lui, già raggiunto, con la conquista dell’ Asia, la gloria; e si racconta anche di come Cesare, giunto in uno sperduto villaggio di montagna, affermò che preferiva essere il primo cittadino di quel luogo, piuttosto che il secondo a Roma; sono episodi in grado di far compredere perfettamente la suo sfrenata ambizione politica, quell’intenso desiderio di divenire un personaggio di prim’ordine; e i sogni giovanili si sarebbero tramutati in una realtà ancora più rosea di quella immaginata, negli intricati anni della gavetta politica, in una Roma straziata dalle lotte intestine, per la conquista del potere.
Divenuto edile curule, nel 65, seppe conquistarsi il favore e l’ammirazione dei romani con la realizzazione di opere architettoniche di grande risalto e con maestosi giochi gladiatori; inoltre, tra l’entusiasmo della gente, fece ricollocare in Campidoglio la statua di Mario ed i simboli delle sue vittorie.
Cesare era un politicante nato, consapevole che alleanze politiche e consenso popolare erano alla base del successo:
si era legato al ricchissimo e potentissimo Crasso e non mancava di appoggiare le iniziative di Pompeo; i giochi da lui organizzati come edile curule furono di uno sfarzo tale da far impallidire il ricordo di quelli precedenti, ma l’incredibile entusiasmo popolare raggiunto ebbe anche il suo imbarazzante rovescio della medaglia.
Per intraprendere la sua personale scalata al potere, non badò a spese, indebitandosi, pertanto, a dismisura; da quel momento i debiti ed i debitori non avrebbero mai cessato di perseguitarlo, divenendo compagni fedeli della sua intensa e movimentata esistenza.
Nel frattempo, nel 68, prematuramente deceduta la moglie Cornelia, sposò Poppea, che sarebbe stata poi ripudiata, qualche anno dopo, a causa di una presunta relazione extra-coniugale con Clodio.
Poppea venne processata, con l’accusa di aver fatto entrare Clodio, travestito da donna, nel recinto sacro alla dea Bona, cui la stessa moglie di Cesare , in qualità di sacerdotessa, era devota.
In realtà non c’era certezza circa l’effettiva conoscenza, da parte di Poppea, dell’azione di Clodio ed il grande conquistatore, al processo, sostenne, in effetti, la causa della moglie, affermando tuttavia di aver divorziato, perché la consorte di Cesare non poteva essere macchiata neppure dal sospetto.
Pur con l’ombra inquietante dei creditori, Cesare riuscì a farsi eleggere, nel 63, pontefice massimo e nello stesso anno, uscì miracolosamente indenne dallo scandalo provocato dalla congiura di Catilina, nonostante, sembra, avesse avallato l’azione e nonostante si fosse schierato contro la sentenza capitale di alcuni congiurati.
Intanto la sua carriera politica procedeva a gonfie vele, con la nomina nel 62 a pretore, e con quella, nel 61, a pro-pretore in Spagna.
La sua partenza verso la penisola Iberica, fu fortemente osteggiata dai suoi creditori, che vedevano in pericolo la riscossione delle cifre astronomiche a loro dovute, ma ancora una volta intervenne provvidenzialmente Crasso a saldare il debito, consentendo così, al futuro dittatore, di intraprendere il viaggio.
In Spagna Cesare si dimostrò un valido amministratore ed un ottimo stratega militare, adottando il pugno di ferro nei confronti delle popolazioni irriducibili; l’uomo che fece ritorno a Roma, aveva accumulato notevoli ricchezze e aveva raggiunto un considerevole prestigio politico.
Cesare fu quindi in grado di proporre a Crasso e ad un Pompeo in difficoltà, dopo aver fatto ritorno dall’oriente e congedato le sue legioni, un’alleanza politica, che sarebbe passata alla storia con il nome di primo triumvirato.
Grazie all’ appoggio degli alleati, Cesare divenne, nel 59, console, procedendo immediatamente all’adozione di misure favorevoli al suo finanziatore Crasso, consistenti in aiuti di carattere economico e a Pompeo, quali la distribuzione di terre ai veterani e all’avallo delle decisioni che questi aveva adottato in oriente; il legame con Pompeo venne poi consolidato con il matrimonio tra il grande generale e sua figlia Giulia.
Ormai sempre più potente, si fece assegnare il governo delle provincie della Gallia Cisalpina, dell'Illirico e della Gallia Nerborense, mentre Pompeo assumeva il controllo della Spagna e Crasso quello della Siria, dove infuriava la lotta contro l’ indomabile regno dei Parti; e proprio combattendo contro i Parti, Crasso trovò la morte, a Carre, nel corso del 53.
Cesare aveva disperato bisogno di quella gloria militare che Pompeo aveva già abbondantemente raggiunto; l’avrebbe trovata, al termine di ben 8 anni di guerra, in quella stessa Gallia di cui aveva assunto l’amministrazione e che l’avrebbe dunque fatto assurgere alla gloria eterna.
Il pretesto alla lunga campagna, documentataci dalle celebri pagine del “de bello gallico”, fu costituito dalla migrazione degli elvezi verso il territtorio degli edui, alleati dei romani, a causa della pressione degli svevi di Ariovisto.
Cesare intervenne direttamente, sconfiggendo duramente gli elvezi a Bibracte e costringendoli a fare marcia indietro, verso la terra d’origine, ossia nell’odierna Svizzera.
Dopo gli elvezi fu la volta degli svevi di Ariovisto, il quale, inconsapevole della forza delle legioni romane, aveva apertamente sfidato Cesare; trovatosi di fronte al nemico, Ariovisto si rese conto del grave pericolo cui stava andando incontro e si dichiarò pronto a raggiungere un accordo.
I successivi colloqui non diedero i risultati sperati, per il rifiuto sdegnato, del re germanico, di lasciare i territtori gallici; lo scontro fu dunque inevitabile e fatale agli svevi, sbaragliati impietosamente e costretti a ripiegare al di là del Reno.
Lo stesso Ariovisto venne gravemente ferito e morì qualche tempo dopo.
Cesare approfittò del successo riportato per far ritorno nella Gallia Cisalpina, dopo aver lasciato le truppe agli ordini del fedele Labieno; nel frattempo alcuni popoli della Gallia settentrionale belgica ed in particolare, i suessoni, i bellovagi, i nervi, gli atrebati, gli ambiani, i morini, gli aduatici i caleti, i veliocassi, i menapi i viromandui, i cerosi, gli eburoni, i condrusi, i pemani si erano alleati tra di loro in funzione anti-romana, ammassando un esercito spaventoso, forte di quasi 400.000 uomini.
Cesare, incurante della netta inferiorità numerica, marciò verso i nemici, riportando vittorie su vittorie, riducendo all’ubbedienza tutta la Gallia belgica.
Ad una ad una tutte le popolazioni della Gallia, tra cui i veneti, i sotiati, i tarusati, i vocati, dovettero piegare la testa di fronte allo strapotere militare romano e di fronte al genio militare dello stesso Cesare; ma la quiete ebbe breve durata, in quanto, nel 55, si ebbe notizia che due popolazioni germaniche, quella dei tencteri e quella degli usipeti, avevano attraversato il Reno.
Immediatamente Cesare marciò contro di esse, con le sue legioni e, dopo averle raggiunte, le sconfisse duramente; fu proprio in quella circostanza che il grande conquistatore compì un’opera ancor oggi considerata un capolavoro di arte militare:
in soli 10 giorni i suoi uomini realizzarono, sul Reno, un ponte di legno, in grado di trasportare le legioni al di là del fiume, considerato dai germani una barriera insuperabile; dopo soli 18 giorni di permanenza in Germania, il futuro signore di Roma fece ritorno in Gallia, non senza aver distrutto l’imponente opera architettonica.
Con quella grandiosa impresa voleva dimostrare, ai suoi nemici, lo strapotere militare di Roma e che non c’era niente e nessuno in grado di poter arginare l’avanzata dei suoi eserciti.
Non pago dell’impresa realizzata, organizzò ben 2 spedizioni verso la misteriosa Britannia, dove affrontò e sconfisse le fiere popolazioni locali, raggiungendo le rive del Tamigi; la campagna nell’isola fu però obbligatoriamente interrotta, a causa delle rivolte che, guidate dagli eburoni di Ambiorige, con l’appoggio delle popolazioni germaniche, stavano divampando in Gallia e a cui si doveva porre un immediato rimedio.
Ambiorige riportò un clamoroso successo contro i romani di Sabino, incendiando ancora di più la turbolenta regione, ormai in piena sommossa contro gli odiati dominatori; i ribelli, forti di 60.000 uomini, erano sul punto di travolgere le truppe romane di Quinto Cicerone, quando vi fu la provvidenziale irruzione di Cesare, il quale, sia pure, ancora una volta, in netta inferiorità numerica, sconfisse duramente gli indomiti nemici.
Cesare volle poi impartire una severa lezione ai germani, i quali, ancora una volta, avevano dimostrato tutto il loro astio e la loro pericolosità; oltrepassato ancora il Reno, le legioni cesariane scatenarono una dura repressione, trattenendosi in territtorio nemico per ben tre mesi.
Tornato in Gallia, sconfisse definitivamente gli eburoni, massacrati senza alcuna pietà, riportando, in tutta la provincia, quell’ ordine destinato ad essere violato nel 52, quando riesplose una nuova violenta ribellione, facente capo al giovane re degli arverni, il cui nome è entrato nella leggenda:
Vercingetorige.
Questo valoroso condottiero trentenne, mise in grave crisi il grande Cesare, con il suo carisma, accomunato ad un innata capacità militare; in breve tempo trascinò tutta la regione nella lotta contro i romani, radunando un nuovo smisurato esercito.
Ben conscio della superiorità militare romana in campo aperto, scelse la logorante tattica della guerriglia, facendo terra bruciata intorno alle legioni.
Ogni villaggio, ogni città, ogni casa vennero incendiati; tutta la Gallia fu tramutata in un unico immenso fuoco, ad eccezione della città di Avarico, i cui abitanti si erano impegnati a difenderla fino all’ultimo uomo.
Il proposito sarebbe risultato poi vano, in quanto Cesare, dopo aver cinto d’assedio la città, nonostante la disperata resistenza opposta, riuscì a conquistarla, scatenando una dura rappresaglia; commise però uno dei pochi errori della sua gloriosa carriera militare, scegliendo di dividere l’esercito in due, uno, alle sue strette dipendenze, verso Gergovia, capitale dell’Arvernia, l’altro, al comando di Labieno, verso la Sequana.
Ma su Gergovia marciò anche Vercingetorige, che, per la prima volta, inferse ai romani una gravissima sconfitta.
Cesare era in gravissima difficoltà, ma la fortuna tornò ad assisterlo, in quanto, scriteriatamente, Vercingetorige, galvanizzato dai successi riportati, decise di abbandonare la tattica della guerriglia, per affrontare i romani in campo aperto; una scelta che si sarebbe infatti rivelata, di fatto, fatale ai destini della Gallia.
Il pur sterminato esercito gallico, venne travolto dalle legioni di Cesare, fortemente irrobustite con l’arruolamento di grossi contingenti di cavalieri germanici; Vercingetorige fu quindi costretto a rifugiarsi tra le mura di Alesia, in attesa di ricevere, da tutta la Gallia, i sospirati rinforzi.
Cominciò, a quel punto, il celebre assedio di Alesia, un altro capolavoro di strategia militare tramandatoci dal grande conquistatore romano, che riuscì nell’impresa di far capitolare una città fortificata, apparentemente inespugnabile.
Cesare fece circondare Alesia con due possenti valli fortificati e diede ordine addirittura di deviare il corso di un fiume per assicurare i rifornimenti idrici ai suoi legionari; i lavori vennero completati nel giro di 40 giorni, non senza difficoltà, per i continui attacchi gallici, volti a rompere il temibile assedio.
All’interno di Alesia, la situazione si faceva di giorno in giorno sempre più drammatica, con le riserve di cibo ormai prossime all’esaurimento; Vergingetorige tentò il tutto per tutto e con una mossa disperata, per alleggerire il fabbisogno di scorte alimentari, fece uscire dalle mura i vecchi le donne ed i bambini, ma Cesare, senza alcuna remora, li fece tornare indietro, conscio che ciò gli avrebbe consentito di ottenere, in breve tempo, una sicura capitolazione.
Per i Galli fu la fine, anche perché i tanto sospirati rinforzi non riuscirono a rompere la morsa intorno alla città e furono ricacciati indietro.
Vercingetorige, conscio della sconfitta, tentò, eroicamente, di pagare per tutti e di salvare, in questo modo, la città ed i suoi abitanti dalla sete di vendetta delle legioni romane:
dopo essersi vestito della sue splendida armatura, salì sul suo cavallo e si recò, da solo, all’accampamento del letale nemico romano; giunto che era al cospetto di Cesare, gli consegnò la sua spada, chiedendo di punire solo lui e di risparmiare il suo popolo.
La nobiltà del gesto non commosse però Cesare, che non poteva perdonare quel ribelle:
fu quindi ridotto in catene e portato, come trofeo, a Roma, dove avrebbe trovato la morte qualche anno più tardi.
Dopo 8 anni di guerra, la Gallia era definitivamente pacificata sotto l’egida di Roma; Cesare aveva finalmente ottenuto la gloria militare, la sua popolarità era al culmine, ma nuove minacciose nubi si stavano addensando sulla figura del grande conquistatore.
Morto Crasso, nel 53, mentre combatteva contro i Parti, il potere era divenuto un affare tra lo stesso Cesare e Pompeo, il cui rapporto d’amicizia, nonostante l’alleanza politica ed i vincoli famigliari, si stava lentamente disintegrando, per lasciare spazio ad una violenta contrapposizione.
Pompeo, nel 52, aveva ottenuto l’insolita carica di console senza collega e, in assenza di Cesare, preoccupato dai ripetuti trionfi militari gallici, si prodigò per mettere fuorilegge il pericoloso rivale.
Riuscì pertanto ad ottenere l’appoggio del senato che intimò a Cesare, al quale era nel frattempo scaduto il mandato in Gallia, di sciogliere l’esercito e di far immediato ritorno a Roma come semplice cittadino.
Ma Cesare non poteva e non voleva ubbidire alla volontà senatoria, in primo luogo a causa della sua spaventosa situazione debitoria, in secondo luogo a causa di Pompeo; se fosse tornato a Roma privatamente sarebbe stata probabilmente la sua fine, braccato dai creditori e tra le grinfie del pericolosissimo rivale.
Con una mossa clamorosa scelse pertanto la via della ribellione, varcando, il 10 gennaio del 49, alla testa di una sola legione, formata dai suoi fedelissimi, il fiume Rubicone, presso l’attuale Bellaria, che segnava il confine tra la Gallia Cisalpina e l’Italia; nessuno poteva varcare in armi quel piccolo corso d’acqua e così facendo Cesare si era dichiarato nemico della repubblica.
“Il dado è tratto” esclamò mentre si approssimava ad attraversare il Rubicone; Tito Livio, invece, nel descrivere quell’evento, affermò che “alla testa di 5000 uomini e 300 cavalli, Cesare mosse contro l’universo”.
La marcia di Cesare fu trionfale e scatenò il panico tra i senatori, timorosi di una nuova spirale di sangue e violenza, sulla falsariga di quanto aveva fatto, precedentemente a lui, il feroce Silla; la sua indiscussa sagacia, in campo militare, lo portava, d’altronde, a comparire in qualunque luogo, in qualunque città, prima del previsto, giocando d’anticipo, sul fattore sorpresa.
Lo stesso Pompeo, anziché marciare contro il rivale, scelse la via della fuga, assieme alla stragrande maggioranza del senato, recandosi, prima a Brindisi e poi, nonostante il disperato inseguimento di Cesare, via mare, in Grecia.
Il futuro dittatore avrebbe voluto imbarcarsi per chiudere immediatamente la partita con il suo grande rivale ma, a causa della mancanza di mezzi di trasporto, fu costretto a rinunciare a a rimandare la resa dei conti definitiva.
Giunto indisturbato a Roma, preoccupato di non essere tacciato come un nuovo Silla, cercò di comporre la controversia, tentando, inutilmente, di coinvolgere i senatori superstiti nell’esercizio del potere repubblicano e nella promozione di un’ambasceria, nei confronti di Pompeo.
Andato a vuoto il tentativo, Cesare scelse la politica del muro contro muro, radunando i suoi soldati e pianificando una nuova campagna militare in Spagna, al fine di schiantare la resistenza delle legioni fedeli a Pompeo; prima di affrontare direttamente il nemico, voleva infatti coprirsi le spalle, per impedire che le truppe pompeiane, stanziate in Spagna, potessero, in sua assenza, marciare verso Roma e stringerlo poi tra due fuochi, in concerto con il contingente orientale a capo dello stesso Pompeo.
A tal fine mise le mani, indisturbato, sull’erario dello stato, ostacolato soltanto dal tribuno della plebe Metello.
Questi tentò, vanamente, di fare scudo, con il proprio corpo, all’erario, ma, minacciato di morte, fu costretto a farsi da parte.
La spedizione di Cesare fu trionfale:
in Spagna, le legioni del grande conquistatore, non senza poche difficoltà, riuscirono a piegare la pur vigorosa resistenza dei tenaci luogotenenti pompeiani, Afranio, Petreio e Terenzio Varrone; Cesare, di ritorno dalla penisola iberica, fece anche in tempo ad assistere alla capitolazione di Marsiglia, stremata dall’assedio guidato dal fedele Tribonio.
Tornando a Roma, dove nel frattempo era stato nominato dittatore, si trovò ad affrontare l’insubordinazione della IX legione, insofferente al divieto di saccheggio e sospettosa che il grande generale prolungasse le operazioni militari, in quanto impossibilitato a retribuire i legionari; la fermezza di Cesare consentì di far rientrare la rivolta, conclusasi con la condanna morte di 12 soldati, estratti a sorte, secondo la spietata misura della decimazione, tra i 120 soldati sobillatori.
Raggiunta la città eterna, padrone indisturbato della città, si fece nominare, nel 48, console; in questo periodo adottò tutta una serie di misure per alleggerire il problema dei debiti, ma, dopo solo 11 giorni, decise di passare alla resa dei conti con il suo grande rivale Pompeo, che intanto, in oriente, come previsto, aveva radunato un potente esercito ed una imponente flotta.
Partito da Brindisi, sbarcò, nel gennaio del 48, con le sue legioni, in Epiro e si accampò presso il fiume Apsos, in attesa dei rinforzi del luogotenente Marc’Antonio; ma Marc’Antonio era impossibilitato a salpare in quanto le navi sulle quali si sarebbe dovuto imbarcare, vennero intercettate e distrutte dalla possente flotta pompeiana di Bibulo.
Solo qualche mese dopo Cesare potè ricevere i sospirati rinforzi, ma la situazione si fece man mano delicata a causa delle difficili condizioni ambientali nelle quali si venne a trovare con le sue legioni:
schiacciato tra i pompeiani ed un territtorio aspro e montuoso, impossibilitato a rifornirsi, a corto di viveri, l’esercito di Cesare era sul punto di cedere, martoriato dalla fame e delle sofferenze fisiche.
Nel primo scontro tra i due eserciti, le legioni di Pompeo ebbero la meglio su quelle di Cesare che, proprio mentre sembrava prossimo alla capitolazione, diede sfoggio del suo grande genio militare, ritirandosi strategicamente e simulando una fuga, al fine di allontanare il nemico dalla costa.
Dal canto suo Pompeo rifiutò fatalmente di assestare il colpo di grazia al nemico in difficoltà, un errore che avrebbe pagato amaramente, talmente vistoso che lo stesso Cesare esclamò che “la vittoria sarebbe stata dei nemici, se solo avessero avuto un vincitore.”
Al termine di una lunga marcia forzata, Cesare, giunto in Tessaglia, si attestò presso la pianura di Farsalo, ove intendeva dar battaglia, in campo aperto, alle truppe di Pompeo, il quale, sicuro della vittoria su un nemico considerato in rotta, si stava logorando in un estenuante inseguimento.
Il 9 agosto del 48, con le legioni schierate le une di fronte alle altre, si svolse la battaglia che avrebbe mutato i destini di Roma, a favore del suo figlio più illustre.
Sul piano numerico le truppe di Pompeo superavano nettamente quelle di Cesare, ma la loro composizione era alquanto eterogenea:
gran parte del contingente pompeiano era stato infatti reclutato dalle molte clientele e tra gli stati satelliti orientali, mentre Cesare poteva contare sulle sue fedelissime legioni, formate dai devoti veterani, soldati disposti a tutto per la vita e la gloria del loro comandante; celebre era lo zoccolo duro cesariano, composto dalla storica X legione, costituita dai seguaci della prima ora.
Il futuro signore di Roma, viveva in simbiosi con i suoi uomini, forgiando con essi un rapporto quasi fraterno, consultandoli prima di ogni decisione, parlando loro prima di ogni battaglia; oltre a questo aspetto di carattere personale, ce n’era anche un altro di carattere prettamente economico:
Cesare ricompensava generosamente i suoi legionari, pagandoli profumatamente e ricoprendoli di gloria e onori; fu proprio questo il motivo principale dei debiti astronomici che egli contrasse e che l’accompagnarono fino alla fine dei suoi giorni.
La battaglia di Farsalo decretò la consacrazione di Cesare e la definitiva sconfitta di Pompeo; ancora una volta decisiva era risultata l’innata arte bellica di Cesare, che sbaragliò il più numeroso nemico, grazie ad un nuovo, ennesimo capolavoro strategico:
al fine di contenere l’urto della cavalleria pompeiana, schierò abilmente 6 coorti, armate di lunghe lancie, le quali si posero, di fronte al furioso assalto nemico, come un ostacolo insuperabile.
Il grande conquistatore aveva dunque riportato l’ennesimo, clamoroso trionfo, mentre Pompeo, a battaglia ancora in corso, conscio della sconfitta, fuggì in sella al suo cavallo, per recarsi a Larissa e poi, via Lesbo, in Cilicia.
Da quei luoghi si trasferì infine, in Egitto, ove meditava di preparare la riscossa, certo di trovare un valido appoggio nel re Tolomeo; questi era infatti il figlio di Tolomeo XII, che proprio Pompeo aveva rimesso sul trono.
Il grande generale romano aveva dunque intenzione di costituire un nuovo possente esercito, per affrontare l’odiato rivale, in concerto con la sua flotta, ancora pienamente efficiente.
Ma Pompeo aveva fatto male i suoi conti, finendo brutalmente assassinato, di fronte agli occhi inorriditi dei suoi famigliari, per ordine dello stesso Tolomeo, che stava, nel frattempo, affrontando un duro conflitto, per la successione, con la sorella Cleopatra, cominciato dopo la morte del padre Tolomeo XII.
Intanto Cesare, ignaro di quanto era successo, si era lanciato in una caccia spietata al suo nemico letale; la sua popolarità era al massimo e il suo esercito ingrossato dalle legioni che, sconfitte a Farsalo, avevano deciso di passare al suo fianco.
Giunto in Egitto, con un piccolo contingente militare, apprese la notizia della morte di Pompeo, nel più agghiacciante dei modi; ad uno sconvolto Cesare venne infatti inviata e mostrata la testa del nemico, assieme all’anello con il suo sigillo, su precisa volontà di Tolomeo, che intendeva, in questo modo, conquistarsi i favori del grande condottiero, nella lotta contro la sorella Cleopatra.
La scelta si rivelò invece nefasta, in quanto Cesare rimase inorridito dal macabro spettacolo, non nascondendo la propria indignazione per quel gesto ignobile; dimostrò quindi una profonda magnanimità verso gli ultimi seguaci di Pompeo e si prodigò per rendere gli onori funebri al rivale, consegnando le ceneri alla sua famiglia.
In Egitto Cesare venne inaspettatamente coinvolto nella lotta successoria tra Tolomeo e Cleopatra, totalmente impreparato ad affrontarla:
aveva infatti con sé soltanto un piccolo contingente di 3200 legionari e 800 cavalieri, ignaro dei venti di guerra che sarebbero nuovamente soffiati contro di lui.
Dopo aver inutilmente cercato di risolvere, con una conciliazione, il problema della successione al trono, si trovò, infatti, improvvisamente assediato, ad Alessandria, a causa di una violentissima rivolta, alla cui testa si pose proprio Tolomeo.
Stretto in una morsa letale, per ben 5 mesi, resistette eroicamente all’interno della città, sia pure con non poche difficoltà, vista l’esiguità delle forze a sua disposizione e la penuria di rifornimenti; si racconta come, durante la furiosa battaglia, presso il porto vecchio di Alessandria, il grande generale, si salvò, a stento, a nuoto, dalla furia dei nemici.
Ma Cesare ancora una volta diede sfoggio di tutta la sua innata arte militare riuscendo, anche grazie ai provvidenziali rinforzi di Mitridate di Pergamo, che alleggerirono la pressione sulla città, ad attaccare e travolgere le truppe di Tolomeo, costrette ad una precipitosa fuga, durante la quale trovò la morte anche il giovane sovrano egizio.
La lotta per la successione al trono era terminata e Cesare, alla testa delle legioni, potè far ingresso ad Alessandria, accolto dalla bellissima Cleopatra, ormai signora indiscussa del paese.
Il grande comandante romano era rimasto folgorato dalla straordinaria bellezza della regina, quella stessa bellezza che sarebbe risultata letale, qualche anno dopo, ai sogni di gloria del fedele Mar’Antonio; nei tre mesi trascorsi in Egitto, scoppiò, tra Cleopatra e Cesare, una passione travolgente, dalla quale nacque un figlio, Cesarione, poi giustiziato, nel 31 a.c., su ordine di Ottaviano.
L’idillio fu interrotto da una nuova campagna militare, contro Farnace, re del Bosforo Cimmerio e figlio di Mitridate, ansioso di occupare quel Ponto già appartenuto al famoso genitore; Farnace fu liquidato in soli 5 giorni, tanto che Cesare, nell’annunciare la strepitosa vittoria al senato, pronunciò le celebri parole “veni, vidi, vici”.
Mentre Cesare celebrava i suoi trionfi orientali, la situazione, a Roma, si stava facendo sempre più turbolenta, per il malcontento di alcuni esponenti politici e degli avversari del vincitore di Pompeo; fu proprio il cesariano Cornelio Dolabella ad incarnare il crescente malessere, attaccando i provvedimenti di Cesare relativi ai debiti, proponendo la remissione degli stessi ed il condono degli affitti.
Le proteste sfociarono in scontri armati, duramente repressi da Marc’Antonio, nella sua veste di magister equitum, ma altre cattive notizie giungevano intanto dalla Campania, dove le legioni si erano ammutinate, reclamando a gran voce il pagamento delle loro spettanze ed insofferenti all’imminente campagna militare in Africa, volta ad affrontare il possente esercito radunato dagli irriducibili seguaci di Pompeo, Metello Scipione, Labieno, Catone e dai suoi figli Sesto e Cneo, appoggiati da Giuba, re di Numidia.
Cesare si recò, pertanto, immediatamente a Roma al fine di riuscire a ripristinare l’ordine.
In primo luogo intervenne con un nuovo provvedimento, che fissava un limite massimo per gli affitti; in secondo luogo si prodigò per reprimere la rivolta delle legioni che, minacciosamente, stavano avanzando verso Roma.
Cesare si recò loro incontro al Campo Marzio, riuscendo, ancora una volta, con il suo grande carisma, a ricondurle ai suoi ordini:
il dittatore, di fronte ai soldati schierati, li chiamò quirites, cittadini, in luogo di commilitones, facendo loro intendere che gli concedeva il congedo e li considerava ormai semplici cittadini; gli promise inoltre, a guerra finita, il pagamento delle spettanze che reclamavano a gran voce.
Il discorso di Cesare suscitò grandissima ammirazione tra le legioni, che decisero, soggiogate dal suo eccezionale ascendente, di seguire il loro comandante nella nuova avventura.
Il tempo delle armi non era dunque ancora terminato ed era giunta l’ora di affrontare il possente esercito filo-pompeiano, stanziato, minacciosamente, in Africa.
Cesare decise di affrontare il problema alla radice ed a Tapsa, il 6 aprile 46, riportò una vittoria clamorosa, sul possente nemico; Metello Scipione e Giuba si diedero la morte così come Catone, che si tolse la vita con grande dignità e pacatezza, dopo aver consumato tranquilamente la cena e aver letto il Fedone di Platone.
Si trattava ora di inseguire le ultime sacche di resistenza pompeiane in Spagna, dove avevano trovato la fuga i figli Cneo e Sesto e Labieno, ma prima era il tempo di celebrare a Roma, in maniera sontuosa, i 4 grandiosi trionfi, in Gallia, ad Alessandria, nel Ponto, in Africa:
Cesare sfilò per la città su di un carro trascinato da 4 cavalli bianchi, seguito da Vercingetorige, dal figlio di Giuba di Numidia e dalla figlia di Tolomeo, esibiti, come macabri trofei, dinanzi al popolo romano.
Nessuno poteva ormai arginare la sua grandezza, la sua fama, la sua gloria, raggiunte al termine di anni ed anni di entusiasmanti, strepitose imprese militari, festeggiate con giochi sontuosi, degni delle stesse.
Dopo il bagno di gloria venne l’ora della resa dei conti, in Spagna, con gli ultimi pompeiani, piegati, definitivamente, il 17 marzo 45 a Munda, poco distante da quella Cadice, dove, molti anni prima, commosso, aveva pianto dinanzi alla statua di Alessandro Magno.
La vittoria di Munda fu ottenuta al termine di uno scontro cruento, drammatico, dagli esiti incerti, con le truppe cesariane sul punto di cedere, inesorabilmente, di fronte al furore dei legionari pompeiani.
Cesare fu addirittura costretto a gettarsi in prima linea, per evitare la sconfitta, rischiando seriamente e a tal punto di essere ucciso, da dichiarare, al termine della battaglia che, dopo tanti combattimenti per la vittoria, aveva, per la prima volta, combattuto per la vita.
Munda fu comunque la vittoria che permise a Cesare, al termine di durissimi anni di guerra, di conquistare, definitivamente, il tanto desiderato potere.
Nominato, nel febbraio del 44, dal senato, dittatore a vita, denominato padre della patria, concentrò nelle sue mani ogni carica dello stato, divenendo, di fatto, monarca; dal resto lo stesso titolo di imperator, di comandante vittorioso delle forze armate, che aveva carattere temporaneo, gli venne assegnato per vincolo perpetuo.
Cesare aveva raggiunto una dimensione quasi divina, siedeva su un trono d’oro, posto in senato ed in tribunato, si vestiva con una toga porporea, portava, sul capo, la corona d’alloro, simbolo stesso del trionfo ed ai piedi i calzari rossi regali.
Fece coniare monete con la sua effige, vennero eretti, in suo onore, statue e templi, in ricordo della sua presunta discendenza da Venere; soggiornava, a spese dell’erario, in una sontuosa domus pubblica e lo stesso mese in cui era nato, il Quinctilis, venne ribattezzato e denominato Iulius, da cui deriva l’attuale Luglio.
Nulla e nessuno poteva impedirgli di attuare quella politica di riforme che aveva concertato nei lunghi anni delle campagne militari:
in primo luogo Cesare tese la mano ai suoi avversari politici, concedendo un’amnistia simboleggiante la pace e la concordia raggiunta dopo anni di cruente lotte fratricide; cercò di favorire il processo di integrazione tra Roma e le provincie, con l’attribuzione della cittadinanza romana alla Gallia Cisalpina e la distribuzione delle terre ai veterani, fuori dal suolo italico; favorì l’occupazione, la distribuzione delle scorte di grano, sia pure ridotte a 150.000 beneficiari e l’assegnazione di terreni provinciali a circa 80.000 cittadini che vivevano a spese dello stato, fondando, a tal fine, colonie in tutto il Mediterraneo e procedendo, altresì, ad alleviare il lavoro degli schiavi; introdusse il limite di due anni per il mandato dei governatori di rango consolare, di un anno per quelli di rango pretorio, punendo severamente le malversazioni in campo fiscale e limitando lo strapotere delle società finanziarie, attraverso l’abolizione degli appalti per la riscossione delle imposte dirette; vennero messe fuorilegge le associazioni di carattere politico e confiscati i beni ai soggetti che avessero attentato alla sicurezza dello stato; Cesare aumentò il numero di senatori, portandolo da 600 a 900, favorendo, in tal modo, la scalata al potere di esponenti provinciali, soprattutto di Spagna e Gallia e di alcuni tra i suoi più stretti collaboratori, ma ormai tutte le cariche politiche dipendevano dal suo mero arbitrio; con la lex iulia municipalis, diede il via ad una riforma, avente ad oggetto la riorganizzazione dei municipi italici e delle colonie, in chiave di decentramento amministrativo, mentre, nella sua qualità di praefectus moribus, cercò di arginare l’ostentazione del lusso; glorificò Roma con l’ edificazione di sontuose opere architettoniche, come la basilica Giulia ed il foro Giulio.
Tra le principali riforme di Cesare, risaltò l’introduzione del calendario giuliano, di 365 giorni, fondato sul ciclo solare, in sostituzione di quello vecchio, risalente a Numa Pompilio, di 355 giorni, fondato invece su quello lunare.
Il grande condottiero romano, programmava altre grandiose imprese, come il prosciugamento delle paludi Pontine e del lago Fucino, la realizzazione di una nuova strada, attraverso gli appennini, fino all’Adriatico; contava inoltre di fare del porto di Ostia, una sorta di nuovo Pireo e di tagliare l’ istmo di Corinto e di Suez.
Ma, anche dal punto di vista militare, il dittatore non si accontentava di certo dei sontuosi risultati già raggiunti:
troppo vivo era in lui il ricordo della disfatta del suo ex finanziatore Crasso, massacrato a Carre nel 53, con le sue legioni, dall’ irresistibile cavalleria dei parti, con tutta la probabilità, la più potente del mondo antico.
L’umiliazione di Carre, lo strazio delle legioni romane, cui furono strappate le insegne, doveva essere dunque lavata e Cesare progettava una potente spedizione per ridurre all’ ubbidienza l’irriducibile regno dei parti.
Nei suoi propositi, dopo aver piegato i più indomiti nemici che Roma avesse conosciuto, le legioni sarebbero penetrate in oriente, sulle orme di Alessandro Magno, per poi risalire verso il Caspio, ridotto ad un nuovo mare romano e piombare alle spalle degli ostili germani; questi erano separati, dai territtori romani, dai confini naturali del Reno e del Danubio e continuavano a rappresentare una temibile minaccia per i destini di Roma.
Ma incombevano, come un’ombra minacciosa, sul capo del grande dittatore, le idi di Marzo, con il loro pesante carico di morte.
Cesare era ormai, di fatto, re di Roma, sebbene si fosse preoccupato, in ogni modo, di far allontanare, nell’opinione pubblica, il timore della fondazione di una nuova monarchia.
Il dittatore era ben conscio dell’ostilità dei romani per il periodo monarchico e, proprio a tal fine, durante le feste lupercali, rifiutò, con fermezza, il diadema regale che Marc’Antonio voleva cingergli sulla testa, tra il gelo della folla, affermando che solo Giove poteva essere re di Roma; fece inoltre annotare sul calendario che gli era stata offerto il titolo regale e come lo avesse rifiutato.
Nonostante ciò, nonostante i suoi sforzi per allontanare lo spettro della monarchia, proprio alla vigilia dell’ambiziosa spedizione contro i parti, alcuni congiurati ordirono un complotto per abbattere l’inviso tiranno e per ripristinare la perduta legalità republicana, svilita da una concentrazione di poteri che faceva, di Cesare, il vero e proprio signore di Roma.
Presero parte alla congiura oltre 60 persone, tra cui non soltanto ex pompeiani come Caio Cassio Longino e Marco Giunio Bruto, ma anche cesariani come Decimo Bruto e Caio Trebonio; tra di essi emergeva, in particolare, proprio la figura di Marco Giunio Bruto, figlio di Servilia, sorellastra di Catone Uticense e già amica giovanile di Cesare, che nutrì, pertanto, un grandissimo affetto per quel giovane, nonostante questi avesse appoggiato Pompeo, durante la guerra civile.
Intanto il tempo per l’attuazione del piano stringeva, in quanto Cesare era prossimo alla partenza per l’ambiziosa campagna contro i parti, che, con tutta probabilità, l’avrebbe tenuto impegnato, fuori da Roma, per diversi anni; venne scelta, conseguentemente, la data del 15 marzo, giorno in cui sarebbe stata tenuta una riunione al senato, cui avrebbe partecipato il dittatore.
Si narra che funesti presagi precedettero il giorno delle idi di Marzo, destinato a sconvolgere il glorioso destino di Roma:
sembra che la stessa moglie di Cesare, Calpurnia, turbata da un nefasto sogno premonitore, scongiurò ripetutamente il marito di restare a casa.
Le suppliche della moglie furono talmente insistenti da spingere il dittatore a non recarsi in senato, ma Decimo Bruto, uno dei congiurati, si recò presso la sua abitazione e riuscì a convincerlo a presenziare alla riunione, informandolo che i senatori erano già arrivati e che lo stavano attendendo.
Era l’ora quinta, verso le 11 del mattino e Cesare si avviò verso il senato, riponendo fatalmente in tasca una lettera del retore Artemidoro, annunciante l’imminente congiura in ogni minimo dettaglio.
Giunto in senato, mentre Trebonio, secondo i piani, tratteneva Marc’Antonio, gli si avvicinò Tullio Cimbro, il quale cominciò a tempestare il dittatore, con richieste di clemenza per il fratello, accompagnato dagli altri congiurati, che, accostatisi, fingevano di perorare la sua causa.
Al netto rifiuto di Cesare, Cimbro afferrò la sua toga al collo, strappandogliela; era quello il segnale dell’attacco ed i congiurati sguainarono i loro coltelli, colpendo il dittatore, mortalmente, con ben 23 coltellate.
Si racconta di come Cesare, prima di spirare, coprendosi con il suo mantello, intravedendo anche l’amato Bruto tra i carnefici, esclamò, attonito, la celebre frase “anche tu Bruto figlio mio”.
La vita e le gesta del grande conquistatore si spensero, pertanto, alle idi di Marzo del 44, paradossalmente ai piedi della statua di Pompeo, il cui piedistallo venne imbrattato dal suo sangue.
Cesare non aveva fatto nulla per evitare quella tragica fine, avendo congedato la sua guardia spagnola e rinunciato a qualsivoglia tipo di protezione; forse perché voleva esorcizzare, in tal modo, la paura o forse perché pensava, abbagliato dai ripetuti ed innumerevoli trionfi, di essersi sbarazzato dei suoi oppositori.
D’altronde era perfettamente conscio del fatto che, chiunque avesse voluto attentare alla sua vita, si sarebbe assunto la responsabilità di una nuova guerra civile, di un nuovo periodo di sangue e terrore.
E così fu: nuove cruente lotte fecero seguito alla sua morte; esse si sarebbero concluse con la fine di quella repubblica che Bruto, Cassio e tutti i congiurati volevano salvare.
Dopo le aspre lotte tra Mario e Silla, quelle tra Cesare e Pompeo, l’infinita guerra civile romana ebbe come nuovi interpreti Marc’Antonio, il fedele luogotenente cesariano ed il giovane Ottaviano, nipote e figlio adottivo del dittatore, apparentemente timido e riservato, in realtà scaltro e ambizioso.
Antonio ed Ottaviano diedero il via, insieme a Lepido, al secondo triumvirato, affannandosi ad affrontare i pericolosi cesaricidi, che, nel frattempo, avevano armato un minaccioso esercito; i due schieramenti si affrontarono, nel 42, a Filippi, in Macedonia e Bruto e Cassio, nettamente sconfitti, alla testa delle loro truppe, perfettamente consci di essere arrivati al capolinea, si diedero la morte, per non cadere vivi nelle mani dei vincitori, assetati di vendetta.
Sconfitti i cesaricidi, messo da parte Lepido, terminò anche l’idillio tra Ottaviano e Marc’Antonio, sulla falsariga di quanto avvenuto tra Pompeo e Cesare.
Esso avrebbe lasciato spazio all’inevitabile e sanguinosa contesa tra i due, che assunse contorni particolari, diversi dalle precedenti guerre civili, a causa del progressivo “imbarbarimento” di Marc’Antonio; questi, stregato dal fascino di Cleopatra, si fece progressivamente plagiare dai costumi orientali, finendo inesorabilmente per allontanarsi da Roma.
Quello del fedele luogotenente di Cesare, fu un errore imperdonabile, in quanto Ottaviano colse al volo l’occasione, riuscendo a trasformare, agli occhi del senato, una contesa di carattere civile, in uno scontro tra civiltà, tra la gloria di Roma ed il mondo orientale, capeggiato da Antonio e Cleopatra.
Non ci si trovava più di fronte ad una lotta per la successione al grande Cesare, ma ad un vero e proprio conflitto per la sopravvivenza del potere romano, che riconosceva pertanto, in Ottaviano, il suo difensore, incaricato di punire, severamente, il traditore Antonio.
La decisiva battaglia navale di Anzio che ne seguì, decretò l’inesorabile sconfitta di Marc’Antonio e Cleopatra e la consacrazione di Ottaviano, il quale, senza più alcun ostacolo, avrebbe proceduto alla fondazione dell’impero divenendo, con il glorioso nome di Augusto, il primo “Cesare” della storia millenaria di Roma.
Ottaviano Augusto si addossò, in definitiva, quel titolo di imperatore, di sovrano assoluto, che suo padre adottivo Cesare deteneva, di fatto, nell’ambito di una repubblica, inesorabilmente svuotata di ogni contenuto.
I carnefici delle idi di Marzo, con il loro gesto estremo, ritardarono, dunque, soltanto l’agonia delle repubblica romana, ormai irrimediabilmente destinata a lasciare spazio all’istituzione politica, che avrebbe rappresentato il simbolo stesso della potenza della città eterna, quell’impero, sotto le cui insegne, Roma sarebbe divenuta l’immortale, l’invincibile capitale del mondo allora conosciuto.

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