29 aprile - Pesaro
Martedì
29 aprile 2008 alle ore 18,30 nella
sala del Consiglio comunale di
Pesaro a cura dell’Assessorato alla
Cultura del Comune di Pesaro viene
presentato il volume di Riccardo
Paolo Uguccioni
La notte di San Martino
Un’indagine per latrocinio del 1828
(Il lavoro editoriale, Ancona
2007, pp. 96, € 10,00).
Interviene come voce recitante
Giulia Marchionni.
La cittadinanza è invitata.
La mattina dell’11 novembre 1828 –
festa di San Martino – in un paese
della delegazione di Urbino e Pesaro
viene scoperto un duplice delitto:
due possidenti, fratello e sorella,
che vivevano soli in casa, sono
stati uccisi in una notte di pioggia
e il loro palazzo è stato
saccheggiato. Mentre la popolazione
è in preda a sgomento, gli
inquirenti avviano le indagini, la
Forza in poche settimane
compie arresti risolutivi, sedici
mesi più tardi tre assassini salgono
il patibolo eretto nella stessa
piazza su cui si affacciava il
palazzo della strage.
Questa, in estrema sintesi, la
vicenda narrata da Riccardo Paolo
Uguccioni ne La notte di San
Martino. Ma il libro, condotto
su base rigorosamente documentaria,
non è solo la storia del delitto
quanto – e soprattutto – delle
indagini che ne seguirono. Nello
Stato pontificio all’indomani della
restaurazione, come negli altri
stati italiani, la prassi
“criminale” corrente era di tipo
inquisitorio: una prassi dura,
rigorosa e formalizzata, tutta
protesa all’accertamento della
verità e disposta ad acclararla con
qualsiasi mezzo non vietato. Niente
habeas corpus, dunque:
l’inquisito stava “in segreta” per
il tempo necessario, senza che gli
fosse neppur contestato il capo
d’imputazione. Nel suo primo esame
si sentiva chiedere nome e
professione, poi l’inquirente gli
domandava perché fosse in carcere:
all’arrestato non rimaneva che
interrogare la propria coscienza, e
proprio a questo mirava la
procedura. Qualcuno dichiarava di
non saperlo, di non aver colpe,
ecc., ma altri si ingarbugliavano in
prime ammissioni: così si avviava
l’investigazione, rigorosamente
priva di avvocati e perfino di
contestazioni formali della colpa,
almeno finché il giudice non
decidesse di avere abbastanza
“indizi di reità”. Solo a quel punto
l’imputato – anzi il “reo” – poteva
aver accesso alle prove raccolte e
nominarsi un proprio avvocato
difensore o affidandosi – appunto –
“al pubblico difensore dei rei”.
Con una narrazione sorvegliata e
accattivante, La notte di San
Martino ci introduce nel mondo
“criminale” d’altri tempi. Alla fine
il protagonista della storia è
l’arcaico Stato pontificio, nel
quale non esistevano ministeri ma
congregazioni rette da cardinali e
prelati, mancava un organico codice
penale, non vigeva il criterio della
separazione fra i poteri dello
Stato.