Fece
della Macedonia, piccola regione prevalentemente montuosa dei
Balcani, il centro del mondo, di un impero che si estendeva
fino ai confini dell’India.
Nessuno come lui, tra i grandi conquistatori, riuscì ad
incarnare tante personalità: saggio e crudele, astuto e
coraggioso, prudente e spregiudicato, ambizioso ma rispettoso;
la sua giovane età, la sua bellezza, unite a modi raffinati,
contribuirono ad alimentarne il mito e la leggenda, così come
la morte misteriosa, avvenuta, a soli 33 anni, al termine di
una parabola ascendente che lo portò a sottomettere ogni
avversario che gli si fosse posto di fronte.
Alessandro nacque, nel 356 a.c, da Filippo, re di Macedonia ed
Olimpiade, appartenente alla famiglia degli Eacidi, che si
dicevano discendenti di Neottolemo, figlio di Achille; si
narra che la notte precedente alle sue nozze, la stessa
Olimpiade sognò uno sconvolgente uragano, dal quale si
sprigionò un fulmine che si diffuse tra altissime fiamme.
E’ questa soltanto una delle tante leggende che circondano la
figura del grande conquistatore; un altro aneddoto racconta
come, il giorno della sua nascita, lo stesso in cui venne
bruciato il tempio di Efesto, i sacerdoti di quel luogo sacro,
ormai in preda alle fiamme, gridarono, per le vie della città,
che aveva avuto origine una grande disgrazia per l’Asia.
Filippo ripudiò ben presto Olimpiade, donna violenta e
vendicativa, troppo dedita ai piaceri dei riti dionisiaci.
Si racconta che la nascita del figlio fu annunciata, al re
macedone, assieme ad altre due liete notizie, quella della
vittoria dei suoi eserciti sugli Illiri e quella di un suo
cavallo nella corsa di Olimpia.
Filippo, prima di salire al potere, aveva vissuto diversi anni
a Tebe, entrando in contatto con il grande Epaminonda, di cui
divenne un profondo ed attento osservatore.
Divenuto re, nel 359, si preccupò di fare del suo piccolo
regno, una potenza militare in grado di consentire, allo
stesso, di espandersi per tutto il Pelopponneso e di puntare
all’ impensabile, alla conquista della Grecia.
Negli anni passati in Grecia, Filippo si era infatti reso
conto della decadenza e del degrado in cui versava quella
civiltà, ormai solo il pallido ricordo della potenza che fu.
In primo luogo il re macedone riorganizzò l’esercito, creando
la mitica falange, un corpo armato di 8.000 fanti, schierati
in 16 file, armati di elmo, scudo e di una lunghissima lancia
dalla punta di ferro, denominata “sarissa”.
La falange risultò fondamentale nella conquista della Grecia e
delle sue città, con la storica vittoria nella battaglia di
Cheronea del 338 a.c; la piccola Macedonia, una terra di
pastori e coltivatori, era divenuta la signora indiscussa di
quella che rappresentava la culla dell’arte e della cultura;
vani erano stati i tentativi di Demostene, ad Atene, di
mettere in guardia i suoi concittadini dal pericolo corrente,
attraverso appassionati discorsi che sarebbero passati alla
storia come le “filippiche”.
Nella storica battaglia di Cheronea si era frattanto messo in
luce il giovane Alessandro, ancora diciottenne, autore
dell’attacco decisivo al battaglione sacro tebano; già 2 anni
prima, nel 340, il futuro sovrano, aveva assunto la reggenza
del regno, mentre il padre Filippo assediava Bisanzio.
I rapporti tra padre e figlio non furono semplici, soprattutto
quando Filippo scelse di sbarazzarsi della moglie Olimpiade;
Alessandro prese le parti della madre ed in seguito ad un
violento litigio, con il padre, durante le nozze tra
quest’ultimo e la nuova moglie Cleopatra, fu costretto a
rifugiarsi in Epiro, da dove fece ritorno soltanto in seguito
al perdono paterno.
Proprio ad Alessandro, che aveva peraltro salvato la vita a
Filippo, durante la spedizione contro i Triballi, toccò il
difficile compito di succedere al padre, quando questi,
rientrato in Macedonia, per preparare l’ambiziosa campagna
contro l’impero persiano, nel 336, venne brutalmente
assassinato; la nuova moglie di Filippo, Cleopatra, non era
stata infatti in grado di generare un erede maschio, ma sola
una femmina, dal nome Europa.
Alessandro era un ragazzo di profonda cultura, anche perché,
dai 13 ai 16 anni, ebbe come educatore il grande Aristotele; i
suoi idoli giovanili erano Eracle e Achille e conservava
gelosamente, sotto il proprio cuscino, una copia dell’Iliade
di Omero, appositamente rivista dallo stesso Aristotele.
Filippo diffidava però di quel figlio dal sangue epirota, il
quale a sua volta disprezzava la sregolata vita amorosa del
padre.
Quando Filippo venne assassinato, Alessandro aveva solo 20
anni ma, nonostante ciò, grazie al suo straordinario carisma e
all’appoggio di Antipatro e Parmenione, i più importanti ed
anziani generali del padre, seppe imporsi all’assemblea dei
soldati, incaricata di eleggere il nuovo re.
Con un appassionato discorso, dinanzi alle truppe schierate,
mise subito le cose in chiaro, proclamando di voler
perseguire, tenacemente e con fermezza, gli ambiziosi piani
egemonici di Filippo.
Bisogna considerare come i sovrani macedoni non detenevano un
potere assoluto, ma dovevano discutere ogni atto d’alta
amministrazione, proprio di fronte all’esercito.
La nomina di un re così giovane, animò le speranze di libertà
dei greci, ma Alessandro decise immediatamente di mostrare i
muscoli, scendendo in Grecia con il suo esercito, dove si fece
rinnovare l’ubbedienza, ottenendo, dall’assemblea di Corinto,
il riconoscimento della carica di comandante supremo.
Per il giovane re non sembrava però esserci pace, in quanto,
dopo la Grecia, fu la volta delle turbolente regioni
balcaniche, animate da violente sommosse.
Alessandro lanciò pertanto una possente offensiva militare nel
nord del regno, contro i Triballi e gli Illiri, giungendo fino
alle rive del Danubio, che fu guadato, dalle sue truppe, con
barche improvvisate, scavate su tronchi d’albero.
Le notizie giungenti dal fronte di guerra erano assai
frammentarie, per cui la sua forzata assenza e le voci di una
sua prematura scomparsa, riaccesero nei greci, sottomessi
all’inviso”barbaro”, speranze di liberazione; Tebe ed Atene,
certe di una facile riconquista della libertà, rialzarono la
testa, infiammando, di fatto, l’intera regione.
Ma Alessandro dimostrò fin dall’inizio la sua straordinaria
sagacia militare, punendo, senza pietà, i rivoltosi ed in
particolare la città di Tebe, che pagò cara la sua sete di
libertà:
in soli 13 giorni, trasferì infatti l’esercito, a marcie
forzate, dall’Illiria, dove si trovava, in Beozia, cingendola
d’assedio.
La città, stretta in una morsa letale, fu costretta, in soli 3
giorni, alla capitolazione; ma soprattutto, non avendo voluto
saperne di arrendersi, venne letteralmente rasa al suolo.
Furono risparmiate solo la rocca Cadmea e la casa del poeta
Pindaro, mentre tutti gli abitanti, sopravvissuti alla
carneficina scatenata dalle truppe macedoni, finirono venduti
come schiavi.
A quel punto il terrore si impossessò di tutte le città che
avevano appoggiato la sommossa, specialmente Atene:
essa inviò, pertanto, un’ambasceria ad Alessandro, per placare
l’ira del giovane re; questi pretese la consegna dei suoi più
coriacei oppositori, Licurgo, Iperide, Caridemo ed anche
Demostene, con quest’ultimo che aveva ripreso le sue orazioni
in funzione anti-macedone.
In seguito Alessandro si accontentò dell’esilio di Caridemo ed
Atene potè miracolosamente salvarsi dal proprio destino di
morte e distruzione.
Ridotta, brutalmente all’ubbedienza la Grecia, cominciò i
preparativi volti all’attacco e alla conquista del grande
impero persiano, secondo il piano già ideato del padre
Filippo, precocemente assassinato proprio quando era sul punto
di lanciarsi nell’impresa.
Nei propositi, prima di Filippo ed ora di Alessandro, si
sarebbe dovuto trattare di una campagna unitaria dei greci,
per vendicare i passati tentativi di invasione dell’Ellade, da
parte dei persiani di Dario e Serse; in realtà il contingente
fornito dalle città greche, riunite nella lega di Corinto, fu
alquanto esiguo:
160 triremi e 7.000 uomini circa, impiegati peraltro
pochissimo, in quanto Alessandro diffidava fortemente di essi;
il regno di Macedonia si apprestava quindi ad attaccare il
colosso persiano, con soli 35.000 fanti e 5.000 cavalieri.
Essi avrebbero dovuto soccorrere l’esercito di 10.000
effettivi, guidato da Parmenione, che Filippo aveva inviato in
Asia Minore e che stava per essere ricacciato in mare dai
persiani.
La spedizione, inoltre, nonostante le somme ricavate dalla
vendita dei tebani, dopo la distruzione della città, peccava
di finanziamenti, ma Alessandro faceva affidamento sul bottino
che sarebbe stato ricavato dal saccheggio delle città
persiane; resta comunque il fatto che il re macedone, per
allestire la spedizione, si indebitò fino al collo,
scommettendo tutto sul positivo esito della stessa.
I suoi averi erano ridotti a 70 talenti, mentre le stesse
salumerie, avevano derrate alimentari per soli 30 giorni.
Resta da rimarcare come Alessandro non condusse con sé
soltanto soldati e cavalieri ma anche un nucleo di artisti
ellenici, come il pittore Apelle, lo scultore Lisippo e lo
storico Callistene, al fine di diffondere la cultura greca nei
territtori conquistati.
Alessandro non fu infatti soltanto un grande conquistatore, ma
anche un letterato, un filosofo, un uomo sensibile alle arti e
alla cultura:
il suo sogno era quello di unificare, affratellare tutti i
popoli medio-orientali, in un unico grande impero universale,
all’insegna dell’armonia tra la tradizione culturale greca e
quella orientale; non c’era dunque, nei propositi di
Alessandro, soltanto un innato desiderio di conquista, ma
molto di più, una volontà di forgiare una nuova grande
civiltà, frutto dell’incontro tra vincitori e vinti, tra
oriente ed occidente, della fusione tra il modello greco ed i
costumi, le tradizioni, le usanze dei popoli conquistati.
Dopo aver lasciato la reggenza dell’Ellade al fedele Antipatro,
tutto era ormai pronto, dunque, per l’assalto al cuore del
grande impero:
Alessandro era mosso da una grande ambizione, dal morboso
desiderio di soggiogare l’intera Asia e nessuno poteva
fermarlo; la sua sete di gloria era irresistibile.
Prima di lanciare la spedizione militare si recò a Delfi per
consultare l’oracolo; arrivato al tempio, si racconta che si
trovò di fronte all’opposizione della sacerdotessa, in quanto,
a suo dire, non sarebbe stata quella l’ora opportuna.
A quel punto il re dei macedoni, ben deciso ad ottenere la
tanto agoniata pronuncia, trascinò per i capelli la
sacerdotessa, la quale gridò, sconvolta:
“ figlio mio non ti si può proprio resistere”.
Alessandro, dopo quella frase, si allontanò soddisfatto; aveva
infatti udito ciò che voleva sentire.
Giunto in Asia Minore e precisamente ad Abito, nella Troade,
conficcò a terra la propria lancia, a simboleggiare la propria
strenua volontà di conquista; successivamente si recò ad Ilio,
la città che scolpì le gesta del suo eroe Achille, dove fece
sacrifici nel tempio di Atena.
Tra i comandanti persiani, Memnone suggerì di fare terra
bruciata, di fronte all’avanzata dei macedoni, ma la sua
proposta venne respinta; il primo grande scontro tra
Alessandro e i persiani di Dario, avvenne sulle rive di un
piccolo fiume, denominato Granico, dal corso alquanto breve,
che sfocia nel mar di Marmara; correva l’anno 334 a.c..

La battaglia si risolse in un tremendo scontro tra le
cavallerie, nel corso del quale Alessandro fu sul punto di
essere ucciso, ad opera del generale persiano Spitridate e
salvato soltanto dall’intervento del fido Clito.
La vittoria ottenuta spalancò ad Alessandro le porte dell’Asia
Minore, ancor più considerando che l’esercito persiano aveva
lasciato sul campo i suoi migliori quadri militari, immolatisi
per tentare di ricacciare in mare l’ostinato invasore.
Le città greche dell’Asia Minore videro, nelle falangi
macedoni, una forza liberatrice dal giogo dell’odiato
dominatore persiano, aderendo a quella sorta di guerra di
liberazione che Alessandro pontificava; proprio per questo
motivo i mercenari greci, che avevano combattuto al fianco dei
persiani, considerati traditori, vennero passati per le armi,
ad eccezione di poche migliaia, condannati alla schiavitù
nelle miniere del Pangeo.
Trecento armature venero invece inviate in Grecia e
precisamente al Partenone di Atene, per celebrare il successo,
sui persiani, di tutti i greci, ad eccezione degli invisi
spartani.
L’avanzata macedone appariva inarrestabile e dopo la caduta di
Efeso, Mileto ed Alicarnasso, Alessandro decise di dividere
l’esercito in due gruppi, uno a capo di Parmenione, l’altro
direttamente guidato dalla sua persona, destinati a
ricongiungersi, nei piani del grande conquistatore, presso la
città di Gordio.
Proprio a Gordio, dove trascorse l’inverno 334-333 a.c. venne
a sapere del famoso carro, al cui timone era legato un nodo
complicatissimo; la profezia affermava che la persona in grado
di scioglierlo, sarebbe divenuta la conquistatrice dell’Asia.
Nessuno fino ad allora era riuscito nell’impresa, ma
Alessandro, rompendo gli indugi, con una straordinaria
intuizione, sguainò la spada e, invece di provare a
scioglierlo, con un colpo secco, lo tagliò di netto.
Dopo la morte di Memnone in battaglia, i nuovi comandanti in
capo dell’esercito persiano, Farnabazo e Autofradate, misero
seriamente a repentaglio la riuscita dell’impresa, arrivando a
minacciare, con una possente controffensiva, lo sbarco verso
la Grecia.
La situazione militare, per Alessandro, era a quel punto
estremamente delicata:
c’era infatti il rischio, concreto, di invasione della
madrepatria, con l’esercito ed il sovrano imbottigliati in
Asia Minore ed impossibilitati ad intervenire; ma la
provvidenza corse in aiuto dei macedoni, in quanto i persiani
non approfittarono del momento favorevole, optando, viceversa,
per la mobilitazione di un possente esercito, per uno scontro
frontale, che avrebbe dovuto spazzare via le truppe di
Alessandro.
Le guarnigioni di Farnabazo e Autofradate, vennero pertanto
inesorabilmente richiamate in Persia, dove si stava
ammassando, in grande stile, la grande armata persiana.
Nel frattempo Alessandro, dopo aver conquistato la Licia, la
Panfilia, la Caria, l’Anatolia penetrò in Cilicia, anche se,
solo per miracolo, riuscì a scampare alle insidiose acque del
fiume Cidno, quelle stesse acque che sarebbero state, qualche
secolo più tardi, fatali al grande imperatore Federico
Barbarossa; a causa della malattia derivatagli da quel’immersione,
fu costretto a fermarsi a Tarso, ristabilendosi solo grazie
alle provvidenziali cure del suo medico Filippo.
Lo scontro cruciale, la battaglia decisiva, avvenne presso la
piana di Isso, all’estremo confine orientale dell’Asia Minore,
sull’odierno confine tra Turchia e Siria:
lo scontro fu tremendo e si risolse a favore di Alessandro, il
quale, con la sua cavalleria, si gettò furiosamente
all’assalto del nemico, arrivando a ridosso del carro di Dario
e della sua guardia reale; fu la svolta della battaglia in
quanto il gran re, terrorizzato dalla vista di Alessandro,
spaventato dal suo ardore, si diede alla fuga, condannando, di
fatto, il suo esercito alla disfatta.
Era il 333 a.c e la viltà di Dario aveva appena tramutato in
una catastrofe la battaglia di Isso, non solo perchè l’immensa
armata persiana era stata sbaragliata, ma anche perché
l’intero harem del gran re, che, secondo la tradizione, si
trovava al suo seguito, era caduto interamente nelle mani di
Alessandro; la madre, la moglie, i figli di Dario, divennero
prigionieri del re macedone, il quale, nell’occasione, diede
prova della sua grande magnanimità, riservando, alla famiglia
reale, un trattamento degno del suo rango.
Alessandro, nonostante gli inviti dei suoi assistenti, non
volle mai sfiorare la moglie di Dario, né permise che si
facessero allusioni d’ogni sorta, in merito alla sua
straordinaria bellezza
Il re macedone poteva ormai avanzare, con il suo esercito,
verso il cuore del grande impero, ma scelse, viceversa, di
puntare all’Egitto, attraverso la Palestina, al fine di
tagliare la Persia completamente fuori dal Mediterraneo e dai
possibili rifornimenti via mare; Dario ad Isso, non solo aveva
perso gran parte dei suoi uomini, il meglio delle truppe,
degli ufficiali, ma anche il proprio prestigio, macchiato
dalla vergognosa fuga al di là dell’ Eufrate.
L’impero persiano viveva, inoltre, ormai da anni, fin dai
tempi di Artaserse III, un’inesorabile crisi, con un’esercito
che era soltanto il pallido ricordo della potenza che fu,
frazionato tra reparti alle dipendenze del gran re, quelli
alle dipendenze dei satrapi e quelli costituiti dagli
inaffidabili mercenari greci.
Gli echi della strepitosa vittoria di Isso giunsero in Grecia,
accolti con grande sorpresa da una popolazione che, durante i
giochi Istmici del 332 a.c., conferì, ad Alessandro, la corona
d’oro, quale difensore della libertà greca contro i barbari
persiani.
Proprio mentre, davanti ai macedoni, si spalancavano le porte
dell’indifesa Fenicia, Dario fece pervenire le sue prime
offerte di pace, rifiutate da Alessandro, non pago dei
successi ottenuti e mosso da una ambizione sfrenata.
Prese facilmente Biblo e Sidone, l’unico ostacolo incontrato
dal conquistatore, nella sua avanzata, fu costituito, a
meridione, dalla roccaforte di Tiro, ostinatamente decisa a
combattere e a resistere, contando sulla sua presunta
inespugnabilità, in quanto la città era in realtà situata su
una piccola isola lontana circa mezzo miglio dalla costa.
La presa di Tiro, l’ultimo grande porto, in mano persiana, era
considerata di vitale importanza da Alessandro, che mosse un
assedio spietato, durato ben sette mesi.
Venne costruito, dai genieri macedoni, un ponte artificiale,
in grado di portare le truppe a ridosso delle mura nemiche;
dopo una strenua resitenza, Tiro capitolò, andando incontro ad
un terribile destino, figlio del castigo imposto da
Alessandro:
tutta la popolazione maschile venne sterminata, quella
femminile venduta come schiava; il sovrano macedone potè
finalmente coronare il suo sogno di porgere sacrifici nel
tempio di Eracle; fu proprio il diniego degli abitanti di
Tiro, alla richiesta di Alessandro di poter compiere tale
gesto, a far saltare le trattative di pace tra macedoni e
tirii e a segnare l’inizio della fine per la sfortunata città.
Le decisioni prese da Alessandro, in relazione alle sorti
degli abitanti, fu il riflesso del carattere, del temperamento
che lo contraddistinse per tutta la sua breve esistenza; se il
giovane re era infatti magnanimo e generoso con gli inermi e
con coloro che riconoscevano la sua autorità, era invece
spietato e crudele con quelli che sceglievano di resistergli,
di schierarsi contro di lui.
Se le ribelli Tebe e Tiro erano state messe a ferro e fuoco,
senza alcuna pietà, viceversa Sardi, capitale della Frigia,
non solo venne risparmiata, ma ebbe pure la possibilità di
continuare ad amministrarsi con le proprie leggi, in quanto i
suoi abitanti, di fronte all’avanzata macedone, scelsero di
correre incontro alle truppe con un ramo d’ulivo e di
riconoscere ad Alessandro la piena disponibilità delle proprie
ricchezze; gli stessi famigliari di Dario che, spauriti, erano
caduti prigionieri, furono trattati con il più alto rispetto e
decoro, su esplicito ordine dello stesso Alessandro.
Proprio mentre si apriva la via dell’Egitto, giunse, al re
macedone, una nuova ambasceria persiana, recante una seconda
proposta di pace, ancora più sontuosa della precedente:
non solo Dario offriva una fortuna, per la liberazione della
propria famiglia, ma anche i territori asiatici ad ovest
dell’Eufrate e la mano della figlia Statira.
Ma Alessandro, nonostante la grandiosità dell’offerta e
nonostante il parere contrario dei suoi luogotenenti, ormai
paghi dei successi riportati e delle ricchezze ottenute,
rifiutò clamorosamente; tra gli altri Parmenione, interpellato
dal re, disse che, al posto di Alessandro, avrebbe accettato
quelle proposte; Alessandro rispose che, se fosse stato
Parmenione, avrebbe detto la stessa cosa.
Il suo scopo era infatti la conquista dell’Asia e non c’era
ricompensa in grado di distoglierlo dal desiderio di divenirne
il signore assoluto, sostituendosi all’impero del gran re
Dario, ormai prossimo alla capitolazione ed al disfacimento;
le offerte di Dario non gli concedevano inoltre più di quello
che aveva già conquistato alla testa dei suoi uomini.
Alessandro continuò, dunque, inesorabilmente, la sua
spedizione militare, scegliendo di puntare verso l’Egitto, ma
quella che sembrava una marcia incontrastata, trovò invece
un’imprevista resistenza nella città di Gaza.
L’assedio della città non era di facile soluzione, in quanto
Gaza appariva inattaccabile, arroccata com’era alla sommità di
un colle; ma Alessandro, anticipando l’impresa militare che i
romani avrebbero compiuto. a Masada, fece costruire un
terrapieno, in grado di portare le macchine belliche macedoni,
ai piedi delle mura.
La resistenza di Gaza fu disperata, sulla falsariga di quella
di Tiro, di cui condivise lo stesso crudele destino:
dopo essere stato ferito ad una spalla, durante l’attacco alle
mura, il re macedone dispose l’uccisione di tutti i maschi e
la vendita, come schiavi, delle donne e dei bambini.
Alessandro potè quindi fare il suo ingresso in Egitto, dove fu
accolto trionfalmente, come il liberatore dall’inviso giogo
persiano; il re macedone rimase estasiato dagli usi e costumi
egizi, dal fascino di quei luoghi magici; la perfetta simbiosi
tra il conquistatore e la popolazione consentì al re macedone
di ricevere, a Menfi, la nomina a faraone.
Ma l’evento più importante della sua permanenza in Egitto e
forse della sua intera spedizione, fu la fondazione, sul delta
del Nilo, di una nuova città, recante il suo nome, destinata a
divenire una delle più famose ed importanti dell’antichità,
titolare, ancora oggi, di una delle più prestigiose
biblioteche del mondo; era il gennaio 331 ed Alessandria
d’Egitto cominciava a prendere forma e a svilupparsi, secondo
i progetti realizzati da una squadra di architetti, diretta da
Dinocrate.
Il re macedone si diresse poi verso l’oasi di Siva, dove si
trovava l’oracolo di Zeus Ammone; si dice che il pericoloso
viaggio, attraverso il deserto, fu accompagnato da incredibili
segnali propiziatori, come le continue piogge, che
scongiurarono lo spettro della sete, o come gli stormi di
corvi, che si posero alla testa dell’esercito, gracchiando
quando la spedizione prendeva una strada sbagliata.
Arrivato a destinazione, venne accolto come figlio del Dio,
dal profeta di Ammone, il quale gli rivelò che le sue origini
non erano mortali e che era stato destinato al dominio di
tutti gli uomini; poco dopo la sua identificazione con il
figlio del Dio, gli fu comunicato che tale circostanza era
stata confermata dall’oracolo di Apollo di Didima.
A testimonianza del profondo legame con la terra degli antichi
faraoni, Alessandro decise di affidare l’amministrazione della
nuova provincia, a due governatori egizi.
Lasciato l’Egitto, era ormai giunto il tempo della resa dei
conti con l’impero persiano di Dario, che nel frattempo si
era, sia pure a fatica, ripreso dalla catastrofe di Isso,
allestendo un nuovo potente, immenso esercito, sfruttando le
satrapie orientali.
Alessandro, con 40.000 fanti e 7.000 cavalieri, dopo aver
attraversato indisturbato il Tigri, giunse presso Gaugamela,
il luogo scelto da Dario per fronteggiare i macedoni, in
quanto favorevole all’attacco dei carri falcati e al movimento
degli elefanti; era il settembre 331 e la battaglia si risolse
in una nuova drammatica e questa volta decisiva sconfitta per
Dario, il quale, secondo il copione delineato ad Isso, si
diede precipitosamente alla fuga.
Alessandro aveva ormai domato il colosso persiano e potè fare
il suo trionfale ingresso a Babilonia, accolto come un eroe da
una popolazione esasperata da anni ed anni di duro dominio
persiano, culminato con la distruzione dell’ E-Sagila, il
santuario del Dio Bel-Marduk, all’esito di un tentativo di
ribellione al tempo del gran re Serse I; come primo gesto
distensivo il re macedone ordinò proprio la ricostruzione del
tempio.
Nel frattempo il fedele Antipatro aveva represso, in Grecia,
una sommossa scatenata da Sparta, costretta alla resa dalla
preponderante superiorità delle falangi macedoni.
L’impero persiano era ormai in piena dissoluzione e tutte le
città, ad una ad una, a cominciare da Susa, la residenza
estiva dei signori persiani, ricca di tesori e materie prime
come la porpora, aprivano le porte all’esercito di Alessandro;
tra i macedoni e Persepoli, la somma capitale dell’impero, si
frapponevano soltanto le truppe del satrapo di Persia
Ariobarzane.
Dopo anni e anni di battaglie, Alessandro faceva così ingresso
in Persia, occupando, una volta vinta la resistenza delle
fiere tribù montanare degli Ussi, la capitale Persepoli, che
fu data alle fiamme, per vendicare le devastazioni che i
persiani avevano compiuto nelle loro spedizioni contro la
Grecia, culminate con le sconfitte di Maratona e Salamina.
Le fiamme avvolgenti la grande città, simbolegiarono la fine
del grande impero fondato da Ciro, ridotto all’ubbidienza da
un giovane monarca macedone e dal suo piccolo esercito.
Restava soltanto la cattura dell’ormai ex gran re Dario,
inseguito, braccato strenuamente da Alessandro, lungo la via
della sua precipitosa fuga, verso i territtori ancora immuni
dall’avanzata macedone, attraverso le porte caspiche;
l’imperatore persiano venne infine brutalmente trucidato dal
satrapo della Battriana Besso, che lo teneva prigioniero, in
concerto con il satrapo dell’Aria Satibarzane.
Alessandro, una volta venuto in possesso del cadavere, lo fece
seppellire con tutti gli onori a Persepoli, mentre Besso,
catturato al termine di un lungo inseguimento, durato anni,
tra terre montagnose, in condizioni climatiche proibitive,
sarebbe stato mandato a morte tra atroci sofferenze; morto
Dario, Alessandro si considerava infatti il diretto
prosecutore della monarchia persiana e, per questo motivo, era
strenuamente deciso a vendicare la brutale e sacrilega
uccisione del gran re.
La conquista di Persepoli rappresentò una svolta, nella
trionfale spedizione di Alessandro:
se il re macedone aveva iniziato l’avventura al fine di
vendicare le umiliazioni subite dai greci, da parte degli
eserciti, prima di Dario, poi di Serse, invece, dopo la caduta
dell’impero persiano, si era proclamato successore diretto
degli achemenidi, lasciandosi conquistare ed ammaliare dai
seducenti costumi orientali; il re macedone divenne il signore
d’Asia, come iniziò a farsi chiamare.
Cominciò inoltre a vestire alla maniera dei sovrani di Persia,
facendo proprio anche il cerimoniale in uso alla corte
achemenide; in effetti introdusse la porpora achemenide,
pretese la proskynesis, l’inchino accompagnato dal bacio alla
punta delle dita, erigendosi ad entità divina, cui riservare
onori d’ogni genere.
Alessandro aveva inoltre, già dalle prime conquiste, scelto di
mantenere l’ organizzazione amministrativa dell’impero
persiano, con la sua divisione in satrapie, le provincie,
affidate spesso, oltre che a personale macedone di sua
fiducia, anche al governo di quegli stessi satrapi persiani,
che facevano atto di sottomissione o anche ad indigeni,
affiancati da funzionari militari alle sue strette dipendenze.
Fu dunque proprio in quel momento, dalla conquista dell’impero
persiano, che maturò definitivamente, nel signore dell’Asia,
l’idea del grande impero universale, una potenza figlia della
fusione tra oriente ed occidente, tra civiltà greca e civiltà
persiana; favorì, a tal fine, l’unificazione tra le
popolazioni del suo immenso impero, incentivando i matrimoni
misti, cui lui stesso fece ricorso, sposando la splendida
principessa Rossane, figlia del principe sogdiano Oxyartes e
poi la figlia di Dario, Statira; famosissimo rimase il
matrimonio collettivo di Susa, tra 10.000 soldati macedoni e
donne orientali.
Anche l’esercito risentì di questa ventata di cambiamento,
cominciando ad arruolare cittadini provenienti dagli
sterminati territtori conquistati, anche se venivano tenuti
rigorosamente divisi dai contingenti macedoni.
In questa maniera Alessandro tentò di unificare usi, costumi,
religioni, razze completamente differenti, distanti migliaia
di chilometri in una nuova, unica, grande entità culturale.
La svolta del grande conquistatore, alimentò il già
consistente malumore dei suoi sudditi e delle sue truppe,
stanche e provate da anni ed anni di infinite campagne
militari e mal disposte a proseguire nell’avanzata, ordinata
invece dal loro re, verso la remota Battriana,
all’inseguimento dei satrapi ribelli Besso e Satibarzane;
Besso si era infatti proclamato, sfidando Alessandro, erede
della dinastia achemenide e aveva assunto il titolo regale di
Artaserse IV.
Alessandro si diresse verso l’Ircania e la Partia, al fine di
conquistare il favore di altri satrapi, che avevano fatto
ritorno, dopo aver abbandonato Dario, verso le rispettive
provincie di appartenenza.
L’esercito macedone potè fare il suo ingresso a Zadracarta, la
capitale dell’Irnania, ricevendo atto di sottomissione da
parte di diversi dignitari persiani e da dove ripartì in
direzione della Battriana, situata nell’attuale Afghanistan
del nord, tra i fiumi Oxo e Indo; una volta giunto
nell’attuale Meshed, gli si fece inaspettatamente incontro
Satizarbane, uno dei due satrapi ribelli, il quale,
distaccatosi da Besso, aveva deciso di sottomettersi ad
Alessandro.
Perdonato l’ex nemico, al quale fu confermata la titolarità
della satrapia d’Aria, il signore d’Asia poteva proseguire la
sua caccia a Besso, che, ostinatamente, proseguiva, la sua
lotta.
Ma Satizarbane coltivava in realtà propositi di vendetta e,
dopo la partenza del corpo di spedizione macedone, sulle orme
di Besso, lanciò una rivolta, duramente repressa da
Alessandro, il quale si occupò personalmente di sedare
l’insurrezione, distaccando un contingente dal grosso
dell’esercito, verso la capitale dell’Aria, l’odierna Herat,
ribatezzata, di lì a poco, Alessandria d’Aria.
Il satrapo ribelle, sconfitto dalla guarnigione macedone, fu
costretto a ripiegare nelle zone di montagna della regione, da
dove ridiscese, qualche tempo dopo, per tentare, con l’aiuto
di Besso, una nuova sollevazione dell’Aria, contro l’odiato
rivale; a quel punto Alessandro, ormai prossimo alla Battriana,
incaricò Erigio, di occuparsi di Satizarbane, il quale,
travolto dall’impeto dei 6.000 soldati macedoni, finì ucciso
dallo stesso Erigio.
Ma intanto, nel corso del 330, la quiete e l’armonia dello
stato maggiore macedone vennero bruscamente interrotte dalla
sconvolgente notizia della condanna morte, da parte di
Alessandro, del fedele Parmenione e di suo figlio Filota,
comandante della cavalleria degli eteri, in seguito alla
scoperta di un complotto per rovesciare il grande monarca,
maturato, nel corso del 330 a.c. a Frada, nella provincia
della Drangiana.
Filota, pur essendo stato a conoscenza del colpo di stato, non
ne aveva informato Alessandro e questi, una volta scoperto il
complotto, non esitò a metterlo sotto processo dinanzi
all’esercito schierato, come voleva la tradizione macedone.
La condanna alla pena capitale, inflitta a Filota, fu estesa,
sia pure dolorosamente, anche a Parmenione, il quale, una
volta appresa la notizia, sarebbe di certo intervenuto al
capezzale del figlio; periva così, brutalmente, l’anziano
comandante, che aveva trascorso la sua vita al servizio dei re
macedoni, Filippo prima, Alessandro poi, con assoluta
devozione.
La marcia dei macedoni, verso le terre di Besso, raggiunse la
valle di Kabul, nell’odierno Afghanistan, pervenendo, nel 329
a.c., alle pendici della catena montuosa dell’Hindu Kush, che
Alessandro riuscì incredibilmente a varcare, attraverso il
passo di Khawak, alto 3.800 metri; si racconta di come le sue
truppe, durante la scalata, in condizioni ambientali
proibitive, furono costrette a nutrirsi di carne di mulo
cruda.
L’incredibile impresa consentì, all’esercito macedone, di
piombare alle spalle delle truppe di Besso, colte di sorpresa,
travolte e costrette ad una precipitosa fuga verso la Sogdiana,
attraverso il fiume Oxo.
Ma Alessandro non era pago del successo riportato:
voleva assolutamente mettere le mani sul satrapo infedele e
punirlo per la vile uccisione di Dario e per la sua superbia;
le truppe, dopo aver guadato l’Oxo, alla maniera degli
indigeni, stese su pelli imbottite di giunchi e guadando con
la pagaia, si spinsero in direzione Sogdiana; Besso, ormai
senza ulteriori vie di scampo, venne consegnato, ad
Alessandro, dai sogdiani.
La sua fine fu orrenda:
costretto a presentarsi alla corte macedone, appeso ad una
corda e su di un ceppo, prima di essere condannato a morte,
venne infatti torturato e mutilato.
Restava infine da sottomettere la turbolenta Sogdiana ed il
compito non appariva per niente facile:
il paese presentava ampie pianure, solcate da deserti ed era
sormontato da irti passi di montagna; la popolazione era
frammentata in coriacee tribù locali, asserragliate in
roccaforti erette, strategicamente, sulle sommità delle zone
montuose.
L’esercito macedone, attaccato su più fronti dagli indomabili
guerrieri di quella regione, guidati da Spitamene, fu sul
punto di capitolare; soltanto l’ eccelsa arte bellica di
Alessandro permise ai suoi uomini di resistere e di passare al
contrattacco, non senza gravi perdite; lo stesso re macedone,
nel corso di un attacco, corse seriamente il rischio di
morire, riportando gravi ferite.
Trascorso l’inverno a Battra, Alessandro preparò le sue truppe
all’assalto finale contro l’esercito di Spitamene, ma questi
si rivelò un avversario più ostico del previsto,
rappresentando una vera e propria spina nel fianco per il re
macedone, di certo il suo avversario più degno.
Ripetutamente attaccato, Spitamene lottò con tutte le proprie
forze riuscendo, di continuo, a radunare nuove armate da
riversare contro l’esercito nemico; infine, nuovamente
sconfitto, venne tradito dai suoi stessi seguaci che lo
trucidarono a bruciapelo, facendone poi pervenire la testa ad
Alessandro.
La spedizione macedone aveva raggiunto l’ennesimo trionfo,
conquistando le remote regioni della Battriana e della
Sogdiana.
Sembra inoltre che il signore dell’Asia, durante la campagna
in Sogdiana, si trovò di fronte ad un pozzo di petrolio e che,
sconvolto per quanto aveva visto, ordinò sacrifici per quello
che riteneva un oscuro maleficio.
Alessandro, partendo dalla lontanissima Grecia, aveva dunque
conquistato un impero sconfinato, portando le falangi macedoni
agli estremi confini orientali del mondo conosciuto, in piena
Asia, presso Maracanda, l’attuale Samarcanda; correva l’anno
328 a.c.; a quel punto, agli estremi confini delle terre
sconosciute, il grande conquistatore fondò l’ennesima
Alessandria, ribattezzata Eskhate, l’ultima.
Alessandro era ormai sempre più lontano dalle tradizioni e dai
costumi macedoni, completamente contagiato dallo sfarzo e
dalle usanze orentali; ciò provocò ulteriormente il
risentimento e il malumore della vecchia guardia del suo
esercito.
Lo stesso Clito, che in passato aveva salvato la vita del suo
re, dopo un violento litigio, nel corso di un banchetto, fu
colpito a morte da Alessandro, in preda ai fumi dell’alcool e
furioso per le offese arrecategli; dopo quel tragico gesto, il
signore dell’Asia si ritirò per ben 3 giorni nella sua tenda,
straziato dal rimorso e dalla disperazione, piangendo l’amico
trucidato, fratello della sua nutrice Lanike.
Clito aveva infatti pesantemente inveito contro di lui,
accusandolo di aver rinnegato il genitore Filippo e di essersi
proclamato figlio di Ammone; fu un ulteriore sintomo della
situazione vigente tra gli uomini di Alessandro, increduli di
fronte a quella che, ai loro occhi, era un’incredibile ed
incomprensibile metamorfosi di un re che, partito con il
proposito di annientare il grande impero persiano, si era
fatto invece plagiare dal suo fascino; qualche tempo dopo, una
nuova congiura, detta dei paggi, organizzata da nobili
macedoni al suo seguito, fu sventata miracolosamente e
repressa con la solita fredda risolutezza:
i reali vennero lapidati ed anche il filosofo Callistene, che
già si era rifiutato di eseguire il gesto della proskynesis e
di cui venne fatto il nome come congiurato, fece le spese
della sete di vendetta di Alessandro.
In realtà la congiura dei paggi non ebbe origine a causa della
stanchezza per una spedizione militare senza fine o per il
plagio delle tradizioni macedoni, ma per motivi molto più
futili, ossia per uno sgarro subito, dal grande conquistatore,
durante una battuta di caccia, ad opera di uno dei nobili,
Ermolao; questi, duramente punito ed umiliato da Alessandro,
aveva dunque concertato un complotto, per abbattere l’inviso
sovrano, coinvolgendo altri giovani membri dell’alta società.
I macedoni impiegarono i primi mesi del 327 a.c., per
pacificare definitivamente la Sogdiana e proprio a questo
periodo si fanno risalire le nozze tra Alessandro e la
splendida Rossane.
Nei propositi del giovane sovrano, mai pago, mai sazio delle
conquiste riportate, si doveva procedere ancora oltre, verso
la realizzazione di un progetto ambizioso, quello della
conquista dell’India.
Nel 326 a.c., l’armata reale varcava il fiume Indo, penetrando
nel Punjab:
lì si trovò di fronte ai domini di tre re, Ambhi, Poro e
Abisare; di questi, Poro ed Ambhi erano in lotta tra loro, ma
mentre il secondo aprì le porte ai macedoni, accogliendoli
benevolmente e rifornendoli di uomini, derrate e 25 elefanti,
Poro scelse invece la via dello scontro; Abisare rimase invece
più defilato, in attesa degli eventi.
Alessandro, assieme agli alleati, si diresse verso il fiume
Idaspe, ingrossato sensibilmente dalle pioggie monsoniche del
periodo.
Sulle due sponde si schieravano, una di fronte all’altra, le
due grandi armate, pronte allo scontro finale.
Alessandro, con la consapevolezza di non poter guadare il
fiume, di fronte all’ esercito di Poro, che lo avrebbe
immediatamente attaccato non appena messo piede sulla riva,
scelse di distaccarsi, con un piccolo contingente, dal grosso
delle truppe; con quel piccolo contingente superò, 25
chilometri più a monte, il fiume, lontano dagli occhi di Poro,
dirigendosi poi verso l’esercito indiano, ancora schierato di
fronte alle falangi macedoni, in posizione di attesa.
Alessandro spazzò via il piccolo nerbo di uomini inviato
frettolosamente da Poro, per arginare l’avanzata dei macedoni
e si lanciò contro il nemico:
ne seguì una battaglia cruenta, che si concluse con l’ennesimo
trionfo macedone, dopo che il grosso dell’esercito, alla testa
di Cratero, si era portato anch’esso sull’altra sponda dell’Idaspe.
Nel furore dello scontro, le truppe macedoni maturarono una
sorta di fobia per gli elefanti, la cui furia incontenibile,
provocata dal dolore per le ferite riportate, a causa della
pioggia di dardi lanciati sul nemico, colpì duramente le loro
coscienze, nonostante la tempra maturata in anni ed anni di
continue lotte.
La resistenza di Poro si dimostrò eroica, ma, dopo aver perso
ben 3 figli, ripetutamente ferito, fu costretto alla
capitolazione; portato, prigioniero, al cospetto di
Alessandro, alla domanda che gli venne posta, su che
trattamento desiderasse, Poro rispose che voleva essere
trattato da re.
Quella risposta suscitò l’ammirazione di Alessandro, che la
nominò rappresentante del suo impero; il conquistatore
macedone, ancora una volta, aveva piegato ogni tentativo di
resistergli, travolgendo l’ennesimo nemico anche se, questa
volta, a caro prezzo:
l’amatissimo cavallo Bucefalo, che lo aveva accompagnato nelle
sue grandiose imprese, era infatti deceduto durante la
battaglia ed in suo onore venne fondata l’ennesima città,
Bucefala.
Alessandro si apprestava ormai a marciare verso il Gange,
deciso a raggiungere, ad ogni costo, l’India; ricevette la
sottomissione di Abisare e sconfisse tutti coloro che si
frapponevano alla sua avanzata, spingendosi verso terre
inesplorate, sconosciute.
Ma l’esercito era allo stremo, sfinito da anni e anni di
battaglie e martellato dalle pioggie monsoniche che si
riversarono, violentemente, nella regione.
Giunto presso il fiume Ifasi, nonostante gli appelli di
Alessandro, le truppe macedoni, ossia lo zoccolo duro del suo
esercito, riunite in assemblea, per bocca del prode comandante
Ceno, comunicarono al re la loro intenzione di fermarsi e di
stoppare pertanto una spedizione che, nel corso di pochi anni,
aveva conquistato un impero sconfinato.
Il grande conquistatore, dopo essersi ritirato nella sua tenda
dovette, sia pure a malincuore, rassegnarsi, impartendo
l’ordine di tornare indietro, verso l’Idaspe e l’Indo.
Costretto pertanto dalle sue truppe ad interrompere
l’avanzata, scelse tuttavia, per il ritorno in patria, un
percorso totalmente differente da quello affrontato
all’andata, optando per la discesa dell’Indo fino alle sue
foci, in direzione dell’oceano.
Fece pertanto allestire una flotta in grado di ridiscendere il
fiume, mentre il grosso dell’esercito avrebbe proseguito via
terra.
I macedoni dovettero fare i conti con le turbolente
popolazioni meridionali, tra cui, in particolare quella dei
Malli, decise a rendere difficile la vita alle truppe regie.
Alessandro, nell’affrontare i Malli, si comportò, secondo
tradizone, come già fece con Tebe, Tiro o Gaza, ossia come era
solito comportarsi nei confronti di tutti coloro che
sceglievano la via del muro contro muro.
Le città dei Malli vennero, una dopo l’altra, rase al suolo,
fino all’assedio della capitale, identificata con l’attuale
Multan; si racconta che, durante l’assedio, Alessandro venne
trafitto al petto dai dardi nemici e che i suoi soldati,
credendolo morto, si lasciarono andare ad un massacro senza
precedenti.
Alessandro fu salvo, ancora una volta, per miracolo e potè
continuare a porsi alla testa dei suoi uomini, nella discesa
verso le foci dell’Indo, non senza problemi, a causa della
strenua resistenza offerta dalle popolazioni che, man mano,
comparivano dinanzi alle falangi.
I macedoni devastarono, tra atroci rappresaglie, i regni di
Porticano e Sambo, raggiungendo il centro strategico di
Pattala; pur con notevoli difficoltà, causate dalle violente
correnti oceaniche, la flotta riuscì a raggiungere la meta
tanto desiderata e, presso l’ isola di Ciluta, Alessandro,
sacrificando agli dei, ritenne definitivamente raggiunti gli
scopi della gloriosa spedizione; correva il 325 a.c..
Il giovane sovrano, scelse di far proseguire la flotta, al
comando di Nearco, attraverso l’oceano, verso il Golfo
Persico, mentre l’esercito sarebbe avanzato via terra al suo
comando, parallelamente alle navi.
L’avanzata terrestre dei macedoni rischiò il collasso durante
l’attraversata del tremendo ed infuocato deserto della
Gedrosia; la sete cominciò ben presto a farsi sentire,
decimando non solo le truppe, ma anche i famigliari al
seguito; le rare pioggie torrenziali ingrossavano inoltre,
all’improvviso e a dismisura, i rarissimi torrenti, i quali,
con una violenza inaudita, scendendo dai monti, travolgevano,
in un mare di fango, gli accampamenti di una spedizione ormai
prossima alla liquefazione.
Lo stesso Alessandro soffrì terribilmente la sete ma,
nonostante quell’ indicibile calvario, riuscì, con strenua
volontà, a dimostrazione della sua grandezza, a mantenere
l’ordine e a serrare le fila, rifiutando anche dell’acqua
offertagli dalle truppe.
Finalmente, con ciò che rimaneva del suo seguito, il gran re
raggiunse la Carmania ricongiungendosi con la flotta di
Nearco, che aveva dunque aperto una nuova, straordinaria rotta
marittima, tra India e Mesopotamia.
Il contingente, finalmente riunito, mosse verso la città di
Susa, dove fece, di lì a poco, il suo ingresso; era il 324
a.c. e la straordinaria avvenura di Alessandro, partita dalla
Grecia ed in grado di attraversare tutta l’Asia, fino alle
porte dell’India, era finalmente giunta alla conclusione
Nel giro di pochissimo tempo, passando di trionfo in trionfo,
si era tramutato da semplice re di Macedonia, in signore
universale, nel dominatore di un impero mastodontico, alla cui
organizzazione dedicò i restanti anni della sua breve vita.
In primo luogo regolò i conti con i satrapi infedeli, punendo
duramente tutti coloro che, durante la sua lontananza in
oriente, si erano resi protagonisti di tradimento e
malversazioni; il caso più ecclatante fu quello dell’amico
fraterno Arpalo, satrapo di Babilonia e custode del tesoro di
Babilonia e dell’erario, che sperperò gli ingenti tesori
affidatigli, a fini personali.
L’ira di Alessandro fu tremenda ed Artalo, braccato, costretto
alla fuga in Grecia, tentò di sollevare, invano, la
popolazione contro il suo re; rinchiuso in prigione, finì per
essere assassinato dai suoi stessi seguaci.
Dal punto di vista amministrativo mantenne la suddivisione
dell’impero in satrapie, anche se il potere militare era
affidato ad un comandante delle forze armate.
Alessandro fu anche impegnato a reprimere l’insubordinazione
dei suoi invincibili veterani macedoni, alterati per le troppe
concessioni attribuite ai contingenti asiatici, inglobati
all’intero dell’organizzazione militare imperiale; al termine
di un periodo di profonda tensione, la frattura tra re e
soldati venne ricomposta e la riappacificazione celebrata con
un sontuoso banchetto.
Alessandro condusse la sua ultima campagna militare per
ridurre all’ubbedienza i Cossei; essi erano una fiera
popolazione di montagna che aveva da sempre mantenuto una
certa indipendenza, imponendo un tributo a tutti coloro che
volevano passare attraverso il suo territtorio.
Il gran re, assogettata, ai suoi voleri, l’intera Asia,
progettava altre grandiose imprese, tra cui, si narra, la
conquista di Cartagine, dell’Arabia, della Spagna; proseguì
inoltre nelle sue imponenti opere di urbanizzazione,
incentivando l’ ampliamento delle vie di comunicazione, sia
marittime, sia fluviali e del sistema d’irrigazione.
Ma la sua breve vita volgeva ormai al termine:
ammalatosi di una misteriosa febbre, al termine di un’agonia
di pochi giorni, a soli 33 anni spirava, a Babilonia, con la
stessa rapidità con la quale aveva soggiogato i popoli di
tutta l’Asia; era il 13 giugno del 323.
Le reali cause della sua morte sono state lungamente dibattute
dagli studiosi nel corso della storia, alimentando le più
varie delle supposizioni, fino al sospetto di un
avvelenamento; tra di esse, l'epidemiologo John Marr, e
l'esperto di malattie infettive Charles Calisher, hanno
avanzato l’ipotesi delle febbre del Nilo occidentale, facendo
riferimento ad un passo di Plutarco, il quale narrò come, di
fronte alle mura di Babilonia, alcuni corvi, una specie
particolarmente sensibile al letale virus, caddero di fronte
al grande conquistatore.
Alla notizia della morte, la madre di Dario, che Alessandro
aveva trattato con grande umanità, straziata dal dolore,
preferì togliersi la vita.
Con la scomparsa del suo fondatore, il grande impero si
sfasciò inesorabilmente:
Alessandro infatti non aveva pensato alla sua successione e
alla domanda dei suoi luogotenenti, su chi dovesse divenirne
l’erede, rispose testualmente “il migliore” ; disse inoltre
che avrebbe voluto ricevere gli onori divini quando essi
fossero stati felici.
La sua morte fu pertanto seguita da 40 anni di sanguinose e
cruente lotte tra i suoi generali, i diadochi, per assumere le
redini dell’immenso impero; di quegli anni di violenza
inaudita fecero le spese anche la sposa di Alessandro Rossane
e suo figlio, brutalmente assassinati da Cassandro, figlio del
diadoco Antipatro.
All’esito delle guerre tra i diadochi, l’impero universale,
uscì infine smembrato, principalmente, in tre grandi stati:
il regno d’Egitto, con capitale Alessandria, dominato dalla
dinastia tolemaica, il regno di Siria, con capitale Antiochia,
sotto la dinastia dei seleucidi, il regno di Macedonia, con
capitale Pella, sotto la dinastia di Antigono.
Se l’impero universale non sopravvisse alla sua scomparsa,
immensa è stata invece l’eredità culturale del grande
conquistatore:
Pergamo, Antiochia, Alessandria d’Egitto, diventarono i centri
della civiltà ellennistica, che si estese universalmente tra
tutti i popoli, in tutti i territtori soggiogati dal “figlio
di Ammone”.
Dalle ceneri dell’impero macedone si diffuse uno nuova
grandiosa ventata culturale, nella quale si fondevano gli
splendori dell’arte greca, con quella orientale.
E’ stata però Alessandria d’Egitto a divenire il simbolo della
grandiosa cultura ellenistica, il centro del sapere
dell’epoca; la città era una delle tante Alessandria fondate
dal conquistatore macedone durante la sua grandiosa
spedizione.
Nel giro di pochi anni divenne il fulcro della cultura del
tempo, con la sua prestigiosa biblioteca, ricca di ben 700.000
volumi, con la sue splendide vie, che si intersecavano ad
angolo retto ed infine con il suo maestoso faro, una delle più
grandi meraviglie del mondo antico.
Progettato da Sostrato di Cnido era alto ben 150 metri e si
narra che la sua luce si irradiasse nel Mediterraneo, fino a
50 chilometri; il faro venne poi distrutto, da un terremoto,
nel 1375.
L’oriente conobbe quindi una fioritura culturale
straordinaria, che rinfrescò i fasti dell’antico mondo greco;
quel fantastico mondo avrebbe influenzato anche la potenza di
Roma, che, con le sue legioni, conquistò, ad uno ad uno, i
vari regni, eredi del grande impero fondato da un giovane
macedone, in grado, nel giro di pochissimi anni, partendo
dalla piccola e montuosa Macedonia, di divenire il signore
universale di tutto il medio-oriente e di buona parte
dell’Asia, fino ad arrivare ai confini del mondo allora
conosciuto.