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Intorno all'enigma di Urbino |
L' ENIGMA DI URBINO Conversazione sul
libro di VITTORIO EMILIANI in occasione del DECENNALE di PAOLO
VOLPONI
Si
è svolto ieri sera (12 agosto) un incontro al circolo Acli,
nell'ambito delle poche iniziative indipendenti nella città di
Urbino, organizzato dal Circolo Acli/Centro universitario e
fortunatamente sostenute dalla Fondazione della Cassa di
risparmio di Pesaro per l'illuminata attenzione del presidente
On. Gianfranco Sabbatini e del suo CdA. Come molti sanno
l'iniziativa nel suo complesso prende il nome di CONVERSAZIONI
DI AGOSTO DI PALAZZO PETRANGOLINI. Ieri dunque si presentava
un recente libro di Vittorio Emiliani, "L'enigma di Urbino",
ed. Aragno, Torino, 2004. Sono intervenuti:
Pino Paioni per una interpretazione semiotica dei linguaggi
evocati da Emiliani,
Francesco Colocci, per una estesa puntualizzazione dei temi
politici del libro e delle analisi sulla città scomparsa.
Vitaliano Angelini che ha giudicato acritica e mediata dalla
memoria la ricostruzione della vita del quartiere del Duomo ed
"animosamente critica" la terza parte del libro riguardante le
vicende di oggi,
Emanuele Mosci che ha proposto una valutazione seria di quanto
è rilevato da Emiliani senza sfuggire alla responsabilità
individuale e politica che deriva dal giudizio, fondato,
dell'autore sulla crisi odierna della città.
Giuseppe Vagnerini che ha toccato i temi dell'urbanistica e
delle trasformazioni e dei tentativi di intervento specie sul
centro storico. Sergio Pretelli ha introdotto e moderato il
dibattito. C'era un folto e qualificato pubblico. Diversi sono
intervenuti nel dibattito. Insomma un successo. Segno che il
libro non lascia indifferenti
Francesco Colocci
A
pochi passi da Palazzo Ducale, all’interno della sala messa a
disposizione dall’A.C.L.I. di Urbino, si è svolto, giovedì 12
agosto, un Incontro-Dibattito sul libro "L’enigma di Urbino".
L’autore dell’opera, Vittorio Emiliani, non ha potuto
partecipare alla serata, ma, in compenso, il panorama di
interventi ed opinioni è stato molto interessante ed educativo
per tutti i presenti all’incontro, urbinati e non.
A coordinare gli interventi è stato Sergio Pretelli,
che ha ricordato brevemente l’attività giornalistica di
Emiliani (dall’esperienza all’Espresso, passando per Il
Giorno, fino alla Direzione del Messaggero) e la sua
precedente opera "Le Mura di Urbino". Pretelli ha , inoltre,
affermato che con questo secondo romanzo, L’enigma di Urbino,
Emiliani ha provocato, naturalmente, una “forte discussione,
perché mette sotto accusa le scelte politiche della città e
dell’Università; scelte che si sono rivelate responsabili
della recessione in atto”.
Il
primo intervento è stato di Pino Paioni, che associa la
scrittura del libro a due realtà distinte: la prima è la
lettura di una città, Urbino, delle sue strade, dei suoi
odori, i suoni, gli oggetti, ma anche i rapporti umani, i
sentimenti, le passioni. Emiliani racconta le cose che
accadono, i luoghi, le persone che li abitano: fornai, operai,
artigiani, autori. La seconda è la lettura dell’Emiliani
ragazzo che ha abitato Urbino, che ha giocato ad Urbino e che
descrive i diversi giochi: stagionali, invernali o
primaverili, collettivi, familiari; descrive le grandi feste:
il Natale, la Pasqua, le Processioni. Paioni ha concluso
segnalando due integrazioni: una relativa alla
rappresentazione di Giulietta e Romeo, a cui Emiliani si
riferisce nella sua opera e un’altra inerente ad un tema, per
dirla con Paioni, “caldo e pericoloso”, ossia il dialetto di
Urbino (terza parte del libro).
Francesco
Colocci, protagonista del secondo intervento, ha
sottolineato come, dal 1945 ad oggi, il “guscio” della città
si sia svuotato: gli abitanti del centro storico di Urbino
sono calati, nel rione del Duomo, dai 350 di cinquant’anni fa
ai 16 di oggi. Colocci denuncia la scarsa tutela dei gioielli
della città, l’inesistente difesa della memoria storica e la
scomparsa dello stile di vita comunitario. Le cause che hanno
portato a questo processo di desertificazione sono, secondo
Colocci, da ricercare negli errori dell’amministrazione
comunale, che non ha mai dialogato con l’Università, non ha
provveduto a collegare adeguatamente la città di Urbino alla
Provincia né alla Regione e ha attuato una scarsa
comunicazione per lo sviluppo della partecipazione
democratica.
In
seguito è intervenuto l’Avvocato Emanuele Mosci, che,
nell’analisi del libro, ha individuato tre punti fondamentali:
il ricordo del passato (come celebrazione di personaggi che
hanno dato lustro alla città), i problemi di Urbino (calo
degli abitanti nel centro storico e affitti a studenti) e gli
abitanti di Urbino. Mosci ha affermato che l’enigma di Urbino
è il miraggio di voler risolvere ogni problema con lo stesso
rimedio, concludendo che “Urbino è il prodotto di chi ci abita
ed un esame di coscienza è d’obbligo”.
Il
quarto intervento è stato di Vitaliano Angelini, che
cerca di definire l’opera di Emiliani. “Non è un romanzo – ha
detto – non è un racconto, non è un libro di storia; è una
sorta di piccolo repertorio, non esaustivo, dei giochi
praticati dall’autore nella sua infanzia; è una specie di
itinerario autobiografico di chi ha vissuto nel vicolo di
S.Luigi”. Nella prima e nella seconda parte del libro si
celebrano i ricordi: è uno spaccato di vita urbinate
mitizzata, filtrata dal ricordo, descritta con lo stato
d’animo di chi ha vissuto fuori dalle mura per anni. Emiliani
– ha continuato Angelini – ci racconta la sua realtà, non la
realtà; è la sua testimonianza di affetto verso Urbino,
rappresentata con nostalgia della città di un tempo (migliore
di quella odierna). E’ la sua dichiarazione d’amore ad Urbino.
Nel dispiegarsi dell’opera Emiliani appare, all’inizio,
acritico verso il passato, ma poi diventa ipercritico quando
parla del presente. Angelini ha ricordato come i problemi di
Urbino abbiano origini lontane e ha aggiunto che “il clima
bonaccione non esisteva nella prima e seconda parte del libro,
così come Emiliani non è ugualmente obiettivo nella
valutazione, ipercritica, della terza parte”. Angelini ha
concluso osservando che “l’amore verso Urbino deve essere
manifestato in forme più costruttive e le soluzioni ai
problemi devono partire dalla trasformazione dei singoli
cittadini”.
L’ultimo
a parlare è stato di Giuseppe Vagnerini. Più che un
semplice intervento è stato uno sfogo: ha esordito augurandosi
che il libro di Emiliano venga letto, in futuro, dagli
urbanisti, perché “non si sono accorti che la città di Urbino
ha diviso le classi: zona residenziale, zona popolare, zona
artigianale, zona commerciale…rendendo la vita impossibile.
Inoltre Vagnerini ha ricordato “le occasioni perdute” dalla
città (come il rifiuto a Pomodoro per il progetto del cimitero
d’Urbino) e non ha risparmiato il settore turistico, il cui
Piano è ancora nel cassetto, affermando che “il turismo che
serve è quello proveniente da Toscana ed Umbria e non quello
proveniente dal mare”, aggiungendo che la Regione Marche
potrebbe fare qualcosa in più.
In conclusione è stata offerta la possibilità ai presenti di
dare la propria opinione in merito al libro o più in generale
sulla città di Urbino. Se ne trae un quadro di amore per
questa Città, sia da parte di chi ancora la vive, sia da chi,
emigrato, la vede da lontano, ma ugualmente ne è innamorato e
si riscopre ancor più orgoglioso di essere Urbinate per
l’ammirazione che Urbino suscita negli stranieri.
Giorgio Pescarolo
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Intorno all’enigma di Urbino
(Vittorio Emiliani, L’enigma di Urbino,ed. Nino Aragno,
Torino, 2004)
“In nessuna città, come in Urbino, è possibile intravedere
come la forma architettonica e urbana finisca per essere la
più chiara responsabilità dell’uomo nella costruzione di un
sistema di tramando e di comunicazione” (p.119).
E’ una osservazione derivata dal diario di viaggio di Clemente
XI per il nipote Annibale Albani che veniva da Roma per
iscriversi all’Università di Urbino. La circostanza, ricordata
da Vittorio Emiliani, focalizza il problema del libro: la
storia minore, quella di un rione come il Duomo, consente non
solo un’analisi sociologica delle trasformazioni fisiologiche
con il succedersi delle generazioni e delle vicende generali,
ma anche l’immediata percezione di come l’organismo urbano,
sublime quanto si voglia come Urbino, “la splendida capitale
del Rinascimento” (p.146) italiano ed europeo, possa
trasformarsi, in meno di sessant’ anni, cioè dal 1945 ad oggi,
in “una sorta di guscio splendidamente vuoto”(p.11). “Il
processo di desertificazione divenuto irrefrenabile” (p.133)
si misura sui numeri sconcertanti che l’autore propone: il
quartiere del Duomo contava, alla fine degli anni quaranta,
più di 350 persone residenti, oggi sono ridotte a 16 di cui 3
appena di quelle di allora. Se è vero che la responsabilità
del “sistema di tramando e di comunicazione” della forma
architettonica ed urbana della città deve essere attribuita
agli abitanti residenti, si capisce come la trasformazione
radicale del contesto sociale abbia travolto ogni residua
possibilità di difesa della memoria e stia minacciando persino
la grandissima, irripetibile civiltà urbinate nella sua stessa
continuità dalla fondazione etrusco-romana allo sviluppo
rinascimentale fino al definitivo assestamento
sette/ottocentesco pur nel tormentoso viaggio della storia
generale e regionale non sempre attenta alla tutela dei propri
gioielli.
1. La città scomparsa. Le strutture architettoniche e la
dimensione urbanistica in cui, di necessità, rientra il
paesaggio naturale in ogni direzione di visuale, hanno la
stessa imponenza suggestiva di sempre. Poco è mutato
dell’aspetto formale della città dal dopoguerra ad oggi.
Semmai sono stati restaurati diversi palazzi a partire da
quello antichissimo della sede centrale dell’Università, uno
dei primi interventi , sebbene molto invasivo, di Giancarlo De
Carlo. Eppure pian piano, da quella data, l’espansione
dell’Università ha mangiato il centro storico trasformandolo
in una specie di campus e poi “in galassia di affittacamere”
(p.129). La residenza si è gradualmente ridotta fino all’80%
rispetto al primo dopoguerra. Così è sparito lo “stile di vita
comunitaria”, si è spezzato quel rapporto di solidarietà e
partecipazione che faceva di un rione o di un vicinato, una
famiglia allargata. Si stabiliva una comunità educante che
tramandava le proprie convinzioni e valori regolativi e
vigenti nel rapporto quotidiano. La città immaginata dagli
umanisti non è solo frutto della elaborazione formale delle
strutture edificate ma è un organismo vivente in cui la forza
di una comunità coesa moltiplica le opportunità di sviluppo
dello spirito umano di ciascuno e di tutti. Se il risultato di
oggi è invece “una città svuotata e come scomparsa” (p.11) è
inevitabile dire che l’Università in primo luogo, benché
guidata dall’illuminato Carlo Bo, ed, in secondo luogo, il
Comune non hanno affatto governato il processo di cambiamento
ma anzi, da una parte, l’Università ha inseguito l’idea di
salvarsi moltiplicando gli iscritti, le facoltà ed i corsi di
laurea e di conseguenza il personale docente e non docente;
dall’altra, gli amministratori del Comune, hanno intravisto
due formidabili vantaggi immediati: creazione di nuovi posti
di lavoro specie nell’ambito del personale non docente e
sviluppo dell’attività di “affittaletti” come dice
efficacemente Vittorio Emiliani. Ma le conseguenze sono state
e restano catastrofiche perché è crollata l’estesa rete di
attività artigianali tanto che a metà degli anni settanta si
contavano ancora 160 artigiani sebbene alcuni di questi già in
pensione; è aumentato il flusso migratorio dei residenti nel
centro storico verso l’esterno o verso Fermignano; è salito
alle stelle il costo per metro quadro delle abitazioni per
effetto della rendita parassitaria degli affitti selvaggi
sostenuti dalla domanda pressante studentesca. La mobilità di
questo mercato, prevalentemente sommerso, (da tempo non esiste
più un censimento dei titolari) è in mano alle agenzie
immobiliari che sono sorte come funghi superando il numero di
15 in breve tempo; è stato travolto il tessuto sociale
tradizionale e persino le ristrutturazioni hanno subito lo
scacco di interventi mirati a ricavare stanze e stanzette dai
sottotetti agli scantinati nonostante la solerte vigilanza
dell’Ufficio urbanistica diretto comunque con competenza
dall’ing. Carlo Giovannini. Da questo marasma e disordine ma
soprattutto dalla sistematica espulsione dei residenti dal
centro storico è derivata la desertificazione di cui parla
Vittorio Emiliani e quindi è cessato del tutto quel presidio
individuale e collettivo che era elemento primo e fondamentale
della continuità civile della città intesa come organismo
articolato e complesso ma incardinato nella comunità delle
famiglie. Lo scempio dell’abuso degli spazi urbani da parte
degli ospiti occasionali specialmente della notte, parimenti
ricordato da Emiliani ma già denunciato da me in tutte le sedi
soprattutto a partire dal gennaio 2003 anche con l’appello dei
circa 700 cittadini alle autorità comunali e prefettizie,
rientra nella logica dell’abbandono, del lasciar fare, del non
governo per non turbare gli affari degli affittacamere o dei
locali che traggono vantaggio da questo afflusso indistinto ed
incontrollato. Lo spazio urbano del centro storico è diventato
così terra di nessuno dove è garantita l’impunità per
qualsiasi forma di manifestazione incivile come la
deturpazione dei monumenti o i danneggiamenti ai beni privati
o anche la violazione della quiete pubblica nelle ore tarde
della notte.
2. UNIVERSITA’ diplomificio di massa (p.158). E’ ben evidente
che la soluzione per contrastare tanto degrado non dipende
solo dall’Università o solo dal Comune e neppure solamente da
entrambe le amministrazioni ma da un progetto comune di città
condiviso dai cittadini da realizzare non nel corso di pochi
anni ma in diversi lustri. Le attuali difficoltà economiche
spingono specialmente l’Università ad incassare il beneficio
di soluzioni che abbiano efficacia immediata sul bilancio e
sulla gestione fino a barattare la stessa identità
dell’istituto formativo universitario più singolare d’Europa
per la sua origine, per il suo stato giuridico, per la sua
storia e funzione nazionale, con i soldi subito. Ma così
resterebbe ciò che in pochi anni è diventata e cioè
diplomificio di massa pur avendo comunque aree di eccellenza
indiscutibile a testimonianza del terreno fecondo su cui si
fonda la secolare istituzione. La direzione di un rinascimento
universitario era stata indicata con esemplare libertà
intellettuale, da Giancarlo De Carlo nel Prg del 1994.
Sicuramente il progetto di fare di Urbino una Università
altamente qualificata e residenziale per studenti e
professori, in alcuni settori di ricerca come anche della
formazione e della didattica, avrebbe comportato l’abbandono
della rincorsa agli iscritti per accumulare disperatamente la
quantità sempre più contesa da altri atenei. Tale progetto non
poteva non essere condiviso da Carlo Bo, amico e grande
sostenitore di Giancarlo De Carlo. Però il rettore, a quella
data, si trovava ormai fuori tempo massimo per avviare una
rivoluzione del genere, tenendo conto poi che le stesse forze
politiche dell’Amministrazione comunale ed in primis i Ds
temevano un contraccolpo per l’economia parassitaria degli
affittacamere e forse per l’occupazione così assiduamente
controllata dai partiti. Dico economia parassitaria perché
sommersa e perché non si è mai dato il caso che il danaro
raccolto sia stato reinvestito per iniziative di espansione
produttiva o commerciale.
3. Errori dell’Amministrazione comunale. Il primo errore
dell’Amministrazione comunale ed il più vistoso è quello di
aver rinunciato a governare la trasformazione che è avvenuta
dal 1945 ad oggi e di non avere mai efficacemente dialogato
con l’Università per elaborare un progetto condiviso di città
a partire dalle risorse reali ed utilizzando fonti di
finanziamento che possono anche assicurare studi di
fattibilità sia generale che per singoli progetti, assistenza
alla programmazione triennale ecc. Agendo invece attraverso
iniziative frammentarie e per di più in assenza di risorse
finanziarie il Comune, di fatto, non si è discostato
dall’ordinaria amministrazione che accresce sostanzialmente il
vuoto amministrativo e il senso di frustrazione nei cittadini.
Secondo vistoso errore resta il mancato collegamento con gli
Enti sovracomunali come Provincia e Regione che debbono
acquisire la forza simbolica di Urbino per rappresentare tutte
le numerose eccellenze delle Marche ed avviare un percorso
misurato di sviluppo turistico permanente attraverso
importanti investimenti che consentano a tutto il territorio
di partecipare ad una operazione di rinascita sociale ed
economica totale. Emiliani affronta non così esplicitamente il
problema ma induce a stabilire la differenza di Urbino e del
suo territorio rispetto al “divertimentificio finto di San
Marino” (p.164) con l’immagine della gioielleria rispetto al
supermercato di bigiotteria e dunque invitando ad attirare il
turismo qualificato “che sosta, che spende, che fa da
apripista e da richiamo, nel mondo” (p.165). Il terzo
persistente errore dell’Amministrazione comunale è
l’incapacità di comunicare con efficacia, continuità e rigore
segno che non interessa affatto lo sviluppo della
partecipazione democratica che pure viene immancabilmente
proclamata in ogni occasione.
4. Temi di cronaca e di bruciante polemica. Emiliani affronta
anche i temi che hanno infiammato alcuni dibattiti recenti: la
qualità degli insediamenti nella periferia come Mazzaferro e
la Piantata, la decisione del riuso della Data, il cosiddetto
piano del colore che propriamente poneva il problema della
riqualificazione urbana, una discussione che certamente non
riguarda solo Urbino ma tutti i centri storici. Se feroce
polemica, su questo tema c’è stata, dipende dal metodo
improprio adottato dall’Amministrazione comunale di aver
preteso di affidare l’incarico e avviare la ricerca peraltro
accurata e poi gli elaborati senza spiegare alla città, agli
studiosi, ai competenti, gli obiettivi certamente encomiabili
e seri che si sarebbero voluti raggiungere. Inoltre il lavoro
di ricerca condotto a Urbino avrebbe certamente potuto – come
dice Emiliani – avvalersi del confronto e della collaborazione
dell’Iistituto centrale del restauro e di altri istituti
italiani di settore. A sottolineare l’internazionalità del
problema Urbino, sarebbe stato utile ed efficace anche la
creazione di un pool di specialisti di diverse discipline a
livello internazionale. Purtroppo l’Amministrazione non ha
fatto questi passi e soprattutto non ha saputo né forse voluto
comunicare. Così sono sorti gli equivoci, i contrasti, le
barriere, le ostilità che non conducono se non a ripiegamenti
ed inutili umiliazioni. Quelli che si credono vincitori hanno
invece privato la città di un dibattito che, nato e
sviluppatosi a Urbino, poteva interessare molte altre realtà
simili o con problemi simili e fare da guida ad una
metodologia comune e condivisa sulla base di ragioni
scientifiche e scelte che comunque sono affidate
all’orientamento ed alla sensibilità del tempo.
5. Concludendo, l’enigma di Urbino che consiste nella
folgorazione della “bellezza, dell’armonia, della luce, del
silenzio” (p.172) non si disvela mai perché questa città nel
suo insieme di architetture edificate e naturali, è un’opera
d’arte totale come la Muta di Raffaello o la Flagellazione di
Piero della Francesca. Il sublime enigma di Urbino mette in
tragica evidenza la diffusa rassegnazione – per usare le
parole di Vittorio Emiliani - “all’involgarimento, alla
sciatteria, all’incuria, alla trasformazione di tanti gioielli
in cianfrusaglia consumistica” (p.171) la cui responsabilità
è, prevalentemente, del governo cittadino. Due distinti
livelli ed una abissale distanza.
Urbino. 12 agosto 2004
Francesco Colocci
12/08/04 |