LA MARGHERITA - Seconda convenzione
comunale straordinaria - Palazzo Albani Collegio dei Nobili
In questo congresso straordinario è indispensabile
confrontarsi con la condizione de la Margherita quale si
configurava al momento della prima convenzione fondativa del
20 settembre 2003, perché la storia è maestra per tutti. Ad
evitare distrazioni o dimenticanze, ricordo, in sintesi, i
punti essenziali di quell’assise, conclusa all’unanimità,
sulla relazione del candidato alla presidenza ma non senza
irrequietezze di chi allora, con l’anonima sigla di “un gruppo
di amici” gridava, giustamente, che “la Margherita ha le carte
in regola per essere il partito della svolta”. Dirò di più: si
volle anzi, con una certa prepotenza formale, che quel
“contributo” neppure sottoscritto, del gruppo imprecisato di
amici, costituisse un allegato aggiuntivo della relazione del
candidato presidente, il quale comunque, dopo il trionfo
dell’elezione, provvide, molto sbrigativamente, a dimenticare
e la sua stessa relazione ed ancor più l’allegato. Ma ecco gli
impegni essenziali del primo congresso: 1) riconferma dello
schieramento de La Margherita nell’Ulivo, collocazione già
sancita nel 1995: 2) realizzazione di un partito nuovo con
l’obiettivo del “rinnovamento della partecipazione democratica
attraverso la più ampia promozione dell’informazione e
dell’ascolto”; 3) volontà di svolta amministrativa partendo
dal senso critico ed alimentandosi del senso della
responsabilità, facendosi carico della domanda di crescita
economica, culturale e di partecipazione sociale; 4)
realizzazione di una vera discontinuità nella lunga prassi di
dominio del partito di maggioranza relativa rispetto alle
forze dell’alleanza; 5) espressione del nuovo sindaco da parte
de La Margherita come riconoscimento della evoluzione della
maturazione politica del partito e delle condizioni oggettive;
6) elaborazione di un progetto di risposta alle esigenze di
Urbino; 7) creazione di una Giunta come team di lavoro cioè
fatta di persone concordi sugli obiettivi programmatici e
competenti a realizzarli e coordinati efficacemente dal
sindaco; 8) nell’ipotesi di risposte preclusive, il congresso
prevedeva una lista autonoma de La Margherita. Stralciando poi
uno dei temi specifici, si nota che la relazione congressuale
dedicava oltre una pagina all’Università per riaffermare il
valore dell’attuale stato giuridico che ne definisce
l’identità rispetto alle nuove ed antiche università italiane
ed europee. Tutto è stato travolto e sconvolto nel giro di
pochi mesi da quel congresso. Persino l’Università, che è
stato l’interesse irrinunciabile prima della Dc, poi del Ppi
ed in fine della Margherita, è stata sacrificata e svenduta in
cambio, vien da pensare, di mediocri interessi per cui il
sindaco può permettersi di votare a favore della
statalizzazione senza che la dirigenza della Margherita
avverta la responsabilità del misfatto ed assuma atteggiamenti
adeguati. Si deve immaginare, evidentemente, una complicità
preventiva, ad accomodamenti di basso profilo per non aver
neppure sentito il dovere di discutere, non dopo, ma
preventivamente, nel direttivo, questa eventualità. Altrimenti
chi è nell’Amministrazione avrebbe dovuto dimettersi ed il
partito ritirare la delegazione e la fiducia al sindaco. E
dov’è il consigliere provinciale che faceva fuoco e fiamme,
sia pure nella sua consueta solitudine, sul tema
dell’Università, considerandolo, giustamente, prioritario e
condizione di ogni altro accordo all’interno dell’Ulivo o del
centro sinistra?! Non era il suo primo punto della campagna
elettorale del giugno scorso? Non accampi pretesti di
competenze differenti, perché il consigliere provinciale fa
parte del direttivo di Urbino e della direzione provinciale.
Allora ci spieghi perché tace e non chiede il conto a chi è
responsabile di questa formidabile contraddizione e contrasto
con la linea del partito, rimarcata in tutte le occasioni. Per
capire questa torbida deriva individualistica, bisogna
ripercorrere le vicende recenti tenendo conto che ci separa
poco più di un anno dal primo congresso e dalla proclamazione
della svolta. Ma svolta non è, semmai una inversione ad U. Le
grandi manovre hanno una storia sotterranea che precede il
primo congresso, storia non dimostrabile appunto perché
sotterranea. Tuttavia alla riunione del direttivo del 29
dicembre 2003, alla quale purtroppo, per gravi ragioni
personali non ho potuto partecipare come anche ai successivi
sviluppi, qualcosa viene allo scoperto. Quella seduta infatti
sprofonda il partito nel ridicolo: dopo aver proclamato la
volontà di proporre il sindaco della Margherita sia al
congresso come nelle altre sedi, spuntano due candidature: una
del presidente del partito, eletto solo tre mesi prima, ed
l’altra quella del capogruppo allora in carica. Appare a tutti
evidente che della Margherita del congresso del 20 settembre
2003 non ci sono più neppure le ceneri. Tra dichiarazioni,
smentite ed amenità di varia natura, alla stretta finale dei
tempi elettorali, si va alla riconferma di un candidato Ds la
cui unica, esigua novità sta nel fatto che non è un
funzionario di partito. Le circostanze avevano favorito la
possibilità di ottenere a Urbino il sindaco della Margherita
per il fatto che a Fano, dopo le divisioni interne dei Ds, la
candidatura non era più appetibile e perché il centro sinistra
era, ben prevedibilmente, perdente come si è poi puntualmente
verificato. Nonostante l’invito del segretario provinciale
Vittoriano Solazzi a presentare un candidato sindaco de La
Margherita a Urbino, la dirigenza locale, considerando solo
gli interessi e le mire individuali, ha volutamente sprecato e
respinto l’occasione che era poi il progetto del congresso del
20 settembre 2003. I sofismi servono a poco. La dirigenza
attuale de La Margherita è colpevole di non aver saputo e poi
neppure voluto proporre una propria traccia di programma
elettorale Ha invece sottoscritto trentadue confusissime
pagine di velleità ed ovvietà, senza alcun impegno preciso,
nonostante diverse ragionevoli obiezioni del direttivo. Tale
programma non è mai stato stampato né diffuso, nella
consapevolezza della sua improponibilità. Qualcuno ha osato
persino dire che “Il programma non serve”. Si spieghi allora
per che cosa sta insieme l’alleanza bulgara di sette
formazioni, tra partiti e cespugli, che fanno la giunta
Corbucci. La campagna elettorale si è svolta nel peggiore dei
modi. Venti candidati, di cui diversi giovani, sono stati
lasciati a sé stessi come se fossero venti partiti diversi e
come tali sono stati costretti a sbranarsi alla ricerca delle
preferenze. Gli elettori sono stati chiamati non a votare su
di un programma realistico e realizzabile dagli uomini e donne
schierati nella lista de La Margherita, ma sono stati indotti
a scegliere per legami personali o per amicizia o per
parentela o per contrasto con altri candidati, insomma per
motivi totalmente estranei all’interesse politico generale. La
dimensione locale consente il contatto diretto tra elettori e
candidati ma, in casi così patologici, si scivola nel rapporto
privato, avulso completamente dalla dimensione propria che è
quella politica. I risultati generali mostrano una aberrazione
nella distribuzione delle preferenze espresse: uno, da solo,
raccoglie il 41,6% di consensi contro tutti gli altri al di
sotto della quota del 5,5% ed a fronte del 17,09% dei voti di
lista sul simbolo. Nel dopo elezioni la deriva
individualistica è ancora più evidente. Infatti nonostante la
prevedibilità di alcune soluzioni nell’organigramma del
governo amministrativo, la dirigenza della Margherita
allestisce una delegazione di persone che trattano per sé
stesse, quando persino i Ds hanno escluso, dalla trattativa, i
diretti interessati ad eccezione, ben comprensibile, del
sindaco eletto. L’epurazione di tutti coloro che, per poco o
per molto, hanno manifestato capacità di spirito critico,
comincia dalla scelta, oggettivamente infelice, di ridurre la
presenza della rappresentanza della Margherita da due ad un
solo assessore, per quanto super si voglia considerare, alla
pari di Verdi, Rifondazione e Sdi. Più di recente, si apre il
capitolo degli incarichi negli enti (Ami, Megas ecc). Qui la
dirigenza attuale agisce in modo del tutto arbitrario non
tenendo in alcun conto i criteri minimi di trasparenza: appare
evidente che ci sono gli esclusi ed i premiati sulla base del
gradimento di chi crede di comandare. Brutta fine, per un
partito che ha come slogan “Democrazia è libertà”. La protesta
si fa ufficiale all’interno del direttivo, non per la
rivendicazione di posizioni negli enti ma contro il metodo e
contro quel clima plumbeo, derivato da un atteggiamento
mentale illiberale di chi crede il partito un proprio spazio
di manovra e non uno strumento di elaborazione, di proposta,
di intermediazione nella società e nell’interesse generale. La
protesta diventa proposta scritta di dialogo e di verifica. La
dirigenza non solo non ne prende atto ed è incapace di
riconoscersi e riconoscerla, ma liquida, in malafede, le
sollecitazioni come rivendicazioni di posti e posizioni; posti
che peraltro nessuno ha richiesto, soprattutto se connessi con
l’obbligo di adeguamento e del silenzio. Purtroppo anche il
candidato, che oggi si propone, è prigioniero di questa logica
che aveva inizialmente, egli stesso, mostrato di non
condividere ma che poi, a partire dall’adesione all’offerta di
entrare nel consiglio di amministrazione dell’Ami trasporti,
non può più combattere. Egli si trova così condizionato nelle
prime scelte che dovrà fare sia all’interno del partito che
nei rapporti con l’Amministrazione comunale, essendo nominato
dal sindaco. Perde purtroppo di credibilità quando, un gesto
di semplice rinuncia all’incarico, lo avrebbe collocato al di
sopra di ogni sospetto nel momento in cui si candidava a
presidente della Margherita, senza poi considerare la
molteplicità delle occupazioni ed impegni che gli renderanno
difficile la presenza costante nel partito locale e nella
direzione provinciale. Egli pensa – come ha detto talvolta –
che la politica deve essere fatta, specie a livello
dirigenziale, da chi vive le esperienze da protagonista,
mentre considera, a quanto sembra, parassita chi è pensionato
non avvedendosi che è circondato da pensionati ed è pensionato
egli stesso. Pur tuttavia il partito non è un’azienda perché
non ci sono dipendenti stipendiati e perché il prodotto, se
mai venga alla luce, è del tutto immateriale. Fare i conti con
quelli che si prestano volontari non è facile, specie nel
lungo periodo, anche perché nessuno è disposto a fare il
lavoro che spetta a chi, in prima persona, si assume la
principale responsabilità ma calcolandone i concreti vantaggi.
Il candidato presidente può comunque leggere la cartina di
tornasole nei problemi urgenti che richiedono assunzione di
posizioni non solo decise, ma anche ben fondate e che
difficilmente potranno collimare con chi sta ora al vertice
delle istituzioni. Ad esempio l’Università non è un tema da
salotto. Ne va della credibilità di quanto finora abbiamo
sostenuto ma soprattutto del destino della città che non può
essere deciso negli apparati che hanno dissolto e dissipato
quanto è stato realizzato dal dopoguerra in poi. Il caso
Benelli è altro problema contro il quale il sindaco Corbucci e
la sua giunta rischiano di rompere le ossa, soprattutto se non
prenderanno atto che, alla preoccupazione vera del grave
impatto ambientale, si aggiunge il fatto che la costruzione
dell’enorme magazzino Benelli chiude per sempre la possibilità
e la speranza della riutilizzazione della strada ferrata della
ferrovia e della galleria sotterranea di collegamento verso
Trasanni. Emerge chiara e forte anche la contraddizione,
sottolineata con forza da tutte le associazioni ambientaliste,
con le dichiarazioni di principio del programma di
legislatura, oltre che con gli impegni formali che conseguono
all’adesione alla Carta della terra, all’iscrizione Unesco,
alla partecipazione ad Agenda 21 locale. Tale problema era
stato da me sollevato, per iscritto, con una nota
all’Urbanistica poi apparsa sulla stampa il 22 luglio 2003.
Avevo avuto la falsa risposta orale che si trattava di
occupare provvisoriamente i binari per un parcheggio a cielo
aperto, facilmente reversibile, dato che i binari non erano
stati rimossi. Ma ci sono altri problemi e nodi irrisolti o
non affrontati, come il piano di gestione del sito Unesco del
Centro storico di Urbino che non collima affatto con l’enorme
magazzino Benelli e con molte altre incongrue forme di
abbandono che si avvertono nella città: ossessiva invasione
delle auto dentro l’area delle mura, illuminazione che
dovrebbe essere monumentale per il centro ed appropriatamente
esclusiva per l’immediata periferia; valorizzazione delle
risorse del centro storico e delle adiacenze per cui esiste un
progetto di fattibilità, per ora completamente ignorato;
interventi strutturali al consorzio, alla fornace; sistema
della sosta sempre più nel caos; lavori e destinazione della
Data; Archivio di stato il cui futuro resta avvolto nel buio;
sistemi turistici locali il cui funzionamento dovrebbe avere
l’impulso della città di Urbino che dovrebbe essere
considerata il logo delle Marche; problema della comunicazione
efficiente e non di regime tra Amministrazione e popolazione;
riordino amministrativo delle funzioni e valorizzazione delle
risorse del personale; progetto cultura che è il cuore di
tutte le attività espansive dell’attività promozionale
dell’Amministrazione. Sono solo segnalazioni poiché non c’è
tempo di entrar nel merito. Tuttavia questi problemi vanno
attentamente e singolarmente studiati oltre che nell’insieme,
avendo presente un programma di lavoro che disegna l’idea di
città, che tuttavia non può prescindere da quell’impulso
metodologico che è indicato nell’accordo di programma
sottoscritto all’inizio del 2003 da molti enti pubblici e
privati. Urbino non può staccarsi dal suo territorio
storicamente omogeneo né dalla sua Università che è però
risorsa regionale, nazionale, europea. Di questi temi mai si è
parlato negli organi di partito, non si capisce bene se per
ignoranza voluta delle problematiche o per non aver il
fastidio degli esiti necessariamente frastagliati del
confronto. Concludendo, per quanto mi riguarda, ma credo di
poter comprendere anche le convinzione di altri amici, non
voto il candidato presidente non certo per una avversione
personale, ma perché si presenta al congresso facendo
sospettare, non di voler rendere un servizio al partito e
dunque alla città, ma di servirsi del partito a cominciare
dall’incarico all’Ami cui non ha saputo rinunciare. E’
condizionato da chi lo nomina; è inoltre ostaggio del gruppo o
dei gruppi dominanti del partito, non esercita un ruolo
autonomo, né tanto meno di sintesi. Non ha saputo neppure
riconoscere quei problemi che gli sono stati prospettati in
forma scritta e che sembra assurdo ignorare benché poi si
possano ipotizzare diverse soluzioni. Insomma ha mostrato la
solita furbizia di chi vuole arrivare a qualsiasi costo,
perciò a ben poco serviranno le giustificazioni di fronte ai
fatti nudi e crudi. Sta inoltre mostrando di non saper
riconoscere l’importanza dell’esercizio dello spirito critico
che è il valore più consistente della nostra cultura
umanistica e cristiana. Io tuttavia resto convinto di poter
ugualmente dare un contributo serio e fondato, pur senza
alcuna eccessiva presunzione, non solo al partito ma alla
città anche se sarebbe più istintiva la via dell’Aventino e
della fuga sdegnosa dopo un quinquennio di durissimo e
concreto lavoro che credo abbia mostrato non l’ingordigia di
ricoprire posti o avere prebende, ma la fedeltà agli impegni
ed alle responsabilità verso la città ed i concittadini.
Rivendico infine la libertà di pensiero e di espressione
garantita dall’articolo 21 della Costituzione e respingo i
tentativi di repressione e censura più volte denunciati e
riscontrati all’interno del partito come prassi degenerativa
per tacitare il dissenso.
Francesco Colocci
22/11/04