Era presente un pubblico folto ed attentissimo. Presiedeva l'assessore Lella Mazzoli. Ha presentato il volume con una analisi illuminante e puntuale di insolita precisione critica l'arch. Giangiacomo Martines, soprintendente per i beni architettonici nelle Marche. In precedenza io stesso ho proposta una mia annotazione sul senso del complesso percorso delle celebrazioni martiniane che dovevano dare origine alla più singolare iniziativa culturale/turistica dalla pubblicazione della legge istitutiva dei sistemi turistici locali n° 135 del 29 marzo 2001. Non sono in grado, anche per l'ampiezza di dare una traccia dell'intervento pur straordinariamente fecondo dell'arch. Martines. Tuttavia pubblico qui di seguito il testo integrale del mio intervento che pure, per le finalità interpretative del lavoro, concorda con ciò che ha detto il soprintendente prof. Martines.
Gentili signore e signori, sono lieto di poter licenziare e consegnare agli undici Comuni che hanno partecipato alla elaborazione e realizzazione del progetto per le celebrazioni del V centenario di Francesco di Giorgio (Urbino, Cagli, Cortona, Fossombrone, Gubbio, Jesi, Mercatello sul Metauro, San Leo, Sassocorvaro, Urbania), questo volume, stampato con cura notevole dalla Stibu di Urbania, una gloria artigianale di lungo corso nella terra ducale. Personalmente rifuggo dalla consuetudine dei ringraziamenti sciorinati in circostanze di questo genere Comunque, nonostante l’austerità, non posso mancare di esprimere apprezzamento per la decisione dell’attuale Amministrazione comunale di Urbino di completare almeno la fase di studio e di ricerca, propedeutica al disegno operativo che si può leggere alla pagina 369 di questo volume sotto il titolo emblematico “Sulle orme di Francesco di Giorgio”. La seconda citazione ineludibile riguarda il ruolo decisivo della coordinatrice del comitato scientifico del simposio e cioè della prof. Marta Bruscia che ha persino collaborato alla complicata fatica del primo controllo dei testi, soprattutto nel periodo in cui, sono rimasto, imprevedibilmente, lontano da Urbino. Qui ora presentiamo un risultato palese. La ricerca individuale e locale affronta un tema che non solo è in grado di collegare i numerosi centri dell’area vasta dell’Italia centrale ma anche di renderne compiutamente comprensibile la composita identità nella geografia nazionale. Quest’area che possiamo geograficamente rappresentare associando le Marche con l’Umbria e la Toscana, ha espresso, ed in parte esprime, una civiltà che ha alimentato il rinascimento italiano ed europeo. Basti ricordare l’appassionata fotografia letteraria della Corte di Urbino realizzata ne “Il libro del cortegiano”[2] di Baldassarre Castiglione che ha avuto profonda influenza culturale negli ambienti intellettuali e politici di Francia, Inghilterra e Spagna[3]. E proprio Castiglione nella dedica, definisce “il libro come un ritratto di pittura della corte di Urbino”[4] per dire che si è attenuto alla verità dei fatti a lui noti e successivamente ricorda come il duca Federico ritenesse la ricchissima biblioteca “la suprema eccellenzia del suo magno palazzo”[5] a testimonianza dell’onore in cui era tenuta la conoscenza e di quale investimento il duca ritenesse necessario destinare al sapere. Nei secoli successivi la storia di Urbino, del ducato e delle aree prossime formalmente ancorate allo Stato pontificio fino all’unità d’Italia, segnala una lenta ma inesorabile recessione. Viene a mancare un centro propulsore e, gradatamente, nascono nuove realtà amministrative autonome ma sole e sostanzialmente impotenti sia per la dimensione sia per la ridotta scala economica sia per la crescente difficoltà delle comunicazioni. Al contrario, l’unità territoriale e sociale di significative dimensioni, raggiunta nel quarantennio federiciano e specialmente nell’ultimo ventennio (1462-1482) era ancorata a quel complesso di acquisizioni e convinzioni che Franco Borsi[6] definisce come baricentro culturale di ispirazione albertiana per cui Urbino, in quei pochi anni, secondo le argomentazioni di Leonardo Benevolo diventa “il centro più importante della cultura mondiale” [7]. L’intreccio, finora poco noto, tra cultura urbinate e Leon Battista Alberti e quindi tutti gli architetti di Federico ma specialmente Laurana e Francesco di Giorgio ha la sua massima espressione e fecondità non solo a Urbino nella reggia, nel monastero di santa Chiara, nel duomo e nel mausoleo ma anche nelle architetture civili del territorio come quelle di Gubbio, Jesi, Cagli, Urbania e nei presidi militari di San Leo, Sassocorvaro, Mondavio, Fossombrone, Cagli. A guardare con attenzione l’insieme di ciò che ancora oggi abbiamo la fortuna di conservare, studiare, riconoscere e ricondurre nel circuito delle attuali esigenze sociali, comprendiamo che l’iniziativa ducale realizza un ampio progetto di attività che ha dato risposte ad esigenze immediate e pratiche ma che si configura anche come consapevole tentativo di disegnare la “città” futura, intesa, in questo caso, come territorio della giurisdizione federiciana che, in forma contenuta e come archetipo, era racchiusa già nel palazzo/emblema della piccola capitale. E’ inevitabile, a questo punto, la citazione delle tre notissime “città ideali”, una sola conservata ancora a Urbino mentre le altre due sono a Baltimora ed a Berlino. La mostra dedicata a Leon Battista Alberti, allestita a Palazzo Strozzi a Firenze, ha offerto l’occasione specifica per una indagine sulla rappresentazione della “città ideale” conservata a Urbino. Sotto la superficie pittorica, è emerso un disegno che coincide perfettamente con il dipinto. Tale disegno è assolutamente insolito rispetto alla pratica coeva. Infatti i pittori preparavano l’intervento, su tavola o su tela, tracciando alcune essenziali linee guida che servivano ad orientare il lavoro di pennello. Invece nel disegno sottostante la città ideale, sono rappresentati edifici che sono la fedele trascrizione delle architetture descritte nel trattato di Leon Battista Alberti. La presenza documentata e costante dell’architetto genovese di nascita ma di cultura umanistico/fiorentina, a Urbino ha costantemente influito sulle scelte del duca ma anche sulla pur originale civiltà urbinate e quindi su Francesco di Giorgio. Un motivo di parallela ispirazione della concezione urbanistica di Leon Battista Alberti e di Francesco di Giorgio (Trattati) è il costante riferimento al De Architectura di Vitruvio che ricorre alla figura antropomorfica iscritta nel cerchio e nel quadrato a sottolineare l’armonia delle membra come accade nell’opera architettonica ed urbanistica e che nell’eurytmia individua una delle sei categorie ordinative dell’arte architettonica. Le simbologie antropomorfe che sono una costante nella storia dell’architettura fino a tempi recenti, stanno a confermare la visione antropocentrica dell’uomo nell’Universo: questo è un dato fondamentale che va tenuto presente nella lettura dell’elaborazione teorica ma anche nella realizzazione pratica delle architetture di Francesco di Giorgio. Egli agisce in un contesto nel quale va maturando il consenso culturale sempre più diffuso e sempre più consapevole verso l’iniziativa sociopolitica ducale. In altri termini, oggi, noi che ereditiamo le opere residue di Francesco di Giorgio, (quella parte cioè che, affrontando l’inaudita violenza degli eventi secolari, è pervenuta in condizioni di buona identificazione e leggibilità, sia pure in contesti e destinazioni talvolta radicalmente mutati), dobbiamo allargare lo sguardo a tutta la civiltà che esse tendono a segnalare e che non si esaurisce affatto nella sola tecnica e neppure nella profondità simbolica del disegno, degli stilemi, degli ornamenti. Quegli interventi, apparentemente distinti tra loro nel territorio del dominio federiciano, esprimono invece l’unità di un corpo esteso che ripete, in qualche misura, l’articolazione della città murata e che ha come ideale ispirazione sempre la figura umana, sintesi della perfezione insita nella natura creata, nel percorso attrattivo verso l’apice supremo della potenza e perfezione di Dio. Le diverse analisi ed indagini raccolte in questo volume possono dare l’idea di rivolgersi ad un interlocutore specialistico e, presi singolarmente, possono ricondurre al frammento delle informazioni. Tenendo presente tuttavia il contesto, la preparazione ed il dialogo che hanno preceduto ed in parte seguìto il simposio, questo libro in realtà ricompone, assieme allo studio del 2001, edito in due tomi da Olschki nel 2004, quello che l’inesorabile travaglio dei secoli ha disperso, trasformato, velato o anche deformato pur avendo bandito, per ragioni di inevitabile rigore, ricostruzioni che non siano sostenute da riscontri verificabili. Tuttavia né queste indagini né quelle del 2001, hanno la pretesa dell’ultima parola[8] dal momento che la ricerca assidua negli archivi e la verifica archeologica, quando sono praticabili, s’imbattono di frequente in nuove acquisizioni che sono in grado di fare luce ulteriore su quanto non sappiamo ancora o possono modificare quanto potevamo ritenere acquisito. Questi studi, favoriti dall’impegno promozionale di undici amministrazioni comunali tra le quali in primo piano, quella di Urbino, complessivamente restituiscono non solo novità, aggiornamenti, particolari talvolta inediti, ma soprattutto i contorni di un progetto sociale e politico alto e, in relazione al contesto storico, di inaudita novità e modernità. In queste brevi monografie infatti si lascia costantemente intendere che il singolo genio, nel nostro caso Francesco di Giorgio, è l’interprete, come architetto ed urbanista, di una aspirazione complessa e vigorosa tendente all’affermazione dell’uomo come centro cosmologico nell’ordine creaturale. All’interno di questa elaborazione filosofica, la città è imago mundi per cui si stabilisce una stretta relazione tra ordine cosmico, uomo e città. Quanto di tale visione s’impasti di istanze derivate dal pensiero cristiano non è facile discernere anche perché gran parte della cultura greco-romana filtra direttamente nel cristianesimo che affronta comunque il contesto e le sue contaminazioni preservando e rafforzando però la ragione e la grandezza dell’uomo fino alla sua identificazione tendenziale con la figura salvifica del Cristo. In questa sede però importa soprattutto ricollegare gli studi sull’opera architettonica di Francesco di Giorgio al suo significato originario nel contesto geografico e politico e contemporaneamente al significato che ancor oggi deve poter mantenere per noi. Da una motivazione di tale natura aveva origine, nel 2000, la parte operativa del progetto delle celebrazioni martiniane. Si trattava della realizzazione di un percorso turistico culturale suggerito dalle numerose, consistenti, affascinanti tracce architettoniche ancora chiaramente leggibili sia entro i confini, pur labili e variabili dell’ex dominio feudale feltresco, sia nelle aree vicine Da qui deriva il logo “Sulle orme di Francesco di Giorgio”. Non si pensava però semplicemente ad una mappa come tante reperibili persino in internet ma soprattutto si voleva tentare di ricondurre l’attenzione dei residenti e dei visitatori a quello spirito umanistico che, con l’impegno appassionato di artisti ed intellettuali, si esprimeva nella nuova condizione organizzativa della comunità, agli albori di una primordiale democrazia mai giunta alla maturità politico/sociale paragonabile alle strutture costituzionali di oggi. Naturalmente qui non si allude all’idea di una storia nazionale dei processi evolutivi sotto il profilo politico ed istituzionale neppure nei limiti della visione di Machiavelli e di Guicciardini che pure scrisse una monumentale Storia d’Italia, ma semmai alla società urbana[9] che, nelle piccole ed illuminate signorie come quella di Urbino, tende ad una assidua partecipazione alle grandi decisioni amministrative, partecipazione che è il corrispettivo della “grandissima liberalità” attribuita a Federico dal notaio Pierantonio Paltroni, suo biografo[10] e da numerose altre fonti concordanti. Questo originalissimo fenomeno, forse unico in tutta la storia italiana ed europea, è dovuto probabilmente alla straordinaria sintesi culturale che la corte di Federico ha realizzato a Urbino attraverso quella convocazione ideale e reale dei sapienti del passato e del presente, rappresentata dalle figure degli uomini illustri dello studiolo del duca ma, in concreto, dalla moltitudine di studiosi, architetti, artisti, maestranze di elevato profilo presenti a Urbino soprattutto nel felice quarantennio federiciano. Sono stati sottratti alla decadenza secolare, accelerata negli ultimi decenni, una imponente serie di documenti di quella importante stagione del piccolo ducato: dipinti, sculture, testi scritti, architetture ineguagliate e singolarissime anche per la loro integrazione ambientale. Altri segni immateriali di quella irripetibile stagione creativa rimangono ancora percepibili: le abitudini locali, le tradizioni, i gesti e persino qualcosa della lingua, coerente con il contesto fisico e sociale in gran parte perdurante ma già, dagli ultimi decenni, in rapida evoluzione. Si tratta di energie fortissime cui il progetto “Sulle orme di Francesco di Giorgio” voleva attingere a partire dalle aggiornate conoscenze definite nel convegno del 2001 e nel successivo simposio del 2003. Questa ipotesi progettuale voleva ricontestualizzare nella contemporaneità il lascito patrimoniale di quella stagione e soprattutto tendeva, con ogni forza, ad evitare che il paesaggio urbano e naturale così prestigioso di tutti i nuclei urbani dell’Italia centrale potesse, gradatamente, o scomparire o degradarsi fino a diventare irriconoscibile o, se conservato, diventare una scena vuota perché non più compartecipe della vita corrente. Certamente dunque nessuna rinuncia alla modernità né tanto meno alla tecnologia aggiornata ed alla ricerca. Si pensava naturalmente ad un processo di lunga scadenza che avrebbe potuto trasformare il visibile declino delle zone interne, minacciate soprattutto dalla estinzione della permanenza residenziale. Il vero capitale di partenza riposava sull’accordo politico-culturale degli undici Comuni che hanno intravisto l’ipotesi di incremento della collaborazione raggiunta nel corso delle celebrazioni martiniane e sulla certezza di poter valorizzare appropriatamente, su ampia scala, i propri tesori artistici ed ambientali e, contestualmente, tutte le forme di espressione della civiltà attuale non omologata e caratteristica dei singoli siti. In base a tali presupposti sarebbe stato possibile richiedere ed ottenere l’estensione del sito Unesco di Urbino a tutto il contesto “martiniano” purché gestito in base ai principi proclamati nella cosiddetta Carta di Urbino elaborata nel convegno Unesco proprio ad Urbino il 21 settembre 2002. Il passo politico successivo prevedeva il coinvolgimento delle province e delle regioni non solo per assicurare le pur necessarie risorse ma anche per garantire una espansione effettivamente capillare nella vasta area del territorio coinvolto. Il progetto non si è alimentato di sola immaginazione, anzi nessuno ha nascosto le difficoltà prevedibili e soprattutto i tempi lunghi per ottenere la condivisione indispensabile sia delle istituzioni ma soprattutto degli operatori e dei cittadini. E’ stato infatti predisposto e licenziato un progetto operativo propedeutico indirizzato alla regione Marche nel maggio 2004 da cui è arrivata una risposta interlocutoria. E’ evidente che spettava all’ente promotore moltiplicare il consenso politico attorno al progetto per stimolare il necessario ed adeguato investimento. E’ peraltro importante segnalare la novità dell’attenzione alla ricerca locale che non mi sembra abbia precedenti significativi. Sono infatti, di solito, le pro loco che promuovono indagini, monografie, mostre e dettagli di storia locale, spesso con intenti celebrativi e di propaganda. Qui invece l’iniziativa ha tentato di superare la pubblicistica occasionale e meno impegnata per ricondurre il lavoro certosino degli studiosi di settori delimitati, al rigore consueto dell’indagine storica. In effetti gli studi che sono riportati in questo volume segnalano la necessità di affidare ad esperti il trattamento dei dati locali perché non si disperda il patrimonio di memoria delle piccole comunità, spesso travolte dalle trasformazioni che si decidono altrove. Ne consegue, ad esempio, la necessità di adeguare l’organizzazione degli archivi per la consultazione pubblica. Da ultimo, benché vi abbia già accennato, esprimo il rammarico per la mancata partecipazione di Urbino e della provincia al comitato nazionale per le celebrazioni del sesto centenario (1404-2004) della nascita di Leon Battista Alberti. Infatti tale partecipazione oltre che valorizzare subito le novità enunciate al convegno internazionale del 2001 relative ai rapporti tra il coltissimo teorico dell’architettura e la corte di Urbino, avrebbe potuto coronare questi studi segnalando la modernità di una civiltà non remota e provinciale perché intensamente partecipe delle grandi elaborazioni culturali che andavano emergendo in ambito filosofico, letterario, artistico e scientifico come dimostra una bella e dettagliata ricerca di Flavio Vetrano sulla scienza del ducato di Urbino, pubblicata in italiano ed inglese, dall’Accademia Raffaello. Tutto questo si legherebbe ad una speranza aggiuntiva soprattutto per le nuove generazioni che volessero per davvero costruire non solo il proprio futuro ma anche quello della propria casa territoriale. Urbino. 16 novembre 2006. Francesco Colocci |
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