|
Luigi Stradella alla casa di
Raffaello |
“Quando mi capita di frequentare gli scenari mutevoli,
imponenti e suggestivi delle Dolomiti, per elaborare i miei
appunti grafici, sono indotto a voltarmi di spalle rispetto
allo scenario paesaggistico perché non voglio l’interfenza
dell’immagine reale, del resto assolutamente perentoria,
rispetto alle suggestioni che si sedimentano tramite il filtro
della memoria e la rielaborazione mentale”. Così spiega Luigi
Stradella nato a Monza settantacinque anni fa ma quasi
cittadino urbinate a partire dall’estate del 1977. Esponeva
infatti una sua antologica alla Bottega di Giovanni Santi
nella Casa di Raffaello con la presentazione di Francesco
Carnevali e Paolo Volponi. Era un riconoscimento prestigioso e
quasi una consacrazione artistica che tanti critici di valore
avrebbero poi confermato. Luigi Stradella è tornato ad esporre
(dal 10 al 25 agosto 2004) una sua mini antologica personale
alla Casa natale di Raffello e presenta i suoi 23 paesaggi che
“astraggono” interamente dai dettagli di contorno e si
appropriano dei bagliori della luce che non è certamente
quella solare meridiana né quella lunare, né quella di fonte
artificiale, né quella del fuoco. Esprime le sue emozioni e le
trasmette attraverso il linguaggio della pittura con vibranti
campiture cromatiche che contengono e manifestano la profonda
inquietudine dell’autore. Gli eventi che affronta o che sono
l’indice primo dello stimolo iniziale, quasi sempre, sono
riferibili al paesaggio o ad eventi riconducibili al paesaggio
(Il sole nascente, la caduta di Icaro, memoria di un
sottobosco, finestra immaginaria, la creazione, terra,
paesaggio con farfalla e grattacielo, l’ombra di Dio,
paesaggio all’imbrunire, nuvola d’aurora in città, aurora in
città – una tavola e tre tele) ma la pittura nasce dal ricordo
dell’evento di cui resta profonda impronta nelle annotazioni
coloristiche . Emblematica è “paesaggio con farfalla e
grattacielo” del 2001, un olio su tela di media grandezza (130
x160). L’impaginazione include e contrappone, a sinistra di
chi guarda la massa opaca, dal grigio al nero, di una sorta di
malcerto, ingombrante, sinistro e quasi mostruoso
parallelepipedo, alto oltre la dimensione dello spazio
pittorico ed, a destra, quasi fuori campo, una fragilissima
farfalla colorata e fuggente ad ali dispiegate, in rilievo,
unica realtà tangibile sopra e lontano dai bagliori di una
esplosione catastrofica. A centro, grigiore di fumo o di
polvere ed un restante frammento di verde naturale. Il
profondo baratro nero, alla base dell’imponente torre, sembra
sul punto di inghiottire ogni residuo vitale eccetto la
leggera farfalla già oltre i confini di un’apocalissi definita
dal mutevole turbine di luce. Se pure lo spettatore si lascia
catturare lentamente dall’evento emozionale, avverte di non
trovarsi in una retorica atmosfera romantica ma dentro una
calma idea della sproporzione, dell’asimmetria, tra il destino
della farfalla, vera e pittoricamente viva, e lo sfacelo di un
mondo fragoroso anche nella sua caduta. Sembra profilarsi
l’indicazione non casuale che la salvezza è altrove. Ecco
l’attualità profetica della pittura di Luigi Stradella che
meritava di più del sommesso, breve soggiorno alla Casa di
Raffaello.
Francesco Colocci
16/08/04 |