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Analisi e proposta: lo stato e il
dover essere della democrazia politica |
Riunione quadri dirigenti DL
MARGHERITA - Pesaro - Sala del consiglio provinciale via
Gramsci, 4
Intervento di Francesco Colocci
Cari amici,
in questa sede, in cui prevale il fremito per la contabilità
elettorale della tornata trascorsa, per individuare le
strategie in vista delle regionali ormai alle porte, elezioni
che dovranno tener conto del mutato quadro istituzionale e del
nuovo statuto, forse potrà sembrare fuori luogo il richiamo
alla storia ed alle ragioni della presenza dei cattolici
democratici nella vita del Paese cioè in tutti i settori in
cui si articola la società (famiglia, scuola, formazione,
ricerca, lavoro, produzione, mercato, sanità, assistenza,
associazionismo, politica, volontariato, accoglienza,
solidarietà, cultura, religione ed altro ancora). E’ vero che
la Margherita tende a raccogliere, in un’unica casa, culture
ed istanze diverse che tuttavia si riconoscono nella
democrazia avanzata e nella libertà, in tutte le sue forme
declinabili in base alla Costituzione della nostra Repubblica,
ma è anche vero che la sola formazione politica che possa
vantare una storia ed una cultura ragguardevole, coerente,
propulsiva, aperta al futuro ed ai mutamenti in atto, è il
Partito popolare italiano la cui eredità è oggi a disposizione
della formazione più vasta che è la Margherita. Dunque non è
fuori luogo il richiamo alla necessità di dare senso, peso,
consistenza al lessico della politica che, sinteticamente, ci
impone alta moralità personale e di gruppo, competenza
condivisa, perché nessuno può oggi dire di sapere tutto, ci
obbliga ad impegnarci per l’interesse generale che non si
concilia mai con gli interessi di bottega, per l’efficienza,
che significa avere il senso della collettività e cioè
ricordare che si amministrano le risorse di tutti, per la
giustizia, per l’equità, per la solidarietà. Ma se questi ed
altri principi sono formalmente enunciati e ripetuti nella
comunicazione politica, perché comunque fanno tendenza, nella
sostanza, riemerge, quasi costantemente, il vizio di forzare
gli argini in nome del realismo politico. Al massimo si accede
alla contrattazione su tutto e viene legittimata poi la
spartizione interna ai singoli partiti ed, ovviamente, tra i
partiti della stessa coalizione. Capita anche, sempre più
diffusamente, di subire, per debolezza culturale e facilità di
applicazione, il malesempio dell’anomalia berlusconiana che
considera il partito come una società per azioni in cui
l’unico capitale è dato dal numero dei voti conseguiti, non
importa come, da chi e perché. Emergono così anche nella
Margherita i minuscoli, pericolosi ras, perché azionisti di
maggioranza in grandi o ristrette consultazioni elettorali.
Tutto questo in barba alla tradizione consolidata
dell’esperienza dei cattolici democratici cui mi sono
richiamato, ma, di più, in barba alla Costituzione che
riconosce il partito come associazione libera e cioè luogo di
incontro, di dibattito, di ricerca ed elaborazione, di
eventuale scontro di posizioni ma, in fine, anche di sintesi.
Il partito è associazione libera perché vi si accede
liberamente, cioè senza costrizioni e su scelta personale ma
libera anche perché l’adesione non deve essere indotta dallo
scopo di ottenere un posto o altro vantaggio e non deve essere
frutto della pressione della necessità dal momento che il
sistema frequentemente emargina chi non è schierato con i
potenti o con coloro che tali si ritengono.
L’associazione-partito, configurato nella libertà soggettiva
ed oggettiva, deve – dice la Costituzione – concorrere, con
metodo democratico, a determinare le scelte politiche cioè le
scelte che riguardano la vita della comunità. Il richiamo al
metodo democratico vale per la singola organizzazione
associativa che per il rapporto tra associazioni per cui si
prescrive il riconoscimento ed il rispetto delle posizioni
divergenti che sono, oggettivamente, un arricchimento e non un
ostacolo sulla via di chi ha il mandato di governare.
Purtroppo questi elementari concetti che mi vergogno persino
di ricordare tanto sono noti e diffusi, vengono
sistematicamente disattesi, a tutti i livelli, in un clima di
generale erosione e disfacimento delle regole morali fissate
nella Costituzione ma trasferite nella prassi dei partiti nati
dalla Resistenza e austeramente praticati dopo la elaborazione
della prima ed ancora unica Costituzione della Repubblica. Su
queste basi solidamente vissute, il popolarismo dei cattolici,
illuminato dalla dottrina di Sturzo, di De Gasperi, di La
Pira, di Dossetti e di molti altri tra cui è impossibile
dimenticare il ruolo di Aldo Moro, ha costruito gran parte
dell’Italia del dopoguerra non però senza il coinvolgimento e
la responsabilità dell’opposizione costituzionale del Pci,Pds,
Ds.
Oggi tutta questa solida esperienza, è degenerata negli anni
del craxismo i cui difetti sono stati esasperati dal
berlusconismo, che aziendalizzando il sistema di governo, sta
scardinando anzi distruggendo la coesione sociale. La
Margherita aveva reagito con molta lungimiranza, stimolando la
formazione dei circoli tematici che avevano lo scopo della
penetrazione nella società. I circoli dovevano alleggerire la
struttura del partito e riconsegnare al dialogo la funzione di
responsabilizzare i cittadini che non sono disposti alla
tradizionale militanza politica dentro una rigida
organizzazione. La primissima esperienza di ascolto era
partita dall’iniziativa del famoso pulmann di Prodi ma poi la
Margherita, consapevole dell’indecenza degli interessi
ristretti delle segreterie e della lontananza dalle esigenze
popolari, aveva sollecitato lo strumento dei circoli che
infatti furono accolti con favore ma che ben presto si sono di
nuovo irrigiditi nelle tradizionali strutture chiuse. Ora è
evidente che, di delusione in delusione, sarà difficile
mantenere a lungo il consenso schiettamente elettorale che
abbia come prevalente o esclusiva motivazione gli interessi e
le strategie spartitorie delle segreterie quando non
addirittura gli interessi individuali. Occorre invece una
condivisione il più possibile estesa sia dei contenuti
programmatici come anche della scelta delle persone che siano
in grado di interpretare, realizzare, riformulare quei
programmi assunti come impegno di riferimento. E poiché
l’esercizio della democrazia è oggi disarticolato tra
l’esigenza della rappresentanza formale e le esigenze mutevoli
della società, è evidente che la politica deve costruire spazi
di partecipazione, di confronto, comunicazione reali,
soprattutto a livello locale che siano di continua verifica
per chi, nelle istituzioni, deve rispondere sia alla domanda
immediata ma anche della realizzazione del programma
concordato alle elezioni periodiche. Si capisce che resta più
comodo e semplice cancellare, come in alcune realtà
significative si è fatto, l’idea stessa di un impegno
programmatico di governo o renderlo talmente generico da
potervi leggere tutto e il contrario ma così si spengono la
partecipazione la democrazia, la libertà, la responsabilità
collettiva ma anche la legittimità stessa del governo
insediato con il voto periodico benché formalmente
inamovibile. La ragione sta nel fatto che il consenso non è
una firma in bianco e presuppone la compartecipazione e la
corresponsabilità civica. Ma per assumere responsabilità
occorre sapere. Inoltre senza sapere non esiste alcuna
possibile libertà come per contro non esiste nessuna
democrazia senza responsabilità. Per fare un esempio un po’
lontano ma concreto, vi invito a pensare come possano i
marchigiani sentirsi coinvolti e condividere l’elaborazione
del nuovo statuto regionale che pochissimi conoscono e solo
per essere essi stessi stati parte attiva nel sollecitare
qualche raro incontro. Non si risponda che si tratta di
elaborati tecnici perché la conoscenza, la partecipazione e la
responsabilizzazione sta soprattutto negli orientamenti e
negli impegni di grande significato. Stando più vicino a noi,
alcuni amministratori locali credono che il consenso
elettorale sia una investitura illimitata, un posto di comando
da cui poter disbrigare decisioni e scelte dentro e fuori il
partito senza che alcuno abbia diritto di critica. Per evitare
degenerazioni e derive personalistiche, occorre tornare ad una
sana riorganizzazione della Margherita che, come partito, si
riservi la funzione di sintesi deliberante previa
consultazione, ascolto, dialettica democratica interna nelle
forme facilitate della partecipazione informata. In quanto poi
alle prossime scelte di carattere generale a cominciare dalle
candidature alle regionali si guardi l’Ulivo ma anche la
Margherita dall’imporre candidature frutto di equilibrismi e
di personalismi giocati tra i soliti noti e specialmente
nell’ambito delle segreterie regionali perché ogni falla di
dissenso potrebbe essere devastante. In ambito nazionale il
problema è molto diverso. Siamo all’emergenza pura e dunque
forse è molto meglio non indugiare troppo sulle alchimie e
liturgie federative. Il ricorso proposto da Prodi alle
primarie forse voleva evitare le forche caudine delle
arroganze micidiali sperimentate nel passato ma una
investitura diretta di una assemblea, per quanto ampia, non lo
sottrarrebbe affatto alla devastante infida contesa intestina
nell’Ulivo e non solo. In questa emergenza dunque Prodi sia
tout court il leader di tutti, abbia pure poteri eccezionali
al di sopra delle singole “sinagoghe” dei partiti della
federazione, si faccia la federazione ma nessuno dimentichi
che le formazioni della grande coalizione non sono affatto un
listone come semplificano i giornali ma soggetti portatori di
una storia importante che affonda le radici nella resistenza e
nella Costituzione attuale. Questo forse è motivo di orgoglio
e vanto per essere stati questi partiti, pur con tutti i
limiti, protagonisti e garanti, finora, della storia
dell’Italia democratica e grande in Europa e nel mondo. Il
declino comincia da Berlusconi. Tali partiti, con la guida di
Prodi di indubbia fede e prassi democratica, possono mantenere
e rafforzare il proprio decisivo ruolo di difesa della
democrazia e della civiltà d’Italia a patto di farla finita
con le laceranti e perduranti divisioni ancora in atto.
Francesco Colocci
02/10/04 |