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Alberto Burri opera grafica '60 - '80 |
Urbino, Bottega di Giovanni Santi. Casa natale di Raffaello
dal 27/11/04 al 9/01/2005
ACCADEMIA RAFFAELLO
Immersi abitualmente nella rappresentazione formale del mondo,
indubbiamente rimaniamo sconcertati da una mostra così intensa
ed emblematica come quella proposta
dall’Accademia
Raffaello “BURRI, opera grafica ’60 ‘80”. Si tratta di poco
più di cinquanta opere grafiche che tracciano il percorso
della ricerca di un autore che ha voluto dare all’ indagine
espressiva (pittura, scultura, grafica) il tempo intero della
sua esistenza per una sorta di vocazione che lo ha distolto
dalla professione di medico e lo ha indotto ad una scelta
totale e definitiva. Nato nella vicina Città di Castello
(1915), ha cominciato a dipingere nei giorni della prigionia
negli Usa durante la seconda guerra mondiale. A partire dal
riconoscimento della sua innovazione espressiva nella Biennale
di Venezia del 1952, Alberto Burri diventa un punto di
riferimento fondamentale in Europa e non solo, nell’ambito di
quel linguaggio informale che segna un netto distacco
dall’esperienza storica delle forme espressive dell’arte
figurativa. Con Urbino, Alberto Burri ebbe un contatto
impegnativo a metà degli anni ’80 quando sembrava che la città
ambisse creare un museo d’arte moderna e contemporanea in
collaborazione con la Galleria nazionale delle Marche. Burri
avrebbe donato delle opere di rilievo e questo nucleo avrebbe
rafforzato la possibilità che altri maestri contemporanei
volessero testimoniare la loro partecipazione e presenza
accanto alle grandi opere classiche conservate nel palazzo
ducale. Tutto però si dissolse nel nulla per mancanza di
concretezza ed in assenza di quella volontà politica che, in
altre città, anche vicine, ha fatto miracoli. Ora l’Accademia
Raffaello, indipendentemente da quell’occasione mancata,
presenta il difficile percorso del maestro di Città di
Castello per il quale la pittura fa perno sulla materia, sulla
tensione gestuale che è ben leggibile anche nell’opera
grafica. Occorre che lo spettatore abbandoni ogni tentativo di
identificazione figuristica e che costantemente si ricordi che
il grafico (il pittore) informale esprime il bisogno di
distruggere non solo ogni possibilità di identificazione
naturalistica o geometrica dell’oggetto o materia attraverso
la quale si esprime, ma anche ogni possibilità di rimando
metaforico. Un esito del genere è evidentemente sconcertante
perché lo spettatore, chiunque sia, indipendentemente dalla
sua capacità di avvicinarsi ai linguaggi mutevoli dell’arte
contemporanea, avverte la drammaticità del gesto pittorico di
Burri, benché, magari, non ne sappia descrivere le ragioni.
L’Accademia Raffaello, con questa singolare iniziativa, apre
al pubblico urbinate e non solo, l’ardua discussione, sulle
accensioni immaginifiche della pittura informale a partire
dalle evenienze esistenziali individuali ed in particolare di
un artista come Burri che investe la scena artistica di tutto
l’Occidente nella seconda metà del ‘900.
Francesco Colocci
30/12/04 |