23 febbraio / 26 maggio - Urbino - Pesaro -Fano
Comune di Urbino Provincia di Pesaro e Urbino Assessorato Cultura e Turismo Assessorato alla Cultura Comune di PesaroAssessorato alla Cultura Associazione Marchigiana Attività Teatrali Amat Fondazione Teatro della Fortuna Fano
Fano Teatro della Fortuna _ Pesaro Teatro Rossini _ Urbino Teatro Sanzio / Museo della Città
TEATROLTRE 07 p r o g r a m m a
ven 23 febbraio _ Fano Teatro della Fortuna CRT- Centro di Ricerca per il Teatro in collaborazione con Palermo Teatro Festival CANI DI BANCATAtesto, regia e costumi di Emma Dante con Sandro Maria Campagna, Sabino Civilleri, Salvatore D'Onofrio Vincenzo Di Michele, Ugo Giacomazzi, Manuela Lo Sicco, Carmine Maringola Stefano Miglio, Alessio Piazza, Antonio Puccia, Michele Riondino
mar 27, mer 28 febbraio e gio 1 marzo _ Urbino Teatro Sanzio Teatro Stabile dell'Umbria / Totales Theater International Festival delle Colline Torinesi STUDIO SU MEDEAregia di Antonio Latella 27.02.07 Capitolo I Medea & Giasone 28.02.07 Capitolo II Medea & figli 1.03.07 Capitolo III Medea dea
dom 4 marzo _ Pesaro Teatro Rossini Motus RUMORE ROSAdi Enrico Casagrande e Daniela Nicolòcon Silvia Calderoni, Nicoletta Fabbri, Emanuela Villagrossie la collaborazione di Dany Greggio
mer 28 marzo _ Urbino Teatro SanzioNuova Scena - Arena del SoleTeatro Stabile di BolognaIL SORRISO DI DAPHNEdue tempi di Vittorio Franceschicon Vittorio Franceschi, Laura Curino, Laura Gambarinregia di Alessandro D'Alatri
sab 31 marzo _ Pesaro Teatro RossiniEmilia Romagna Teatro Fondazione – Teatro Eliseo BALLATA DEL CARCERE DI READINGdi Oscar Wildecon Umberto Orsini e Giovanna Mariniregia di Elio De Capitani
ven 13 aprile _ Fano Teatro della Fortuna Carte Blanche Centro Nazionale Teatro e Carcere Volterra Volterrateatro - Compagnia della Fortezza Il Libro della Vita ideazione e regia di Armando Punzo di e con Mimoun El Barouni
mer 18 e gio 19 aprile _ Urbino Museo della Città Tommaso Ragno legge Il grande inquisitore da I fratelli Karamazov di Fëodor Dostoevskij
ven 11 maggio _ Pesaro Teatro Rossini Teatrino ClandestinoOSSIGENOdi Ivan Vyrypaev con Fiorenza Menni e Marco Cavalcoli capocomicato Fiorenza Menni regia di Pietro Babina
mer 16 maggio _ Fano Teatro della Fortuna Scuola di Scenografia Accademia di Belle Arti di Urbino STABAT da Giovanni Battista Pergolesi con Enrica Fabbri, Giorgio Donini, Annarita Pasculli Nadiya Petrenko, Claudio Tombini direttore e maestro concertatore Vito Clemente archi dell'Orchestra Sinfonica G. Rossini
sab 26 maggio _ Pesaro Baia Flaminia VissidarteLINEA D’OMBRA di Joseph Conrad riduzione e adattamento di Elisa Delsignore allestimento di Christian Della Chiara e Ciro Limone
c o m u n i c a t o s t a m p a
TEATROLTRE a URBINO, FANO e PESARO un palcoscenico “grande 3 città” per le più importanti esperienze della scena contemporanea
Venerdì 23 febbraio si alza il sipario sulla terza edizione di TeatrOltre, rassegna promossa dagli Assessorati alla Cultura dei Comuni di Urbino e Pesaro, dalla Fondazione Teatro della Fortuna di Fano, dalla Provincia di Pesaro e Urbino e dall’Amat. Un palcoscenico "grande 3 città" per le più importanti esperienze della scena contemporanea, è questo l’obiettivo di TeatrOltre i cui appuntamenti sono espressione dei linguaggi più innovativi del panorama europeo.
Il 23 febbraio l’apertura della rassegna è affidata, al Teatro della Fortuna di Fano, a Cani di bancata di Emma Dante. Uno spettacolo intenso ed emozionante, un'opera di forte impegno civile, legata alla storia e all'attualità del nostro Paese, in cui la regista palermitana affronta, con la consueta irruente fisicità, il tema della mafia. Teatro visionario ed estremo che, con struggente poesia, mostra ferite e dolori.
Altro nome giustamente celebrato in Italia e all’estero è quello di Antonio Latella in scena dal 27 febbraio al 1 marzo al Teatro Sanzio di Urbino con il suo Studio su Medea. Un’esperienza intensissima, un viaggio folgorante nel mito, un percorso di tre giorni alla scoperta dei tre capitoli che compongono l’opera del regista napoletano di nascita e berlinese per scelta, in una rilettura dove la parola è quasi cancellata e tutto è affidato all’eloquenza e alla potenza espressiva dei corpi degli attori.
Un gradito ritorno a TeatrOltre è quello della compagnia Motus il 4 marzo al Teatro Rossini di Pesaro con Rumore Rosa. Nel rumore dei sentimenti di questo spettacolo tutto al femminile, si rivela l’equilibrio perfetto delle diverse forme attraversate dal gruppo teatrale riminese: il corpo, il cinema, il fumetto, la scena, il romanzo, la performance, il suono.
Dall’incontro del regista di cinema Alessandro D’Alatri con l’autore e attore Vittorio Franceschi, è nato Il sorriso di Daphne, uno spettacolo intenso, recente vincitore del Premio Ubu 2006, in scena al Teatro Sanzio di Urbino il 28 marzo. La pièce mescola l’arguzia del dialogo con la capacità di toccare i grandi sentimenti dello spettatore affrontando con toni da commedia un tema tra i più attuali: l’eutanasia.
Il 31 marzo il Teatro Rossini di Pesaro ospiterà Umberto Orsini e Giovanna Marini nella Ballata del carcere di Reading. Un inno alla bellezza anche dentro l’orrore più grande, la ballata che Oscar Wilde scrisse dopo la sua reclusione nel carcere di Reading, perché accusato di omosessualità. Un atto di dolore e di amore, un poema appassionato che denuncia la crudeltà della vita carceraria e quella della giustizia umana.
Il 13 aprile TeatrOltre torna nuovamente al Teatro della Fortuna di Fano con Il libro della vita. Mimoun El Barouni, attore storico della Compagnia della Fortezza composta dai detenuti-attori, ha deciso di raccontare la sua vita: immigrazione clandestina, il sogno americano, il viaggio in nave, l'approdo alla realtà, il carcere. Una pièce dura e avvincente, piena di dolore e di vita.
Il Museo della Città di Urbino apre le sue porte il 18 e 19 aprile alla rassegna ospitando una lettrura de Il Grande Inquisitore - vertiginoso episodio tratto da I fratelli Karamazov di Dostoevskij - ad opera di Tommaso Ragno. Con la sola forza della parola, l’attore dà vita ad un personaggio grandioso e tremendo in un lucido, terribile monologo. Una lettura di estremo nitore e intensità emotiva dedicata ad una delle pagine più belle della letteratura di tutti i tempi.
L’11 maggio a Pesaro (Teatro Rossini) sarà la volta del Teatrino Clandestino con Ossigeno. “Un autoritratto collettivo dei ragazzi del terzo Millennio, la generazione che fra sesso triste, obnubilazioni alcoliche e ogni sorta di droghe ha cercato l’ossigeno nell’aria avvelenata”. Attraverso la sua estrema musicalità e con un immaginario teatralmente evocato, Teatrino Clandestino immerge lo spettatore in un vero e proprio concerto.
Una Lettura inedita dello Stabat Mater del compositore Giovanni Battista Pergolesi – ad opera degli studenti della Scuola di Scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Urbino – sarà in scena il 16 maggio al Teatro della Fortuna di Fano. Nello Stabat, questo il titolo dello spettacolo, la sequentia antichissima della sacra rappresentazione prende forma scenica con contenuti innovativi.
La conclusione di TeatrOltre – il 26 maggio a Pesaro – avrà come scenario un luogo di grande fascino: Baia Flaminia. Un reading nelle vicinanze del mare, per finire catturati dalla vicenda e dai pensieri del protagonista di Linea d’Ombra di Joseph Conrad, ufficiale di marina al suo primo comando che, costretto da una bonaccia all’immobilità assoluta con la sua nave, conosce le miserie e le grandezze della condizione umana nel breve tempo di un viaggio, simbolo della vita. Il racconto, tra i più belli, inquietanti e misteriosi di Conrad, viene proposto nell’allestimento di Christian Della Chiara e Ciro Limone, compagnia Vissidarte.
Informazioni, biglietti e attività collaterali: www.centoteatri.com/teatroltre/07.htm, Amat 071 2072439, Teatro Sanzio 0722 2281, Teatro Rossini 0721 387621, Teatro della Fortuna 0721 800750.
ufficio stampa Amat _ Barbara Mancia t. 071 2075880 _ 335 7756368 b.mancia@amat.marche.it
ven 23 febbraio _ Fano Teatro della Fortuna
CRT- Centro di Ricerca per il Teatro in collaborazione con Palermo Teatro Festival
CANI DI BANCATA
testo, regia e costumi Emma Dante con Sandro Maria Campagna, Sabino Civilleri Salvatore D'Onofrio, Ugo Giacomazzi, Fabrizio Lombardo Manuela Lo Sicco, Carmine Maringola, Stefano Miglio Alessio Piazza, Antonio Puccia, Michele Riondino scene Emma Dante e Carmine Maringola light designer Cristian Zucaro assistente alla regia Elisa Di Liberato assistente alla drammaturgia Eleonora Lombardo
La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è più né sole né luna, c’è la verità. [Leonardo Sciascia]
La mafia è una femmina-cagna che mostra i denti prima di aprire le cosce. È a capo di un branco di figli che, scodinzolanti, si mettono in fila per baciarla. Il suo bacio è l’onore. La cagna dà ai figli il permesso di entrare: “Nel nome del Padre, del Figlio, della Madre e dello Spirito Santo”. Bastona il figlio più giovane e gli mette un vestito imbrattato di sangue. Il mafioso risorge e riceve dalla Madre la benedizione. I fratelli lo abbracciano e comandano il giuramento: “Entro col sangue ed uscirò col sangue”. Il patto si stringe. Così rielaboro il rito di affiliazione di un uomo che giurando davanti a Dio si consegna alla mafia per sempre. Questo rito antico è il folclore, è la mafia da cartolina di un “agriturismo” nelle campagne di Corleone dove si mangia ricotta e cicoria e si recitano le preghiere con radio-maria. Ma il folclore è una tavola imbandita che serve a nascondere l'orrore. Dietro la quale, fuori dagli occhi, avviene ciò che non si può dire, che non entra neanche nelle cronache. La mafia è il trionfo della menzogna, è il rovescio che diventa verso, il sotto che viene a galla, il basso che si fa alto, il delitto che si trasforma in regola. Una cosca, una nassa, un partito, una società, una fratellanza: una Famiglia. Si può finire in questo recinto per nascita, per paura, o per amore. Chi entra contrae un vincolo eterno. I legami diventano indissolubili, i patti infrangibili. Non ci si può sottrarre, non si torna indietro. E’ un’appartenenza selvaggia, di mandria. Chi esce dalla mandria muore. In Sicilia abita un popolo che parla un gergo segreto, accompagnato da ammiccamenti, da gesti con le mani, la testa, gli occhi, le spalle, la pancia, i piedi. Un popolo capace di fare tutto un discorso senza mai aprire bocca. Questo popolo ha un atteggiamento mafioso che non ha niente a che vedere con la mafia. Faccio un esempio: sto percorrendo in auto una stradina a senso unico e di fronte a me arriva un’auto contromano. Mi fermo, ho fretta e suono il clacson.
Aspetto che il conducente indietreggi e, nonostante il mio coraggio, basta un suo sguardo accompagnato da un cenno con la testa per farmi capire che mi conviene fare retromarcia. Non penso che il conducente di quell’auto sia mafioso, anche se lo è il suo atteggiamento. È più facile incontrarlo in un’auto blu nel centro di Roma, il mafioso contemporaneo, nel giusto senso di marcia. La mafia femmina-cagna schifa se stessa e chiede ai suoi figli di rinnegarla. Li allontana da sé per non infangare il loro nome, è una puttana che si vergogna del suo passato. Col sangue di vittime innocenti li ha nutriti, li ha fatti studiare, li ha nobilitati. Ora i figli sono diventati importanti. Ricoprono alte cariche. La cagna dona ai figli l’Italia capovolta e divisa, fatta di “isuliddi c’un fannu capo a nuddu”. In questa nuova cartina geografica, la Sicilia è al nord. La cagna non si preoccupa più di punire la verità, quella che costò la vita a Peppino Impastato, perché è riuscita a delegittimarla questa verità, screditando la magistratura e assuefacendo l’opinione pubblica all’illegalità. In un’isola del nord di un’Italia capovolta c’è una città madrìce, un luogo primario, dove un popolo silenzioso, seduto attorno a una tavola imbandita, si spartisce l’Italia e se la mangia a carne cruda. [Emma Dante]
mar 27, mer 28 febbraio e gio 1 marzo _ Urbino Teatro Sanzio
Teatro Stabile dell'Umbria / Totales Theater International Festival delle Colline Torinesi
STUDIO SU MEDEA
27.02.07 Capitolo I Medea & Giasone 28.02.07 Capitolo II Medea & figli 1.03.07 Capitolo III Medea dea
elaborazione drammaturgia Federico Bellini con Nicole Kehrberger, Michele Andrei regia Antonio Latella musiche Franco Visioli luci Giorgio Cervesi Ripa costumi Rosa Futuro, Tobias Marx movimenti coreografici e regista assistente Rosario Tedesco
Tre tele sporche, caotiche, colori gettati di getto senza una grammatica, una logica, la rottura di una forma, anzi il tentativo utopico della non formalizzazione. Da questo caos è la memoria dei corpi, della carne che prende il sopravvento. La tela uno o capitolo uno, Medea & Giasone, è l’incontro scontro tra questi due corpi e le loro storie, sintesi della vicenda di Medea, del mito Medea, così come ci è stato tramandato. Danza di corpi che si cercano e si annullano nell'altro, in quella memoria che non ci appartiene. Le altre due tele o capitoli vanno a completare il racconto del primo: il corpo della donna amata-amante che si fa corpo madre-corpo matricida; e poi nell'ultimo capitolo il corpo che elimina annulla il sangue, la carne per andare verso l'ascesi e quindi divenire Dea_Me_Dea. Poche parole, nessuna parola: alfabeto che cerca il recupero di una lingua nell'impossibilità della comprensione, anche il detto diventa suono, memoria arcaica, musica. [Antonio Latella]
Studio su Medea: già nel nome che Antonio Latella ha voluto per questa messinscena è contenuta l’esperienza concreta del suo lavoro con il Mito di Medea. Lo studio è iniziato nell’inverno 2004, a Berlino, dapprima solo su un piano speculativo, poi, insieme a Nicole Kehrberger - che aveva collaborato con Latella in Querelle e nell’Orfeo di Monteverdi - la ricerca ha cominciato a prendere corpo. E di pura ricerca si è trattato: negli ultimi due anni, Latella si è dedicato anche alla preparazione e alla messinscena di altre opere, alle quali pensava da tempo (per la Prosa: Edoardo II, da Christopher Marlowe, nel 2004 e La cena de le ceneri, da Giordano Bruno, nel 2005. Per la Lirica: Orfeo di Monteverdi e Orfeo e Euridice di Gluck, entrambi nel 2004. Tosca di Puccini, nel 2005.), mentre, in autonomia, continuava il suo studio su medea, senza ancora porsi obiettivi e scadenze. La forza del gruppo di interpreti e di collaboratori, che Latella negli anni, grazie al suo metodo di lavoro, ha saputo consolidare, ha contribuito non poco all’impresa. In particolare, tutti gli attori e poi: Federico Bellini, curatore, come sempre, della struttura drammaturgica, questa volta in progress; Franco Visioli, che ha ideato e costruito la rete di musiche e suoni, essenziale alla visività plastica dello Studio; Giorgio Cervesi Ripa che ha disegnato le luci. Rosario Tedesco, da sempre uno degli interpreti più assidui degli spettacoli di Latella, questa volta, è stato regista assistente ed ha curato anche i movimenti coreografici dello Studio. Il Teatro Stabile dell'Umbria insieme con il Festival delle Colline Torinesi e con Totales Theater International (la Compagnia di Nicole Kehrberger), si sono uniti per rendere possibile la presentazione di questo spettacolo, inusuale per storia e per forma, alla critica e al pubblico italiani.
STUDIO SU MEDEA, una rappresentazione in tre capitoli: Capitolo I medea & giasone, 65’; Capitolo II medea & figli, 50’; Capitolo III medea dea, 40’.La messinscena mostra i passaggi della ricerca anche nell’articolazione del racconto in tre capitoli e muove dalla fatica dei corpi fino allo scaturire della parola, che Medea mette al mondo. Le funzioni in scena sono quelle archetipiche del Mito: Medea e Giasone (Nicole Kehrberger e Michele Andrei). Medea e i figli (Giuseppe Lanino, Emilio Vacca). Medea Dea. dom 4 marzo _ Pesaro Teatro Rossini
Motus
RUMORE ROSA
di Enrico Casagrande e Daniela Nicolòcon Silvia Calderoni, Nicoletta Fabbri, Emanuela Villagrossie la collaborazione di Dany Greggioillustrazioni Filippo Letizi, visual composing p-bart.com abiti Ennio Capasa per Costume National produzione Motus, Festival delle Colline Torinesi Drodesera>Centrale Fies, L’Arboreto di Mondaino con il supporto tecnico-creativo dell’Istituto Europeo di Design di Milano Ied Moda Lab, Ied Arti Visive e il sostegno di Regione Emilia Romagna, Provincia di Rimini
Una donna matura, una ragazza svampita, una ragazza che non parla e cerca solo di farsi male. Figure femminili in crisi rubate alla cinematografia e alla teatrografia fassbinderiana che nello spettacolo dei Motus, inizialmente ispirato a Le lacrime amare di Petra Von Kant, finiscono per rappresentare “una sorta di catalogo linguaggio comune di tutti i più ricorrenti simboli del camp melodrammatico”. Un male di vivere percepibile ormai solo con artifici scenici, sonorità, parole. E nel rumore dei sentimenti di questo spettacolo tutto femminile, l’equilibrio perfetto delle diverse forme attraversate dal gruppo teatrale riminese: il corpo, il cinema, il fumetto, la scena, il romanzo, la performance, il suono.
Per ora siamo qui. Con tre donne sole. Di tre diverse età. Che possono rassomigliarsi e forse essere la stessa persona. O forse no. Tre donne che parlano-cantano d’amore e d’abbandono. Tre donne che tentano. Nel bianco di una strada ghiacciata, di un salotto minimale, di uno studio di posa, di una camera da letto, di un set cinematografico, di una sala d’aspetto, di una pista da pattinaggio, di un ospedale… nel bianco di un foglio bianco. Tre donne le cui parole sono andate. Vanno a vuoto su disco. Ruotano e si attorcigliano su se stesse. Appaiono e scompaiono. Fra le amare lacrime. Petra non c’è. Karin nemmeno. Non necessarie. Mai state. Restano delle lievi silhouette a ricordarle. E le loro lunghe telefonate. Chiacchiere. C’è solo Marlene che guarda. E ascolta il rumore (rosa) di uno spettacolo dalle curve multiple. Lo immagina su un fondo bianco. Lo disegna. Con il tratto insicuro di chi ancora ha paura del bianco. Ma ci prova. Anche noi ci proviamo. Ancora e ancora. Motus
“…ma i sogni più belli non s’avverano mai…” [da Era d’estate di Sergio Endrigo]
Ci sono un sacco di ragioni per essere pessimisti, ma non considero tali i miei film. Essi si fondano sull'opinione che la rivoluzione non avviene sullo schermo del cinema, ma al di fuori, nel mondo. Quando sullo schermo io mostro alla gente il modo per cui le cose peggiorano, il mio scopo è avvertirli che così andranno le cose, se non cambieranno le loro esistenze.(...) Se un film espone abbastanza chiaramente certi meccanismi così da mostrare come funzionano, allora l'effetto finale non è pessimistico. Rainer Werner Fassbinder
mer 28 marzo _ Urbino Teatro Sanzio
Nuova Scena - Arena del SoleTeatro Stabile di Bologna
IL SORRISO DI DAPHNE
due tempi di Vittorio Franceschicon Vittorio Franceschi, Laura Curino, Laura Gambarinregia Alessandro D'Alatrimusiche Germano Mazzocchetti scene Matteo Soltanto costumi Carolina Olcese luci Paolo Mazzi suono Federica Giuliano regista assistente Gabriele Tesauri assistente alla regia Marla Moffa
Dopo i successi del grande schermo, da I Giardini dell’Eden a Casomai, al recente La febbre, il regista Alessandro D’Alatri è approdato al teatro realizzando un sogno che coltivava da tempo. È così che, dall’incontro con l’attore e autore bolognese Vittorio Franceschi (avvenuto proprio sul set della Febbre), nasce Il sorriso di Daphne, una produzione di Nuova Scena – Arena del Sole - Teatro Stabile di Bologna che ha debuttato nel novembre 2005 e che vede come interpreti, assieme a Franceschi, Laura Curino, una tra le più apprezzate attrici/narratrici del teatro italiano, e il giovane talento Laura Gambarin. «La più classica delle scritture teatrali, con personaggi a tutto tondo che a leggerli sembrano già vivi scenicamente»: è questo il giudizio della giuria che nel 2004 ha attribuito al testo di Franceschi, e al progetto produttivo del Teatro Stabile di Bologna, il Premio “Enrico Maria Salerno” per la Drammaturgia Europea, organizzato dal Centro Studi “Enrico Maria Salerno”. Franceschi parla di questo suo testo come di una commedia tragica che non ha uno, ma tre protagonisti: Vanni (lo stesso Franceschi) è un professore di botanica geniale e stravagante che ha girato il mondo alla ricerca di piante sconosciute; Rosa, interpretata da Laura Curino è la sorella di Vanni e vive con lui nella vecchia casa di famiglia dove è tornata ad abitare dopo essere rimasta vedova; Sibilla, ex allieva che subito dopo la laurea accompagnò Vanni in un viaggio di ricerca in Thailandia, è interpretata da Laura Gambarin. Fra libri di botanica e ricordi di viaggio e d’amore, si assiste al tramonto della vita del burbero studioso. La Daphne del titolo è una pianta, esemplare unico e misterioso proveniente dal Borneo, probabilmente la scoperta più importante di Vanni. Il suo nome deriva da quello della ninfa il cui sorriso sensuale e tenero, ammaliante e enigmatico, e per questo pericoloso, fece innamorare Apollo. «Dietro a ogni sorriso c'è un abisso – racconta Franceschi – e anche la nostra Daphne ne nasconde uno, terribile e salvifico. Il paesaggio dei luoghi evocati nel testo (soprattutto quello della Thailandia) è stato in tempi recenti sconvolto dallo Tsunami. Ne sono stato molto colpito e turbato, perché le forze della natura non hanno violentato solo un Paese reale, ma anche un sogno, che non aveva confini precisi ma era collocato là. Non sono mai stato in quei luoghi e anche per questo quel sogno lo sentivo mio». Uno spettacolo che commuove, ma al tempo stesso riesce a strappare la risata e che ha segnato l’esordio nella regia di Alessandro D’Alatri. «Era tempo – spiega il regista – che desideravo lavorare in teatro. Vedo infatti l'opportunità di collaborazione tra attori e regia con quell'intimità spesso negata dal cinema, grazie alla disponibilità di un preziosissimo tempo dedicato: le prove. Si tratta per me dell'opportunità di uscire dal realismo cinematografico ed entrare nel meraviglioso mondo della rappresentazione, dell'invenzione spazio-temporale, della poetica umana».
sab 31 marzo _ Pesaro Teatro RossiniEmilia Romagna Teatro Fondazione – Teatro Eliseo
BALLATA DEL CARCERE DI READING
di Oscar Wildetraduzione e adattamento Elio De Capitani e Umberto Orsini con Umberto Orsini e Giovanna Mariniregia Elio De Capitani musiche Giovanna Marini luci Robert John Resteghini suono Marco Olivieri
GLI ANTEFATTI Oscar Wilde aveva una relazione con Alfred Douglas, secondogenito ventenne del marchese di Queensberry. Il marchese cercherà in tutti i modi di recuperarlo, strappandolo alla relazione con Wilde, per consegnarlo alla dignità del matrimonio e alla perpetuazione del casato. Ma la coppia è inseparabile: sono sempre insieme ovunque, pranzano e cenano insieme, sotto gli occhi di tutti, vanno a teatro, al music-hall, viaggiano, urtando oltremodo la società e in primo luogo il marchese di Queensberry, il quale provoca Wilde in pubblico accusandolo di “atteggiarsi a sodomita”. Ricordiamo che l’Inghilterra di fine ‘800 puniva quel, peraltro non infrequente, peccato d’amore con la pena di morte. Aizzato da Alfred, Wilde fa causa al marchese per diffamazione. La causa si risolve con un’inversione dei ruoli e l’accusato si farà accusatore. Tutti si aspettano una fuga di Wilde in Francia, ma viene arrestato, non tanto perchè il poeta voglia andare in fondo al proprio destino, ma perchè al momento della partenza rimane bloccato in un albergo per insolvenza, a causa di spese smodate dell’incontenibile Alfred Douglas, miglior alleato involontario dell’odiato padre. Giudicato colpevole, Wilde viene incarcerato a Reading dove scriverà De Profundis, una lunga lettera mai spedita a Alfred Douglas, e La Ballata del carcere di Reading, che verrà pubblicata anonima con la sigla C.3.3., il numero di matricola che Wilde ebbe da carcerato.
L’OPERA La ballata del carcere di Reading narra dell’impiccagione di un giovane detenuto, colpevole di omicidio e delle reazioni dei suoi compagni di pena. L’uomo aveva ucciso la moglie ed era condannato a morire. Le attenzioni che Wilde rivolge alle azioni di massa dei carcerati, sono solo il terribile contorno, il tragico scenario di un movimento ben più intimo che vuole un amore univoco e intimo con il soldato slanciato, giovane e bello. La prima parte della ballata evoca il rituale assurdo e feroce dell’esecuzione seguito da una meditazione, profondamente religiosa, sulla presenza di Cristo.
IL RECITAL ha debuttato lo scorso anno al Festival di Asti e pare pensato su misura per i due interpreti d’eccezione: Umberto Orsini e Giovanna Marini. Lei con la sua chitarra e la sua musica, lui con la sua voce e la parola del poeta. Così uno dei nostri maggiori attori italiani e la signora della ribellione e della musica, si confrontano sui versi di uno dei grandi della letteratura di tutti i tempi, in una testimonianza di dolore, che è al contempo un inno alla bellezza, un atto di amore, ma anche una forte denuncia. La regia “sobria, misurata e intelligente”di Elio De Capitani, è fatta di geometrie, ombre e luci che simboleggiano un viaggio mentale e un cammino profondamente religioso di meditazione sui mali del mondo e sulla redenzione. Questo canto d’amore e di passione, di rabbia e dolore, intreccia con abilità musica e canzoni nella forma della ballata che è lamento poetico ed esistenziale al tempo stesso.
ven 13 aprile _ Fano Teatro della Fortuna
Carte Blanche Centro Nazionale Teatro e Carcere Volterra Volterrateatro Compagnia della Fortezza IL LIBRO DELLA VITA
ideazione e regia Armando Punzo dii e con Mimoun El Barouni costumi Emanuela Dall’Aglio collaborazione artistica Stefano Vaja, Laura Cleri, Pascal Piscina Barnaba Ponchielli, Manuela Capece, Alessandro Marzetti con il sostegno di Ministero per i Beni e le Attività Culturali Comune di Volterra, Regione Toscana, Provincia di Pisa Centro di Formazione Professionale Volterra, Cassa di Risparmio di Volterra Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra
Mentre camminavo nella strada a Volterra avevo incontrato Armando e m’aveva proposto di fare uno spettacolo raccontando la mia vita, ed avevo accettato. (Mimoun El Barouni)
Il Libro della vita è uno spettacolo autobiografico. Mimoun El Barouni è un attore della Compagnia della Fortezza che, guidato da Armando Punzo, decide di raccontare la sua vita, fatta di un mondo berbero, di rabbia, di non riconoscenza, di poesia. Una piece dura e avvincente, piena didolore e di vita. L’incontro nuovo tra il regista ed il suo attore dà vita ad un confronto con frammenti di realtà raccontati da un’individualità che è quella di Mimoum, ma che, forse, può diventare Emblema. La scommessa è quella di partire da un’apparente non teatralità per aprire nuove finestre di conoscenza sul mondo e sulle possibilità di fare teatro. Lo spettacolo affronta temi di grande attualità: immigrazione clandestina, il sogno americano, il viaggio in nave, l'approdo alla realtà, il carcere, attraverso la testimonianza di uno degli attori storici della Compagnia della Fortezza.
Lo sguardo della poesia brucia nell'attualità, o l'attualità si consuma e brucia nella presenza di un corpo di poesia? Questa domanda prende le sembianze di un concreto progetto drammaturgico nel racconto in prima persona di Alì, attore marocchino della Compagnia della Fortezza, racconto intervallato alla scansione di versi e teso alla creazione di una forma della biografia, dove tutto si congiunge: esperienza e sogno dell'esperienza, viaggio e sua immaginazione. Il viaggio nell'inferno del nostro tempo sfida non solo la possibilità dell'essere detto, ma anche il dominio della forma, in questo caso della forma di una drammaturgia ridotta veramente all'osso: Un tavolino, una sedia, un quaderno davanti e un uomo che parla. Parla di sé, della sua famiglia lasciata, dell'impegno politico e intellettuale, del carcere, e dà vita a questa forma della biografia sulla scena. Il teatro dell'autobiografia prende il monologo e lo sdoppia di personaggi:il padre , la madre, i ragazzi del popolo, che si alternano felicemente nell'unica voce recitante, screziandola di toni, registri, in felice alternanza: secca e densa insieme. Ombre della propria vita che emergono e prestano le proprie voci a quella, unica e multipla insieme, del protagonista.. La riflessione ostinata sul teatro, il suo senso, continua e diventa testimonianza di uno degli attori della compagnia della Fortezza. Non forma "della" vita, ma forma "nella" vita, dentro di essa, immanente ai suoi stridori. Biografia drammaturgica o dramma di un'autobiografia: lo sbocco necessario di un teatro che possa un giorno fare a meno anche del teatro. È forse un sogno estremo in cui credere con il regista di questo spettacolo Armando Punzo. (Giacomo Trinci)
mer 18 e gio 19 aprile _ Urbino Museo della Città
Tommaso Ragno legge
Il grande inquisitore
da I fratelli Karamazov di Fëodor Dostoevskij
Protagonista a teatro con maestri della scena come Carlo Cecchi, Luca Ronconi, Massimo Castri e Giorgio Strehler, Tommaso Ragno propone in forma di lettura Il Grande Inquisitore, vertiginoso episodio tratto da I fratelli Karamazov di Dostoevskij. Con la sola forza della parola, l’attore dà vita ad un personaggio grandioso e tremendo in un lucido, terribile monologo. Una lettura di estremo nitore e intensità emotiva dedicata ad una delle pagine più belle della letteratura di tutti i tempi. Inchiodato alla parola, lo spettatore è come spinto alla ricerca del grado zero del teatro: uno spazio «pericoloso» in cui l'attore deve battersi in un vero e proprio corpo a corpo con l'autore e perfino con se stesso.
Parte del grande flusso narrativo dei Fratelli Karamazov, l’episodio de Il Grande Inquisitore si pone anche come frammento dotato di autonomia. Al centro di esso la leggenda di Cristo - che si immagina ritorni tra gli uomini - e dell'inquisitore che lo condanna come eretico. Il Grande Inquisitore, utilizzando il suo potere e la sua autorità, con la condanna di Cristo impedisce che il genere umano - disponendo del libero arbitrio e professando l'amore come legge di vita - possa perdersi. Infatti, impedendo la libertà e l'amore, ha garantito agli uomini la tranquillità e la salvezza, perché essi non sono pronti ad affrontare il peso della libertà; se Cristo potesse avere l'opportunità di riprendere la sua missione provocherebbe invece la loro distruzione.
Il fascino del testo ha destato
l’interesse di alcuni tra i maggiori maestri della scena
europea, da Luca Ronconi a Patrice Chéreau, fino a Peter Brook,
che acutamente ha notato come «in un’epoca in cui le dicotomie
che hanno retto il mondo per mezzo secolo si sono dileguate
forse l’atteggiamento migliore è quello espresso dal Cristo di
Dostoevskij, basato sull’azione, l’esperienza diretta, non la
discussione. E l’esperienza diretta è proprio ciò che il
teatro può offrire». ven 11 maggio _ Pesaro Teatro Rossini Teatrino Clandestino
OSSIGENO
di Ivan Vyrypaev traduzione |