Alessandro Magno


Fece della Macedonia, piccola regione prevalentemente montuosa dei Balcani, il centro del mondo, di un impero che si estendeva fino ai confini dell’India.
Nessuno come lui, tra i grandi conquistatori, riuscì ad incarnare tante personalità: saggio e crudele, astuto e coraggioso, prudente e spregiudicato, ambizioso ma rispettoso; la sua giovane età, la sua bellezza, unite a modi raffinati, contribuirono ad alimentarne il mito e la leggenda, così come la morte misteriosa, avvenuta, a soli 33 anni, al termine di una parabola ascendente che lo portò a sottomettere ogni avversario che gli si fosse posto di fronte.
Alessandro nacque, nel 356 a.c, da Filippo, re di Macedonia ed Olimpiade, appartenente alla famiglia degli Eacidi, che si dicevano discendenti di Neottolemo, figlio di Achille; si narra che la notte precedente alle sue nozze, la stessa Olimpiade sognò uno sconvolgente uragano, dal quale si sprigionò un fulmine che si diffuse tra altissime fiamme.
E’ questa soltanto una delle tante leggende che circondano la figura del grande conquistatore; un altro aneddoto racconta come, il giorno della sua nascita, lo stesso in cui venne bruciato il tempio di Efesto, i sacerdoti di quel luogo sacro, ormai in preda alle fiamme, gridarono, per le vie della città, che aveva avuto origine una grande disgrazia per l’Asia.
Filippo ripudiò ben presto Olimpiade, donna violenta e vendicativa, troppo dedita ai piaceri dei riti dionisiaci.
Si racconta che la nascita del figlio fu annunciata, al re macedone, assieme ad altre due liete notizie, quella della vittoria dei suoi eserciti sugli Illiri e quella di un suo cavallo nella corsa di Olimpia.
Filippo, prima di salire al potere, aveva vissuto diversi anni a Tebe, entrando in contatto con il grande Epaminonda, di cui divenne un profondo ed attento osservatore.
Divenuto re, nel 359, si preccupò di fare del suo piccolo regno, una potenza militare in grado di consentire, allo stesso, di espandersi per tutto il Pelopponneso e di puntare all’ impensabile, alla conquista della Grecia.
Negli anni passati in Grecia, Filippo si era infatti reso conto della decadenza e del degrado in cui versava quella civiltà, ormai solo il pallido ricordo della potenza che fu.
In primo luogo il re macedone riorganizzò l’esercito, creando la mitica falange, un corpo armato di 8.000 fanti, schierati in 16 file, armati di elmo, scudo e di una lunghissima lancia dalla punta di ferro, denominata “sarissa”.
La falange risultò fondamentale nella conquista della Grecia e delle sue città, con la storica vittoria nella battaglia di Cheronea del 338 a.c; la piccola Macedonia, una terra di pastori e coltivatori, era divenuta la signora indiscussa di quella che rappresentava la culla dell’arte e della cultura; vani erano stati i tentativi di Demostene, ad Atene, di mettere in guardia i suoi concittadini dal pericolo corrente, attraverso appassionati discorsi che sarebbero passati alla storia come le “filippiche”.
Nella storica battaglia di Cheronea si era frattanto messo in luce il giovane Alessandro, ancora diciottenne, autore dell’attacco decisivo al battaglione sacro tebano; già 2 anni prima, nel 340, il futuro sovrano, aveva assunto la reggenza del regno, mentre il padre Filippo assediava Bisanzio.
I rapporti tra padre e figlio non furono semplici, soprattutto quando Filippo scelse di sbarazzarsi della moglie Olimpiade; Alessandro prese le parti della madre ed in seguito ad un violento litigio, con il padre, durante le nozze tra quest’ultimo e la nuova moglie Cleopatra, fu costretto a rifugiarsi in Epiro, da dove fece ritorno soltanto in seguito al perdono paterno.
Proprio ad Alessandro, che aveva peraltro salvato la vita a Filippo, durante la spedizione contro i Triballi, toccò il difficile compito di succedere al padre, quando questi, rientrato in Macedonia, per preparare l’ambiziosa campagna contro l’impero persiano, nel 336, venne brutalmente assassinato; la nuova moglie di Filippo, Cleopatra, non era stata infatti in grado di generare un erede maschio, ma sola una femmina, dal nome Europa.
Alessandro era un ragazzo di profonda cultura, anche perché, dai 13 ai 16 anni, ebbe come educatore il grande Aristotele; i suoi idoli giovanili erano Eracle e Achille e conservava gelosamente, sotto il proprio cuscino, una copia dell’Iliade di Omero, appositamente rivista dallo stesso Aristotele.
Filippo diffidava però di quel figlio dal sangue epirota, il quale a sua volta disprezzava la sregolata vita amorosa del padre.
Quando Filippo venne assassinato, Alessandro aveva solo 20 anni ma, nonostante ciò, grazie al suo straordinario carisma e all’appoggio di Antipatro e Parmenione, i più importanti ed anziani generali del padre, seppe imporsi all’assemblea dei soldati, incaricata di eleggere il nuovo re.
Con un appassionato discorso, dinanzi alle truppe schierate, mise subito le cose in chiaro, proclamando di voler perseguire, tenacemente e con fermezza, gli ambiziosi piani egemonici di Filippo.
Bisogna considerare come i sovrani macedoni non detenevano un potere assoluto, ma dovevano discutere ogni atto d’alta amministrazione, proprio di fronte all’esercito.
La nomina di un re così giovane, animò le speranze di libertà dei greci, ma Alessandro decise immediatamente di mostrare i muscoli, scendendo in Grecia con il suo esercito, dove si fece rinnovare l’ubbedienza, ottenendo, dall’assemblea di Corinto, il riconoscimento della carica di comandante supremo.
Per il giovane re non sembrava però esserci pace, in quanto, dopo la Grecia, fu la volta delle turbolente regioni balcaniche, animate da violente sommosse.
Alessandro lanciò pertanto una possente offensiva militare nel nord del regno, contro i Triballi e gli Illiri, giungendo fino alle rive del Danubio, che fu guadato, dalle sue truppe, con barche improvvisate, scavate su tronchi d’albero.
Le notizie giungenti dal fronte di guerra erano assai frammentarie, per cui la sua forzata assenza e le voci di una sua prematura scomparsa, riaccesero nei greci, sottomessi all’inviso”barbaro”, speranze di liberazione; Tebe ed Atene, certe di una facile riconquista della libertà, rialzarono la testa, infiammando, di fatto, l’intera regione.
Ma Alessandro dimostrò fin dall’inizio la sua straordinaria sagacia militare, punendo, senza pietà, i rivoltosi ed in particolare la città di Tebe, che pagò cara la sua sete di libertà:
in soli 13 giorni, trasferì infatti l’esercito, a marcie forzate, dall’Illiria, dove si trovava, in Beozia, cingendola d’assedio.
La città, stretta in una morsa letale, fu costretta, in soli 3 giorni, alla capitolazione; ma soprattutto, non avendo voluto saperne di arrendersi, venne letteralmente rasa al suolo.
Furono risparmiate solo la rocca Cadmea e la casa del poeta Pindaro, mentre tutti gli abitanti, sopravvissuti alla carneficina scatenata dalle truppe macedoni, finirono venduti come schiavi.
A quel punto il terrore si impossessò di tutte le città che avevano appoggiato la sommossa, specialmente Atene:
essa inviò, pertanto, un’ambasceria ad Alessandro, per placare l’ira del giovane re; questi pretese la consegna dei suoi più coriacei oppositori, Licurgo, Iperide, Caridemo ed anche Demostene, con quest’ultimo che aveva ripreso le sue orazioni in funzione anti-macedone.
In seguito Alessandro si accontentò dell’esilio di Caridemo ed Atene potè miracolosamente salvarsi dal proprio destino di morte e distruzione.
Ridotta, brutalmente all’ubbedienza la Grecia, cominciò i preparativi volti all’attacco e alla conquista del grande impero persiano, secondo il piano già ideato del padre Filippo, precocemente assassinato proprio quando era sul punto di lanciarsi nell’impresa.
Nei propositi, prima di Filippo ed ora di Alessandro, si sarebbe dovuto trattare di una campagna unitaria dei greci, per vendicare i passati tentativi di invasione dell’Ellade, da parte dei persiani di Dario e Serse; in realtà il contingente fornito dalle città greche, riunite nella lega di Corinto, fu alquanto esiguo:
160 triremi e 7.000 uomini circa, impiegati peraltro pochissimo, in quanto Alessandro diffidava fortemente di essi; il regno di Macedonia si apprestava quindi ad attaccare il colosso persiano, con soli 35.000 fanti e 5.000 cavalieri.
Essi avrebbero dovuto soccorrere l’esercito di 10.000 effettivi, guidato da Parmenione, che Filippo aveva inviato in Asia Minore e che stava per essere ricacciato in mare dai persiani.
La spedizione, inoltre, nonostante le somme ricavate dalla vendita dei tebani, dopo la distruzione della città, peccava di finanziamenti, ma Alessandro faceva affidamento sul bottino che sarebbe stato ricavato dal saccheggio delle città persiane; resta comunque il fatto che il re macedone, per allestire la spedizione, si indebitò fino al collo, scommettendo tutto sul positivo esito della stessa.
I suoi averi erano ridotti a 70 talenti, mentre le stesse salumerie, avevano derrate alimentari per soli 30 giorni.
Resta da rimarcare come Alessandro non condusse con sé soltanto soldati e cavalieri ma anche un nucleo di artisti ellenici, come il pittore Apelle, lo scultore Lisippo e lo storico Callistene, al fine di diffondere la cultura greca nei territtori conquistati.
Alessandro non fu infatti soltanto un grande conquistatore, ma anche un letterato, un filosofo, un uomo sensibile alle arti e alla cultura:
il suo sogno era quello di unificare, affratellare tutti i popoli medio-orientali, in un unico grande impero universale, all’insegna dell’armonia tra la tradizione culturale greca e quella orientale; non c’era dunque, nei propositi di Alessandro, soltanto un innato desiderio di conquista, ma molto di più, una volontà di forgiare una nuova grande civiltà, frutto dell’incontro tra vincitori e vinti, tra oriente ed occidente, della fusione tra il modello greco ed i costumi, le tradizioni, le usanze dei popoli conquistati.
Dopo aver lasciato la reggenza dell’Ellade al fedele Antipatro, tutto era ormai pronto, dunque, per l’assalto al cuore del grande impero:
Alessandro era mosso da una grande ambizione, dal morboso desiderio di soggiogare l’intera Asia e nessuno poteva fermarlo; la sua sete di gloria era irresistibile.
Prima di lanciare la spedizione militare si recò a Delfi per consultare l’oracolo; arrivato al tempio, si racconta che si trovò di fronte all’opposizione della sacerdotessa, in quanto, a suo dire, non sarebbe stata quella l’ora opportuna.
A quel punto il re dei macedoni, ben deciso ad ottenere la tanto agoniata pronuncia, trascinò per i capelli la sacerdotessa, la quale gridò, sconvolta:
“ figlio mio non ti si può proprio resistere”.
Alessandro, dopo quella frase, si allontanò soddisfatto; aveva infatti udito ciò che voleva sentire.
Giunto in Asia Minore e precisamente ad Abito, nella Troade, conficcò a terra la propria lancia, a simboleggiare la propria strenua volontà di conquista; successivamente si recò ad Ilio, la città che scolpì le gesta del suo eroe Achille, dove fece sacrifici nel tempio di Atena.
Tra i comandanti persiani, Memnone suggerì di fare terra bruciata, di fronte all’avanzata dei macedoni, ma la sua proposta venne respinta; il primo grande scontro tra Alessandro e i persiani di Dario, avvenne sulle rive di un piccolo fiume, denominato Granico, dal corso alquanto breve, che sfocia nel mar di Marmara; correva l’anno 334 a.c..


La battaglia si risolse in un tremendo scontro tra le cavallerie, nel corso del quale Alessandro fu sul punto di essere ucciso, ad opera del generale persiano Spitridate e salvato soltanto dall’intervento del fido Clito.
La vittoria ottenuta spalancò ad Alessandro le porte dell’Asia Minore, ancor più considerando che l’esercito persiano aveva lasciato sul campo i suoi migliori quadri militari, immolatisi per tentare di ricacciare in mare l’ostinato invasore.
Le città greche dell’Asia Minore videro, nelle falangi macedoni, una forza liberatrice dal giogo dell’odiato dominatore persiano, aderendo a quella sorta di guerra di liberazione che Alessandro pontificava; proprio per questo motivo i mercenari greci, che avevano combattuto al fianco dei persiani, considerati traditori, vennero passati per le armi, ad eccezione di poche migliaia, condannati alla schiavitù nelle miniere del Pangeo.
Trecento armature venero invece inviate in Grecia e precisamente al Partenone di Atene, per celebrare il successo, sui persiani, di tutti i greci, ad eccezione degli invisi spartani.
L’avanzata macedone appariva inarrestabile e dopo la caduta di Efeso, Mileto ed Alicarnasso, Alessandro decise di dividere l’esercito in due gruppi, uno a capo di Parmenione, l’altro direttamente guidato dalla sua persona, destinati a ricongiungersi, nei piani del grande conquistatore, presso la città di Gordio.
Proprio a Gordio, dove trascorse l’inverno 334-333 a.c. venne a sapere del famoso carro, al cui timone era legato un nodo complicatissimo; la profezia affermava che la persona in grado di scioglierlo, sarebbe divenuta la conquistatrice dell’Asia.
Nessuno fino ad allora era riuscito nell’impresa, ma Alessandro, rompendo gli indugi, con una straordinaria intuizione, sguainò la spada e, invece di provare a scioglierlo, con un colpo secco, lo tagliò di netto.
Dopo la morte di Memnone in battaglia, i nuovi comandanti in capo dell’esercito persiano, Farnabazo e Autofradate, misero seriamente a repentaglio la riuscita dell’impresa, arrivando a minacciare, con una possente controffensiva, lo sbarco verso la Grecia.
La situazione militare, per Alessandro, era a quel punto estremamente delicata:
c’era infatti il rischio, concreto, di invasione della madrepatria, con l’esercito ed il sovrano imbottigliati in Asia Minore ed impossibilitati ad intervenire; ma la provvidenza corse in aiuto dei macedoni, in quanto i persiani non approfittarono del momento favorevole, optando, viceversa, per la mobilitazione di un possente esercito, per uno scontro frontale, che avrebbe dovuto spazzare via le truppe di Alessandro.
Le guarnigioni di Farnabazo e Autofradate, vennero pertanto inesorabilmente richiamate in Persia, dove si stava ammassando, in grande stile, la grande armata persiana.
Nel frattempo Alessandro, dopo aver conquistato la Licia, la Panfilia, la Caria, l’Anatolia penetrò in Cilicia, anche se, solo per miracolo, riuscì a scampare alle insidiose acque del fiume Cidno, quelle stesse acque che sarebbero state, qualche secolo più tardi, fatali al grande imperatore Federico Barbarossa; a causa della malattia derivatagli da quel’immersione, fu costretto a fermarsi a Tarso, ristabilendosi solo grazie alle provvidenziali cure del suo medico Filippo.
Lo scontro cruciale, la battaglia decisiva, avvenne presso la piana di Isso, all’estremo confine orientale dell’Asia Minore, sull’odierno confine tra Turchia e Siria:
lo scontro fu tremendo e si risolse a favore di Alessandro, il quale, con la sua cavalleria, si gettò furiosamente all’assalto del nemico, arrivando a ridosso del carro di Dario e della sua guardia reale; fu la svolta della battaglia in quanto il gran re, terrorizzato dalla vista di Alessandro, spaventato dal suo ardore, si diede alla fuga, condannando, di fatto, il suo esercito alla disfatta.
Era il 333 a.c e la viltà di Dario aveva appena tramutato in una catastrofe la battaglia di Isso, non solo perchè l’immensa armata persiana era stata sbaragliata, ma anche perché l’intero harem del gran re, che, secondo la tradizione, si trovava al suo seguito, era caduto interamente nelle mani di Alessandro; la madre, la moglie, i figli di Dario, divennero prigionieri del re macedone, il quale, nell’occasione, diede prova della sua grande magnanimità, riservando, alla famiglia reale, un trattamento degno del suo rango.
Alessandro, nonostante gli inviti dei suoi assistenti, non volle mai sfiorare la moglie di Dario, né permise che si facessero allusioni d’ogni sorta, in merito alla sua straordinaria bellezza
Il re macedone poteva ormai avanzare, con il suo esercito, verso il cuore del grande impero, ma scelse, viceversa, di puntare all’Egitto, attraverso la Palestina, al fine di tagliare la Persia completamente fuori dal Mediterraneo e dai possibili rifornimenti via mare; Dario ad Isso, non solo aveva perso gran parte dei suoi uomini, il meglio delle truppe, degli ufficiali, ma anche il proprio prestigio, macchiato dalla vergognosa fuga al di là dell’ Eufrate.
L’impero persiano viveva, inoltre, ormai da anni, fin dai tempi di Artaserse III, un’inesorabile crisi, con un’esercito che era soltanto il pallido ricordo della potenza che fu, frazionato tra reparti alle dipendenze del gran re, quelli alle dipendenze dei satrapi e quelli costituiti dagli inaffidabili mercenari greci.
Gli echi della strepitosa vittoria di Isso giunsero in Grecia, accolti con grande sorpresa da una popolazione che, durante i giochi Istmici del 332 a.c., conferì, ad Alessandro, la corona d’oro, quale difensore della libertà greca contro i barbari persiani.
Proprio mentre, davanti ai macedoni, si spalancavano le porte dell’indifesa Fenicia, Dario fece pervenire le sue prime offerte di pace, rifiutate da Alessandro, non pago dei successi ottenuti e mosso da una ambizione sfrenata.
Prese facilmente Biblo e Sidone, l’unico ostacolo incontrato dal conquistatore, nella sua avanzata, fu costituito, a meridione, dalla roccaforte di Tiro, ostinatamente decisa a combattere e a resistere, contando sulla sua presunta inespugnabilità, in quanto la città era in realtà situata su una piccola isola lontana circa mezzo miglio dalla costa.
La presa di Tiro, l’ultimo grande porto, in mano persiana, era considerata di vitale importanza da Alessandro, che mosse un assedio spietato, durato ben sette mesi.
Venne costruito, dai genieri macedoni, un ponte artificiale, in grado di portare le truppe a ridosso delle mura nemiche; dopo una strenua resitenza, Tiro capitolò, andando incontro ad un terribile destino, figlio del castigo imposto da Alessandro:
tutta la popolazione maschile venne sterminata, quella femminile venduta come schiava; il sovrano macedone potè finalmente coronare il suo sogno di porgere sacrifici nel tempio di Eracle; fu proprio il diniego degli abitanti di Tiro, alla richiesta di Alessandro di poter compiere tale gesto, a far saltare le trattative di pace tra macedoni e tirii e a segnare l’inizio della fine per la sfortunata città.
Le decisioni prese da Alessandro, in relazione alle sorti degli abitanti, fu il riflesso del carattere, del temperamento che lo contraddistinse per tutta la sua breve esistenza; se il giovane re era infatti magnanimo e generoso con gli inermi e con coloro che riconoscevano la sua autorità, era invece spietato e crudele con quelli che sceglievano di resistergli, di schierarsi contro di lui.
Se le ribelli Tebe e Tiro erano state messe a ferro e fuoco, senza alcuna pietà, viceversa Sardi, capitale della Frigia, non solo venne risparmiata, ma ebbe pure la possibilità di continuare ad amministrarsi con le proprie leggi, in quanto i suoi abitanti, di fronte all’avanzata macedone, scelsero di correre incontro alle truppe con un ramo d’ulivo e di riconoscere ad Alessandro la piena disponibilità delle proprie ricchezze; gli stessi famigliari di Dario che, spauriti, erano caduti prigionieri, furono trattati con il più alto rispetto e decoro, su esplicito ordine dello stesso Alessandro.
Proprio mentre si apriva la via dell’Egitto, giunse, al re macedone, una nuova ambasceria persiana, recante una seconda proposta di pace, ancora più sontuosa della precedente:
non solo Dario offriva una fortuna, per la liberazione della propria famiglia, ma anche i territori asiatici ad ovest dell’Eufrate e la mano della figlia Statira.
Ma Alessandro, nonostante la grandiosità dell’offerta e nonostante il parere contrario dei suoi luogotenenti, ormai paghi dei successi riportati e delle ricchezze ottenute, rifiutò clamorosamente; tra gli altri Parmenione, interpellato dal re, disse che, al posto di Alessandro, avrebbe accettato quelle proposte; Alessandro rispose che, se fosse stato Parmenione, avrebbe detto la stessa cosa.
Il suo scopo era infatti la conquista dell’Asia e non c’era ricompensa in grado di distoglierlo dal desiderio di divenirne il signore assoluto, sostituendosi all’impero del gran re Dario, ormai prossimo alla capitolazione ed al disfacimento; le offerte di Dario non gli concedevano inoltre più di quello che aveva già conquistato alla testa dei suoi uomini.
Alessandro continuò, dunque, inesorabilmente, la sua spedizione militare, scegliendo di puntare verso l’Egitto, ma quella che sembrava una marcia incontrastata, trovò invece un’imprevista resistenza nella città di Gaza.
L’assedio della città non era di facile soluzione, in quanto Gaza appariva inattaccabile, arroccata com’era alla sommità di un colle; ma Alessandro, anticipando l’impresa militare che i romani avrebbero compiuto. a Masada, fece costruire un terrapieno, in grado di portare le macchine belliche macedoni, ai piedi delle mura.
La resistenza di Gaza fu disperata, sulla falsariga di quella di Tiro, di cui condivise lo stesso crudele destino:
dopo essere stato ferito ad una spalla, durante l’attacco alle mura, il re macedone dispose l’uccisione di tutti i maschi e la vendita, come schiavi, delle donne e dei bambini.
Alessandro potè quindi fare il suo ingresso in Egitto, dove fu accolto trionfalmente, come il liberatore dall’inviso giogo persiano; il re macedone rimase estasiato dagli usi e costumi egizi, dal fascino di quei luoghi magici; la perfetta simbiosi tra il conquistatore e la popolazione consentì al re macedone di ricevere, a Menfi, la nomina a faraone.
Ma l’evento più importante della sua permanenza in Egitto e forse della sua intera spedizione, fu la fondazione, sul delta del Nilo, di una nuova città, recante il suo nome, destinata a divenire una delle più famose ed importanti dell’antichità, titolare, ancora oggi, di una delle più prestigiose biblioteche del mondo; era il gennaio 331 ed Alessandria d’Egitto cominciava a prendere forma e a svilupparsi, secondo i progetti realizzati da una squadra di architetti, diretta da Dinocrate.
Il re macedone si diresse poi verso l’oasi di Siva, dove si trovava l’oracolo di Zeus Ammone; si dice che il pericoloso viaggio, attraverso il deserto, fu accompagnato da incredibili segnali propiziatori, come le continue piogge, che scongiurarono lo spettro della sete, o come gli stormi di corvi, che si posero alla testa dell’esercito, gracchiando quando la spedizione prendeva una strada sbagliata.
Arrivato a destinazione, venne accolto come figlio del Dio, dal profeta di Ammone, il quale gli rivelò che le sue origini non erano mortali e che era stato destinato al dominio di tutti gli uomini; poco dopo la sua identificazione con il figlio del Dio, gli fu comunicato che tale circostanza era stata confermata dall’oracolo di Apollo di Didima.
A testimonianza del profondo legame con la terra degli antichi faraoni, Alessandro decise di affidare l’amministrazione della nuova provincia, a due governatori egizi.
Lasciato l’Egitto, era ormai giunto il tempo della resa dei conti con l’impero persiano di Dario, che nel frattempo si era, sia pure a fatica, ripreso dalla catastrofe di Isso, allestendo un nuovo potente, immenso esercito, sfruttando le satrapie orientali.
Alessandro, con 40.000 fanti e 7.000 cavalieri, dopo aver attraversato indisturbato il Tigri, giunse presso Gaugamela, il luogo scelto da Dario per fronteggiare i macedoni, in quanto favorevole all’attacco dei carri falcati e al movimento degli elefanti; era il settembre 331 e la battaglia si risolse in una nuova drammatica e questa volta decisiva sconfitta per Dario, il quale, secondo il copione delineato ad Isso, si diede precipitosamente alla fuga.
Alessandro aveva ormai domato il colosso persiano e potè fare il suo trionfale ingresso a Babilonia, accolto come un eroe da una popolazione esasperata da anni ed anni di duro dominio persiano, culminato con la distruzione dell’ E-Sagila, il santuario del Dio Bel-Marduk, all’esito di un tentativo di ribellione al tempo del gran re Serse I; come primo gesto distensivo il re macedone ordinò proprio la ricostruzione del tempio.
Nel frattempo il fedele Antipatro aveva represso, in Grecia, una sommossa scatenata da Sparta, costretta alla resa dalla preponderante superiorità delle falangi macedoni.
L’impero persiano era ormai in piena dissoluzione e tutte le città, ad una ad una, a cominciare da Susa, la residenza estiva dei signori persiani, ricca di tesori e materie prime come la porpora, aprivano le porte all’esercito di Alessandro; tra i macedoni e Persepoli, la somma capitale dell’impero, si frapponevano soltanto le truppe del satrapo di Persia Ariobarzane.
Dopo anni e anni di battaglie, Alessandro faceva così ingresso in Persia, occupando, una volta vinta la resistenza delle fiere tribù montanare degli Ussi, la capitale Persepoli, che fu data alle fiamme, per vendicare le devastazioni che i persiani avevano compiuto nelle loro spedizioni contro la Grecia, culminate con le sconfitte di Maratona e Salamina.
Le fiamme avvolgenti la grande città, simbolegiarono la fine del grande impero fondato da Ciro, ridotto all’ubbidienza da un giovane monarca macedone e dal suo piccolo esercito.
Restava soltanto la cattura dell’ormai ex gran re Dario, inseguito, braccato strenuamente da Alessandro, lungo la via della sua precipitosa fuga, verso i territtori ancora immuni dall’avanzata macedone, attraverso le porte caspiche; l’imperatore persiano venne infine brutalmente trucidato dal satrapo della Battriana Besso, che lo teneva prigioniero, in concerto con il satrapo dell’Aria Satibarzane.
Alessandro, una volta venuto in possesso del cadavere, lo fece seppellire con tutti gli onori a Persepoli, mentre Besso, catturato al termine di un lungo inseguimento, durato anni, tra terre montagnose, in condizioni climatiche proibitive, sarebbe stato mandato a morte tra atroci sofferenze; morto Dario, Alessandro si considerava infatti il diretto prosecutore della monarchia persiana e, per questo motivo, era strenuamente deciso a vendicare la brutale e sacrilega uccisione del gran re.
La conquista di Persepoli rappresentò una svolta, nella trionfale spedizione di Alessandro:
se il re macedone aveva iniziato l’avventura al fine di vendicare le umiliazioni subite dai greci, da parte degli eserciti, prima di Dario, poi di Serse, invece, dopo la caduta dell’impero persiano, si era proclamato successore diretto degli achemenidi, lasciandosi conquistare ed ammaliare dai seducenti costumi orientali; il re macedone divenne il signore d’Asia, come iniziò a farsi chiamare.
Cominciò inoltre a vestire alla maniera dei sovrani di Persia, facendo proprio anche il cerimoniale in uso alla corte achemenide; in effetti introdusse la porpora achemenide, pretese la proskynesis, l’inchino accompagnato dal bacio alla punta delle dita, erigendosi ad entità divina, cui riservare onori d’ogni genere.
Alessandro aveva inoltre, già dalle prime conquiste, scelto di mantenere l’ organizzazione amministrativa dell’impero persiano, con la sua divisione in satrapie, le provincie, affidate spesso, oltre che a personale macedone di sua fiducia, anche al governo di quegli stessi satrapi persiani, che facevano atto di sottomissione o anche ad indigeni, affiancati da funzionari militari alle sue strette dipendenze.
Fu dunque proprio in quel momento, dalla conquista dell’impero persiano, che maturò definitivamente, nel signore dell’Asia, l’idea del grande impero universale, una potenza figlia della fusione tra oriente ed occidente, tra civiltà greca e civiltà persiana; favorì, a tal fine, l’unificazione tra le popolazioni del suo immenso impero, incentivando i matrimoni misti, cui lui stesso fece ricorso, sposando la splendida principessa Rossane, figlia del principe sogdiano Oxyartes e poi la figlia di Dario, Statira; famosissimo rimase il matrimonio collettivo di Susa, tra 10.000 soldati macedoni e donne orientali.
Anche l’esercito risentì di questa ventata di cambiamento, cominciando ad arruolare cittadini provenienti dagli sterminati territtori conquistati, anche se venivano tenuti rigorosamente divisi dai contingenti macedoni.
In questa maniera Alessandro tentò di unificare usi, costumi, religioni, razze completamente differenti, distanti migliaia di chilometri in una nuova, unica, grande entità culturale.
La svolta del grande conquistatore, alimentò il già consistente malumore dei suoi sudditi e delle sue truppe, stanche e provate da anni ed anni di infinite campagne militari e mal disposte a proseguire nell’avanzata, ordinata invece dal loro re, verso la remota Battriana, all’inseguimento dei satrapi ribelli Besso e Satibarzane; Besso si era infatti proclamato, sfidando Alessandro, erede della dinastia achemenide e aveva assunto il titolo regale di Artaserse IV.
Alessandro si diresse verso l’Ircania e la Partia, al fine di conquistare il favore di altri satrapi, che avevano fatto ritorno, dopo aver abbandonato Dario, verso le rispettive provincie di appartenenza.
L’esercito macedone potè fare il suo ingresso a Zadracarta, la capitale dell’Irnania, ricevendo atto di sottomissione da parte di diversi dignitari persiani e da dove ripartì in direzione della Battriana, situata nell’attuale Afghanistan del nord, tra i fiumi Oxo e Indo; una volta giunto nell’attuale Meshed, gli si fece inaspettatamente incontro Satizarbane, uno dei due satrapi ribelli, il quale, distaccatosi da Besso, aveva deciso di sottomettersi ad Alessandro.
Perdonato l’ex nemico, al quale fu confermata la titolarità della satrapia d’Aria, il signore d’Asia poteva proseguire la sua caccia a Besso, che, ostinatamente, proseguiva, la sua lotta.
Ma Satizarbane coltivava in realtà propositi di vendetta e, dopo la partenza del corpo di spedizione macedone, sulle orme di Besso, lanciò una rivolta, duramente repressa da Alessandro, il quale si occupò personalmente di sedare l’insurrezione, distaccando un contingente dal grosso dell’esercito, verso la capitale dell’Aria, l’odierna Herat, ribatezzata, di lì a poco, Alessandria d’Aria.
Il satrapo ribelle, sconfitto dalla guarnigione macedone, fu costretto a ripiegare nelle zone di montagna della regione, da dove ridiscese, qualche tempo dopo, per tentare, con l’aiuto di Besso, una nuova sollevazione dell’Aria, contro l’odiato rivale; a quel punto Alessandro, ormai prossimo alla Battriana, incaricò Erigio, di occuparsi di Satizarbane, il quale, travolto dall’impeto dei 6.000 soldati macedoni, finì ucciso dallo stesso Erigio.
Ma intanto, nel corso del 330, la quiete e l’armonia dello stato maggiore macedone vennero bruscamente interrotte dalla sconvolgente notizia della condanna morte, da parte di Alessandro, del fedele Parmenione e di suo figlio Filota, comandante della cavalleria degli eteri, in seguito alla scoperta di un complotto per rovesciare il grande monarca, maturato, nel corso del 330 a.c. a Frada, nella provincia della Drangiana.
Filota, pur essendo stato a conoscenza del colpo di stato, non ne aveva informato Alessandro e questi, una volta scoperto il complotto, non esitò a metterlo sotto processo dinanzi all’esercito schierato, come voleva la tradizione macedone.
La condanna alla pena capitale, inflitta a Filota, fu estesa, sia pure dolorosamente, anche a Parmenione, il quale, una volta appresa la notizia, sarebbe di certo intervenuto al capezzale del figlio; periva così, brutalmente, l’anziano comandante, che aveva trascorso la sua vita al servizio dei re macedoni, Filippo prima, Alessandro poi, con assoluta devozione.
La marcia dei macedoni, verso le terre di Besso, raggiunse la valle di Kabul, nell’odierno Afghanistan, pervenendo, nel 329 a.c., alle pendici della catena montuosa dell’Hindu Kush, che Alessandro riuscì incredibilmente a varcare, attraverso il passo di Khawak, alto 3.800 metri; si racconta di come le sue truppe, durante la scalata, in condizioni ambientali proibitive, furono costrette a nutrirsi di carne di mulo cruda.





L’incredibile impresa consentì, all’esercito macedone, di piombare alle spalle delle truppe di Besso, colte di sorpresa, travolte e costrette ad una precipitosa fuga verso la Sogdiana, attraverso il fiume Oxo.
Ma Alessandro non era pago del successo riportato:
voleva assolutamente mettere le mani sul satrapo infedele e punirlo per la vile uccisione di Dario e per la sua superbia; le truppe, dopo aver guadato l’Oxo, alla maniera degli indigeni, stese su pelli imbottite di giunchi e guadando con la pagaia, si spinsero in direzione Sogdiana; Besso, ormai senza ulteriori vie di scampo, venne consegnato, ad Alessandro, dai sogdiani.
La sua fine fu orrenda:
costretto a presentarsi alla corte macedone, appeso ad una corda e su di un ceppo, prima di essere condannato a morte, venne infatti torturato e mutilato.
Restava infine da sottomettere la turbolenta Sogdiana ed il compito non appariva per niente facile:
il paese presentava ampie pianure, solcate da deserti ed era sormontato da irti passi di montagna; la popolazione era frammentata in coriacee tribù locali, asserragliate in roccaforti erette, strategicamente, sulle sommità delle zone montuose.
L’esercito macedone, attaccato su più fronti dagli indomabili guerrieri di quella regione, guidati da Spitamene, fu sul punto di capitolare; soltanto l’ eccelsa arte bellica di Alessandro permise ai suoi uomini di resistere e di passare al contrattacco, non senza gravi perdite; lo stesso re macedone, nel corso di un attacco, corse seriamente il rischio di morire, riportando gravi ferite.
Trascorso l’inverno a Battra, Alessandro preparò le sue truppe all’assalto finale contro l’esercito di Spitamene, ma questi si rivelò un avversario più ostico del previsto, rappresentando una vera e propria spina nel fianco per il re macedone, di certo il suo avversario più degno.
Ripetutamente attaccato, Spitamene lottò con tutte le proprie forze riuscendo, di continuo, a radunare nuove armate da riversare contro l’esercito nemico; infine, nuovamente sconfitto, venne tradito dai suoi stessi seguaci che lo trucidarono a bruciapelo, facendone poi pervenire la testa ad Alessandro.
La spedizione macedone aveva raggiunto l’ennesimo trionfo, conquistando le remote regioni della Battriana e della Sogdiana.
Sembra inoltre che il signore dell’Asia, durante la campagna in Sogdiana, si trovò di fronte ad un pozzo di petrolio e che, sconvolto per quanto aveva visto, ordinò sacrifici per quello che riteneva un oscuro maleficio.
Alessandro, partendo dalla lontanissima Grecia, aveva dunque conquistato un impero sconfinato, portando le falangi macedoni agli estremi confini orientali del mondo conosciuto, in piena Asia, presso Maracanda, l’attuale Samarcanda; correva l’anno 328 a.c.; a quel punto, agli estremi confini delle terre sconosciute, il grande conquistatore fondò l’ennesima Alessandria, ribattezzata Eskhate, l’ultima.
Alessandro era ormai sempre più lontano dalle tradizioni e dai costumi macedoni, completamente contagiato dallo sfarzo e dalle usanze orentali; ciò provocò ulteriormente il risentimento e il malumore della vecchia guardia del suo esercito.
Lo stesso Clito, che in passato aveva salvato la vita del suo re, dopo un violento litigio, nel corso di un banchetto, fu colpito a morte da Alessandro, in preda ai fumi dell’alcool e furioso per le offese arrecategli; dopo quel tragico gesto, il signore dell’Asia si ritirò per ben 3 giorni nella sua tenda, straziato dal rimorso e dalla disperazione, piangendo l’amico trucidato, fratello della sua nutrice Lanike.
Clito aveva infatti pesantemente inveito contro di lui, accusandolo di aver rinnegato il genitore Filippo e di essersi proclamato figlio di Ammone; fu un ulteriore sintomo della situazione vigente tra gli uomini di Alessandro, increduli di fronte a quella che, ai loro occhi, era un’incredibile ed incomprensibile metamorfosi di un re che, partito con il proposito di annientare il grande impero persiano, si era fatto invece plagiare dal suo fascino; qualche tempo dopo, una nuova congiura, detta dei paggi, organizzata da nobili macedoni al suo seguito, fu sventata miracolosamente e repressa con la solita fredda risolutezza:
i reali vennero lapidati ed anche il filosofo Callistene, che già si era rifiutato di eseguire il gesto della proskynesis e di cui venne fatto il nome come congiurato, fece le spese della sete di vendetta di Alessandro.
In realtà la congiura dei paggi non ebbe origine a causa della stanchezza per una spedizione militare senza fine o per il plagio delle tradizioni macedoni, ma per motivi molto più futili, ossia per uno sgarro subito, dal grande conquistatore, durante una battuta di caccia, ad opera di uno dei nobili, Ermolao; questi, duramente punito ed umiliato da Alessandro, aveva dunque concertato un complotto, per abbattere l’inviso sovrano, coinvolgendo altri giovani membri dell’alta società.
I macedoni impiegarono i primi mesi del 327 a.c., per pacificare definitivamente la Sogdiana e proprio a questo periodo si fanno risalire le nozze tra Alessandro e la splendida Rossane.
Nei propositi del giovane sovrano, mai pago, mai sazio delle conquiste riportate, si doveva procedere ancora oltre, verso la realizzazione di un progetto ambizioso, quello della conquista dell’India.
Nel 326 a.c., l’armata reale varcava il fiume Indo, penetrando nel Punjab:
lì si trovò di fronte ai domini di tre re, Ambhi, Poro e Abisare; di questi, Poro ed Ambhi erano in lotta tra loro, ma mentre il secondo aprì le porte ai macedoni, accogliendoli benevolmente e rifornendoli di uomini, derrate e 25 elefanti, Poro scelse invece la via dello scontro; Abisare rimase invece più defilato, in attesa degli eventi.

Alessandro, assieme agli alleati, si diresse verso il fiume Idaspe, ingrossato sensibilmente dalle pioggie monsoniche del periodo.
Sulle due sponde si schieravano, una di fronte all’altra, le due grandi armate, pronte allo scontro finale.
Alessandro, con la consapevolezza di non poter guadare il fiume, di fronte all’ esercito di Poro, che lo avrebbe immediatamente attaccato non appena messo piede sulla riva, scelse di distaccarsi, con un piccolo contingente, dal grosso delle truppe; con quel piccolo contingente superò, 25 chilometri più a monte, il fiume, lontano dagli occhi di Poro, dirigendosi poi verso l’esercito indiano, ancora schierato di fronte alle falangi macedoni, in posizione di attesa.
Alessandro spazzò via il piccolo nerbo di uomini inviato frettolosamente da Poro, per arginare l’avanzata dei macedoni e si lanciò contro il nemico:
ne seguì una battaglia cruenta, che si concluse con l’ennesimo trionfo macedone, dopo che il grosso dell’esercito, alla testa di Cratero, si era portato anch’esso sull’altra sponda dell’Idaspe.
Nel furore dello scontro, le truppe macedoni maturarono una sorta di fobia per gli elefanti, la cui furia incontenibile, provocata dal dolore per le ferite riportate, a causa della pioggia di dardi lanciati sul nemico, colpì duramente le loro coscienze, nonostante la tempra maturata in anni ed anni di continue lotte.
La resistenza di Poro si dimostrò eroica, ma, dopo aver perso ben 3 figli, ripetutamente ferito, fu costretto alla capitolazione; portato, prigioniero, al cospetto di Alessandro, alla domanda che gli venne posta, su che trattamento desiderasse, Poro rispose che voleva essere trattato da re.
Quella risposta suscitò l’ammirazione di Alessandro, che la nominò rappresentante del suo impero; il conquistatore macedone, ancora una volta, aveva piegato ogni tentativo di resistergli, travolgendo l’ennesimo nemico anche se, questa volta, a caro prezzo:
l’amatissimo cavallo Bucefalo, che lo aveva accompagnato nelle sue grandiose imprese, era infatti deceduto durante la battaglia ed in suo onore venne fondata l’ennesima città, Bucefala.
Alessandro si apprestava ormai a marciare verso il Gange, deciso a raggiungere, ad ogni costo, l’India; ricevette la sottomissione di Abisare e sconfisse tutti coloro che si frapponevano alla sua avanzata, spingendosi verso terre inesplorate, sconosciute.
Ma l’esercito era allo stremo, sfinito da anni e anni di battaglie e martellato dalle pioggie monsoniche che si riversarono, violentemente, nella regione.
Giunto presso il fiume Ifasi, nonostante gli appelli di Alessandro, le truppe macedoni, ossia lo zoccolo duro del suo esercito, riunite in assemblea, per bocca del prode comandante Ceno, comunicarono al re la loro intenzione di fermarsi e di stoppare pertanto una spedizione che, nel corso di pochi anni, aveva conquistato un impero sconfinato.
Il grande conquistatore, dopo essersi ritirato nella sua tenda dovette, sia pure a malincuore, rassegnarsi, impartendo l’ordine di tornare indietro, verso l’Idaspe e l’Indo.
Costretto pertanto dalle sue truppe ad interrompere l’avanzata, scelse tuttavia, per il ritorno in patria, un percorso totalmente differente da quello affrontato all’andata, optando per la discesa dell’Indo fino alle sue foci, in direzione dell’oceano.
Fece pertanto allestire una flotta in grado di ridiscendere il fiume, mentre il grosso dell’esercito avrebbe proseguito via terra.
I macedoni dovettero fare i conti con le turbolente popolazioni meridionali, tra cui, in particolare quella dei Malli, decise a rendere difficile la vita alle truppe regie.
Alessandro, nell’affrontare i Malli, si comportò, secondo tradizone, come già fece con Tebe, Tiro o Gaza, ossia come era solito comportarsi nei confronti di tutti coloro che sceglievano la via del muro contro muro.
Le città dei Malli vennero, una dopo l’altra, rase al suolo, fino all’assedio della capitale, identificata con l’attuale Multan; si racconta che, durante l’assedio, Alessandro venne trafitto al petto dai dardi nemici e che i suoi soldati, credendolo morto, si lasciarono andare ad un massacro senza precedenti.
Alessandro fu salvo, ancora una volta, per miracolo e potè continuare a porsi alla testa dei suoi uomini, nella discesa verso le foci dell’Indo, non senza problemi, a causa della strenua resistenza offerta dalle popolazioni che, man mano, comparivano dinanzi alle falangi.
I macedoni devastarono, tra atroci rappresaglie, i regni di Porticano e Sambo, raggiungendo il centro strategico di Pattala; pur con notevoli difficoltà, causate dalle violente correnti oceaniche, la flotta riuscì a raggiungere la meta tanto desiderata e, presso l’ isola di Ciluta, Alessandro, sacrificando agli dei, ritenne definitivamente raggiunti gli scopi della gloriosa spedizione; correva il 325 a.c..
Il giovane sovrano, scelse di far proseguire la flotta, al comando di Nearco, attraverso l’oceano, verso il Golfo Persico, mentre l’esercito sarebbe avanzato via terra al suo comando, parallelamente alle navi.
L’avanzata terrestre dei macedoni rischiò il collasso durante l’attraversata del tremendo ed infuocato deserto della Gedrosia; la sete cominciò ben presto a farsi sentire, decimando non solo le truppe, ma anche i famigliari al seguito; le rare pioggie torrenziali ingrossavano inoltre, all’improvviso e a dismisura, i rarissimi torrenti, i quali, con una violenza inaudita, scendendo dai monti, travolgevano, in un mare di fango, gli accampamenti di una spedizione ormai prossima alla liquefazione.
Lo stesso Alessandro soffrì terribilmente la sete ma, nonostante quell’ indicibile calvario, riuscì, con strenua volontà, a dimostrazione della sua grandezza, a mantenere l’ordine e a serrare le fila, rifiutando anche dell’acqua offertagli dalle truppe.
Finalmente, con ciò che rimaneva del suo seguito, il gran re raggiunse la Carmania ricongiungendosi con la flotta di Nearco, che aveva dunque aperto una nuova, straordinaria rotta marittima, tra India e Mesopotamia.
Il contingente, finalmente riunito, mosse verso la città di Susa, dove fece, di lì a poco, il suo ingresso; era il 324 a.c. e la straordinaria avvenura di Alessandro, partita dalla Grecia ed in grado di attraversare tutta l’Asia, fino alle porte dell’India, era finalmente giunta alla conclusione
Nel giro di pochissimo tempo, passando di trionfo in trionfo, si era tramutato da semplice re di Macedonia, in signore universale, nel dominatore di un impero mastodontico, alla cui organizzazione dedicò i restanti anni della sua breve vita.
In primo luogo regolò i conti con i satrapi infedeli, punendo duramente tutti coloro che, durante la sua lontananza in oriente, si erano resi protagonisti di tradimento e malversazioni; il caso più ecclatante fu quello dell’amico fraterno Arpalo, satrapo di Babilonia e custode del tesoro di Babilonia e dell’erario, che sperperò gli ingenti tesori affidatigli, a fini personali.
L’ira di Alessandro fu tremenda ed Artalo, braccato, costretto alla fuga in Grecia, tentò di sollevare, invano, la popolazione contro il suo re; rinchiuso in prigione, finì per essere assassinato dai suoi stessi seguaci.
Dal punto di vista amministrativo mantenne la suddivisione dell’impero in satrapie, anche se il potere militare era affidato ad un comandante delle forze armate.
Alessandro fu anche impegnato a reprimere l’insubordinazione dei suoi invincibili veterani macedoni, alterati per le troppe concessioni attribuite ai contingenti asiatici, inglobati all’intero dell’organizzazione militare imperiale; al termine di un periodo di profonda tensione, la frattura tra re e soldati venne ricomposta e la riappacificazione celebrata con un sontuoso banchetto.
Alessandro condusse la sua ultima campagna militare per ridurre all’ubbedienza i Cossei; essi erano una fiera popolazione di montagna che aveva da sempre mantenuto una certa indipendenza, imponendo un tributo a tutti coloro che volevano passare attraverso il suo territtorio.
Il gran re, assogettata, ai suoi voleri, l’intera Asia, progettava altre grandiose imprese, tra cui, si narra, la conquista di Cartagine, dell’Arabia, della Spagna; proseguì inoltre nelle sue imponenti opere di urbanizzazione, incentivando l’ ampliamento delle vie di comunicazione, sia marittime, sia fluviali e del sistema d’irrigazione.
Ma la sua breve vita volgeva ormai al termine:
ammalatosi di una misteriosa febbre, al termine di un’agonia di pochi giorni, a soli 33 anni spirava, a Babilonia, con la stessa rapidità con la quale aveva soggiogato i popoli di tutta l’Asia; era il 13 giugno del 323.
Le reali cause della sua morte sono state lungamente dibattute dagli studiosi nel corso della storia, alimentando le più varie delle supposizioni, fino al sospetto di un avvelenamento; tra di esse, l'epidemiologo John Marr, e l'esperto di malattie infettive Charles Calisher, hanno avanzato l’ipotesi delle febbre del Nilo occidentale, facendo riferimento ad un passo di Plutarco, il quale narrò come, di fronte alle mura di Babilonia, alcuni corvi, una specie particolarmente sensibile al letale virus, caddero di fronte al grande conquistatore.
Alla notizia della morte, la madre di Dario, che Alessandro aveva trattato con grande umanità, straziata dal dolore, preferì togliersi la vita.
Con la scomparsa del suo fondatore, il grande impero si sfasciò inesorabilmente:
Alessandro infatti non aveva pensato alla sua successione e alla domanda dei suoi luogotenenti, su chi dovesse divenirne l’erede, rispose testualmente “il migliore” ; disse inoltre che avrebbe voluto ricevere gli onori divini quando essi fossero stati felici.
La sua morte fu pertanto seguita da 40 anni di sanguinose e cruente lotte tra i suoi generali, i diadochi, per assumere le redini dell’immenso impero; di quegli anni di violenza inaudita fecero le spese anche la sposa di Alessandro Rossane e suo figlio, brutalmente assassinati da Cassandro, figlio del diadoco Antipatro.
All’esito delle guerre tra i diadochi, l’impero universale, uscì infine smembrato, principalmente, in tre grandi stati:
il regno d’Egitto, con capitale Alessandria, dominato dalla dinastia tolemaica, il regno di Siria, con capitale Antiochia, sotto la dinastia dei seleucidi, il regno di Macedonia, con capitale Pella, sotto la dinastia di Antigono.
Se l’impero universale non sopravvisse alla sua scomparsa, immensa è stata invece l’eredità culturale del grande conquistatore:
Pergamo, Antiochia, Alessandria d’Egitto, diventarono i centri della civiltà ellennistica, che si estese universalmente tra tutti i popoli, in tutti i territtori soggiogati dal “figlio di Ammone”.
Dalle ceneri dell’impero macedone si diffuse uno nuova grandiosa ventata culturale, nella quale si fondevano gli splendori dell’arte greca, con quella orientale.
E’ stata però Alessandria d’Egitto a divenire il simbolo della grandiosa cultura ellenistica, il centro del sapere dell’epoca; la città era una delle tante Alessandria fondate dal conquistatore macedone durante la sua grandiosa spedizione.
Nel giro di pochi anni divenne il fulcro della cultura del tempo, con la sua prestigiosa biblioteca, ricca di ben 700.000 volumi, con la sue splendide vie, che si intersecavano ad angolo retto ed infine con il suo maestoso faro, una delle più grandi meraviglie del mondo antico.
Progettato da Sostrato di Cnido era alto ben 150 metri e si narra che la sua luce si irradiasse nel Mediterraneo, fino a 50 chilometri; il faro venne poi distrutto, da un terremoto, nel 1375.
L’oriente conobbe quindi una fioritura culturale straordinaria, che rinfrescò i fasti dell’antico mondo greco; quel fantastico mondo avrebbe influenzato anche la potenza di Roma, che, con le sue legioni, conquistò, ad uno ad uno, i vari regni, eredi del grande impero fondato da un giovane macedone, in grado, nel giro di pochissimi anni, partendo dalla piccola e montuosa Macedonia, di divenire il signore universale di tutto il medio-oriente e di buona parte dell’Asia, fino ad arrivare ai confini del mondo allora conosciuto.

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