Lettera aperta a Giuseppe Magnanelli coordinatore della campagna fondazione circolo PD a Piansevero

 

A Giuseppe Manganelli

responsabile della campagna di fondazione

del Partito Democratico

Circolo di Piansevero

URBINO

 

Caro Giuseppe,

                            non parteciperò alla fondazione del circolo PD di Piansevero non per diffidenza nei confronti del PD come tale ma per il contesto da cui ha origine che resta pur sempre determinato e segnato dall’ex Ds e ex Margherita cioè dagli uomini (e poche donne) che, per definizione della nuova formazione, hanno esaurito la loro funzione politica. Nuove aggregazioni più vitali che aspirino ad una vera trasformazione migliorativa della politica non si sono ancora presentate né hanno avuto il tempo per definirsi, orientarsi e immettersi dentro il solco di una tradizione che affonda le radici in una storia meno provvisoria di quella scritta dallo scialo di energie degli ultimi 15 anni. Anche il mondo cattolico, dopo l’esperienza della Dc di De Gasperi, La Pira, Dossetti, Zaccagnini, è politicamente allo sbando e riconsegnato, non infrequentemente, alle nostalgie dell’effimero berlusconismo che però ha contaminato pure quella sinistra che fino a Berlinguer si è mostrata rispettabile per coerenza e senso morale e che godeva del riconoscimento di aver fissato le proprie tende sullo spirito della Costituzione.

Oggi dunque il PD inevitabilmente  verrà egemonizzato da quelle schiere di militanti che sono graditi (che ne siano o no consapevoli) all’assetto esistente. Nessuno di coloro che sono al potere, che sappia io, ha fatto un passo indietro e i metodi di aggregazione dei nuovi arrivati sono, tacitamente, e non poche volte esplicitamente, quelli della cooptazione da parte dei potenti o presunti potenti del momento benché frequentemente men che mediocri. Costoro e tutta la classe politica di questa lunga stagione, non si pone neppure lontanamente il problema di tramandare la memoria ed un buon giudizio di sé e delle proprie azioni.  Questi personaggi improvvisati benché intramontabili dalla scena politica, si preoccupano solo di restare in sella il più a lungo possibile, non importa con quali sistemi perché – dicono – i voti non hanno odore. Ma nei lontani anni della nostra formazione, anche i testi laicissimi sui quali eravamo chiamati a riflettere come ad esempio Sallustio, ci suggerivano che “quoniam vita qua fruimur, brevis est, rectius videtur memoriam nostri quam maxume longam efficere”. E la motivazione è del tutto intuitiva. “Nam – aggiunge infatti Sallustio che pure personalmente aveva ferocemente praticato la concussione da governatore in Africa – divitiarum et formae gloria fluxa atque fragilis est” al contrario “virtus clara aeternaque habetur”. Chi non sa però che la “virtus” è frutto di disciplina e di rigore personale che ben pochi sono disposti a mantenere?  Chi ignora che la “virtus”, implicando coerenza, ha un prezzo elevato? L’esempio di Romano Prodi dimostra che non si sfugge né da Scilla né da Cariddi se si vuole perseguire la coerenza. Anzi, ambo i mostri vanno affrontati senza cercare vie traverse o compromessi al ribasso soprattutto se per convenienza personale. Non trovando queste condizioni culturali ed etiche nel concreto e locale contesto del nuovo (nei limiti indicati) partito, ho deciso di non partecipare sapendo pure che non saranno tanti a dispiacersene ma questo è secondario. Infatti nasce un circolo che sostituisce la vecchia sezione Ds e cambia la sigla in PD. Non esiste, che io sappia, un elaborato, una traccia, uno studio, una proposta programmatica sulla base della quale aggregare ragionevolmente il consenso. Si propone semplicemente una assemblea di ratifica di quanto stabilito dai soliti noti a cominciare dal rampante Matteo Ricci. L’unica novità, guarda l’ironia della sorte, sei proprio tu quale responsabile della “campagna” di fondazione. Ma quale campagna? Non vorrei poi che questa “novità” (un solido ex DC in casa di ex comunisti almeno di nome) fosse ostaggio e di copertura per maggioranze precostituite ed egemoniche. La logica è quella del citatissimo Gattopardo. Si tratta di tecniche clericali ben metabolizzate nell’antico PCI ma non dimenticate nelle successive filiazioni. Come giornalista di lungo corso e di ben ponderati “assalti”, sono abituato a verificare gli eventi direttamente sul campo. Mi sentirei dunque in imbarazzo ad adottare valutazioni preventive se non fosse l’osservazione (questa concreta e fondata) che l’attuale gruppo dirigente PD trasferito, “copia/incolla”, dalle precedenti formazioni, non ha mai saputo distinguere e separare le proprie responsabilità da quelle del centro destra dominato dalla sindrome del berlusconismo vera pandemia del già malcerto sistema ereditato dalla contaminazione craxiana della Dc. Manca poi (e l’ho notato all’inizio di questa lunga considerazione) un documento programmatico di livello locale, una carta dei valori, un progetto, benché non manchino dichiarazioni di principio a livello nazionale (Veltroni, giugno 2007). Come mai però questo gruppo dirigente non ha saputo disintossicare la politica dal malcostume, dalla corruzione, dagli sprechi, dai privilegi, dai politici che sembrano al servizio esclusivo di se stessi? Perché ha lasciato che esplodesse la rabbia per la “casta” e il fenomeno Grillo? Perché la valanga del disprezzo della folla nauseata deve travolgere quello che i più responsabili potrebbero correggere tornando al rispetto dei principi generali fissati dalla Costituzione la cui sacralità ha guidato gli uomini della stagione Moro/Berlinguer?

Comunque, nonostante le mie riserve, ti auguro un lavoro efficace. Se poi ti sarà possibile anche tenere conto di queste osservazioni, forse crescerà il margine di percezione dei problemi che tale “nuova” sigla dovrà comunque affrontare. Cordialmente.

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