Stagione teatrale aprile 2006

 

KATAKLÒ ATHLETIC DANCE THEATRE
LIVINGSTON
musiche di Andrea Pozzoli
coreografie di Giulia Staccioli
regia di Giulia Staccioli e Andrea Pozzoli


I Kataklò nascono nel 1996 da un’intuizione di Giulia Staccioli, fondatrice e coreografa della compagnia. Giulia e’ convinta che atleti giunti alla fine della carriera agonistica, possano ancora trasmettere le stesse sensazioni e suggestioni della ginnastica in un ambito solo apparentemente dissimile: la danza.
Prende così forma una compagnia unica nel suo genere.
Nessun nome sembra più azzeccato di Kataklò che viene dal greco e significa “Io ballo piegandomi e contorcendomi”, capace di riunire e insieme superare i due concetti su cui si fonda: la danza e la preparazione atletica della ginnastica. Cambia la location, dalle pedane alle tavole di un palcoscenico.
Cambia il pubblico, dalle seggioline di plastica ai velluti dei teatri. Non mutano invece le emozioni che questi atleti-ballerini riescono a comunicare. Il ballo di Kataklo’ e’ insieme delicatezza e potenza.
Il mezzo attraverso il quale si raggiunge questo risultato, e’ quasi un’alchimia.
Le coreografie vengono plasmate direttamente sui fisici e sulle peculiarità dei singoli. Non e’ tutto.
Giulia ha il talento non solo di esaltare la caratteristiche già presenti nei ballerini, ma anche di scorgere caratteristiche che nessuno di loro supponeva di possedere. L’effetto e’ spesso sorprendente.
Il gesto e la potenza fisica si trasformano in figure. Le figure, per l’armonia con cui vengono eseguite, sembrano lievi, prive di sforzo, naturali e immediate.
Le forme realizzate dai singoli ballerini si compongono infine in un quadro coreografico d’insieme.
L’armonia del risultato sottolinea il punto di forza di questa compagnia: l’essere prima di tutto una squadra.

Livingston è il quarto spettacolo realizzato da Kataklò.
Già nella fase della creazione, il lavoro presenta una caratteristica di assoluta novità.
Si tratta infatti della prima opera non interamente ed esclusivamente concepita dalla compagnia, ma realizzata in collaborazione con Andrea Pozzoli che ha ideato il progetto, ne ha curato la drammaturgia e composto le musiche originali. Dal punto di vista strutturale Livingston può essere definito come l’ideale evoluzione di Up, il precedente lavoro di Kataklo’, condividendone il processo descrittivo che si svolge per quadri. Livingston infatti è articolato in tredici quadri e un epilogo, ognuno dei quali dettaglia e interpreta lo sviluppo dell’azione.
Il tratto di completa innovazione e’ invece riscontrabile nella natura narrativa dello spettacolo.
In Livingston esiste un unico filo narrativo che percorre longitudinalmente l’intero spettacolo.
Ogni quadro e’ conseguenza di quello che lo precede e causa di quello che lo segue, nel segno di una totale interdipendenza e di una volontaria rinuncia a una lettura incondizionata del particolare in favore di una visione corale dell’opera.
Livingston inizia con una voce maschile che recita un testo tratto dalla commedia “Gli uccelli” di Aristofane. La citazione sembra tracciare un’apparente dicotomia tra la natura umana e la stirpe degli uccelli. La prima viene definita come oscura, debole, effimera, vana, infelice, incapace di volare.
In ossequio alla mitologia classica invece la stirpe degli uccelli viene descritta come immortale, eterna, come la razza primigenia la cui origine risulta precedente persino alla nascita degli dei.
Una razza più vicina al cielo, quantomeno per il fatto di abitarlo e percorrerlo in volo.
Non e’ un caso che il protagonista di Livingston sia un gabbiano. Allontanarsi dallo stormo di origine; conseguire la propria indipendenza; riunirsi ad un nuovo e più evoluto gruppo di gabbiani; aiutare Alaspezzata, una sua simile in difficoltà; incontrare il Light Bird, il grande saggio; condividere l’illuminazione finale, il dono della luce, coi compagni: sono queste le tappe fondamentali del percorso tracciato dal racconto. Sono anche le tappe di una metafora di evoluzione.
Che il fine sia il raggiungimento del supremo, la consapevolezza del sé, il superamento di una prova fisica, un traguardo intellettuale, non pare determinante. Livingston sembra sottolineare l’importanza della ricerca evolutiva in quanto tale. E’ proprio in questo concetto che si realizza il superamento della dicotomia iniziale. “Sono certo che non può esistere un orizzonte senza una conquista” è la prima strofa del brano “Oltre i limiti”, che chiude lo spettacolo. E’ un messaggio universale. La natura della stirpe degli uccelli differisce da quella dell’uomo solo per caratteristiche fisiche, non certamente per le potenzialità o la missione. La ricerca del gabbiano non e’ perciò preclusa all’avventura umana.
Al contrario, ne diventa il simbolo, l’archetipo.

3 aprile _ Fermo, Teatro dell’Aquila (info: 0734 223412 –www.amat.marche.it)

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Enry B. Produzioni
A BRIGLIA SCIOLTA
di e con Enrico Brignano


Una divertente cavalcata nei sentieri dell’ironia. Brignano: cavallo di razza, destriero e destrezza, maestro nel correre più veloce dell’attimo che fugge, inseguirlo, acciuffarlo e riderci su. A briglia sciolta, uno spettacolo allegro, ma soprattutto ‘onesto’ dove lo sforzo per evitare i trabocchetti del già visto, del già sentito, diventa rispetto per l’intelligenza di chi osserva. Una carrellata sui vizi, difetti, ansie, insicurezze dell’essere umano. Una visione a tutto tondo, presente e passato, ricordi e speranze. Brignano non si innamora della cronaca spicciola del tena del momento, che ammuffisce dopo un giorno, non si fa coinvolgere dalle mode. Dalla paura di non essere ‘aggiornato’. Guarda, osserva con la lente dell’ironia, tenero e dissacrante; riflette ad alta voce, dà corpo ai ricordi d’infanzia che rimangono dentro ognuno di noi, con il gusto della teatralità, col divertente rigore dell’attore che ti coinvolge nel suo gioco, nella sua attenta analisi della nostra confuzione esistenziale, senza mai rcorrere alla facile risata che scaturisce dalla volgarità. A briglia sciolta… uno spettacolo divertente dove non ci sono temi vietati, coperchi che non si devono aprire, ma voglia di divertire a 360 gradi. Cavalcare il suo ruolo di comico senza costrizioni… a briglia sciolta.

3 aprile _ Civitanova Marche, Teatro Rossini (info: 0733 812936 – www.teatridicivitanova.com)

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Teatro Moderno - Europa Duemila - Teatro Stabile del Veneto
LA LOCANDIERA
di Carlo Goldoni
con Mascia Musy
regia Giancarlo Cobelli


La locandiera è una delle più significative opere di Goldoni: un vivace ritratto sociale, un affondo nel realismo, nell’umanità confusa da ambizioni e frustrazioni che agisce in una società già profondamente commerciale, in cui il ‘dio denaro’ comincia ad imporre le proprie regole, a dettare distanze e nuove classi sociali. Mirandolina, la locandiera del titolo, ne è la protagonista. Una donna, ma soprattutto una sorta di proto-imprenditrice, tanto da poter parlare di un sentore di femminismo ante litteram.
La locandiera è sempre stata un banco di prova per registi capaci di leggere in filigrana un’opera che non finisce mai di affascinare. Come è il maestro Giancarlo Cobelli, artista eclettico che ha attraversato gli ultimi cinquant’anni dello spettacolo italiano segnalandosi al pubblico e alla critica per il gusto graffiante e parodistico, sovrapponendo la smorfia al sorriso disincantato e talvolta grottesco. La lettura di Cobelli diffida dei toni leggeri della commedia per indagare proprio i grandi cambiamenti sociali, in un passaggio di secolo segnato dalla Rivoluzione Francese e dai primi scontri di classe e di sesso. Ne esce una nuova Mirandolina: donna aperta al cambiamento, sorta di manager che rifiuta duramente pizzi e nobiltà settecentesche. Scrive il regista: “Come la Rivoluzione francese ha traghettato il vecchio mondo verso un rinnovamento, così Mirandolina, futura incarnazione di una intraprendente donna d’affari, spalanca la finestra al nuovo secolo e ne scaraventa fuori merletti, parrucche, jabeaux, tricorni e bautte, reperti di un Settecento in agonia”.

4 e 5 aprile _ Urbino, Teatro Sanzio (info: 0722 2281 – www.amat.marche.it)

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Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi
PENTESILEA
con Lara Guidetti, Matteo Graziano
coreografia Lara Guidetti
drammaturgia Sarah Chiarcos
regia, scene, luci Fabio Cherstich


Un rito tra teatro e danza, intriso di silenzi e radicali inquietudini. Il lavoro prende spunto dall’omonima opera di Heinrich von Kleist per fare della protagonista, assassina per amore, una figura ambigua per la compresenza nelle sue azioni di amore e odio, maschile e femminile, istinto e sentimento, masochismo e sadismo. Ne sono artefici giovani artisti ancora a ‘scuola’ di teatro, per un’ospitalità nel segno del confronto tra esperienze di formazione nell’ambito dello spettacolo dal vivo.

Pentesilea e Achille: l’amante e l’amato. Una donna che uccide a morsi l’uomo che ama e presa coscienza del suo gesto ne ribadisce la legittimità come atto d’amore supremo, come estrema e definitiva soddisfazione dell’istinto passionale di compenetrazione.
La studio si articola in frammenti di un a solo di Achille e di un a solo di Pentesilea - con presenza di Achille - che convergono in un passo a due.
Da un lato Pentesilea, ovvero la rappresentazione delle immagini che assediano la sua mente dopo l’uccisione dell’amato; dall’altra Achille e la sua natura mitologica, il suo essere nome e simbolo prima ancora che corpo o presenza reale.
Il corpo dei due danzatori in scena è lo strumento unico attraverso cui le visioni di Pentesilea si concretizzano.
Il movimento è contenuto all’interno di uno spazio vivo: gli oggetti diventano segni di presenze e la struttura architettonica interagisce rispetto a ciò che accade in scena, diventando talvolta causa, talvolta effetto dell’agito.
Il progetto prende spunto dall’ottocentesca Pentesilea di H. V. Kleist, in cui il celebre drammaturgo tedesco presenta la regina delle amazzoni secondo una personale e inedita ritrattazione del mito: una figura moderna nella sua instabilità; ambigua per la compresenza nella sua mente e nelle sue azioni di amore e odio, maschile e femminile, istinto e sentimento, masochismo e sadismo; un personaggio che si configura come trasgressione sessuale e culturale attraverso l’infrazione delle regole e dei divieti che reggono l’ordine dell’ esistenza e della morte.

La prima fase del progetto, Tafantasmata (in greco Le visioni), è stata presentata a luglio 2005 come saggio individuale alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi. Lavoro anomalo e innovativo all’interno della scuola per essere nato dalla collaborazione di una danzatrice (Lara Guidetti), un regista (Fabio Cherstich) e un drammaturgo (Federico Perrone), lo spettacolo si componeva unicamente di uno studio dell’assolo di Pentesilea.

6 aprile _ Urbino, Teatro Sanzio (info: 0722 2281 – www.centoteatri.com/teatroltre/06.htm)

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IÑAKI URLEZAGA & BALLET CONCIERTO
DON CHISCIOTTE
coreografia di Marius Petipa e Aleksandr Gorski
adattamento coreografico di Lilian Giovine e Iñaki Urlezaga
musica di Ludwig Minkus


Don Chisciotte è uno dei più amati titoli del balletto classico, qui presentato in una versione coreografica tradizionale che si rifà al capolavoro di Marius Petipa; versione completa ma snellita per renderla più gradevole al pubblico di oggi. Del tutto fedeli al classico di Petipa sono, infatti, i brani più celebri di questo balletto, la variazione di Kitri del primo atto, il duetto con Basilio, la variazione di lui, le Seguidillas, gli Amici con le loro variazioni, i Toreri e la scena della “danzatrice di strada”, lo squisito atto del Sogno, il brillante Grand Pas del terzo atto e il finale festoso con l’intera compagnia.
Un vero classico, sempre amato dal grande pubblico per la sua vivacità ma ricco di autentiche bellezze coreografiche.

Della generazione artistica successiva a Julio Bocca e a Maximiliano Guerra, Iñaki Urlezaga si è imposto nel mondo come il nuovo astro argentino del balletto, virtuoso e brillante come i suoi predecessori. Dotato di una prestante figura scenica da “danseur noble”, Urlezaga esibisce al tempo stesso una tecnica classica spettacolare, presentandosi come uno dei danzatori più completi nel panorama della danza maschile di oggi.
Dopo una brillante carriera prima al Teatro Colón di Buenos Aires e successivamente al Royal Ballet di Londra, dove è stato invitato da Antony Dowell nel 1995, Iñaki Urlezaga ha fondato poi
una sua propria compagnia in Argentina con la quale ha rimontato titoli di repertorio del balletto classico.

La compagnia Ballet Concierto, diretta da Esmeralda Aguglia e Lilian Giovine, è stata pensata e fondata da Iñaki Urlezaga nel 1998. È formata da ballerini professionisti, provenienti per lo più dalla famosa scuola del Teatro Colón e giovani talenti cresciuti in seno alla compagnia stessa. Dall’anno di creazione in poi la compagnia, con Iñaki Urlezaga come primo ballerino (insieme a Roberta Marquez, pure étoile del Royal Ballet), si è esibita in molti spettacoli e tournées in Argentina e fuori. La compagnia ha inoltre partecipato a numerosi festivals internazionali. Nel 1999, al suo primo Tour, la compagnia ha vinto il premio “Estrella de Mar” per la miglior performance di balletto.

Dopo aver visto l’interpretazione di Barishnikov nel Don Chisciotte, ho pensato che non sarebbe più stato possibile provare quel determinato tipo di piacere guardando uno spettacolo….Mi sbagliavo e questo mi ha reso davvero felice. Iñaki Urlezaga ha trascinato l’intero pubblico al Teatro Camoes con il suo Don Quixote…sorprende coi suoi salti, con le sue infinite pirouettes e con quella fantastica sequenza di doppie pirouettes e tours en l’air che solamente lui è capace di fare. Iñaki Urlezaga è uno spirito privilegiato del mondo della danza... [Marie Claire Hillant]

7 aprile _ Civitanova Marche, Teatro Rossini (info: 0733 812936 – www.civitanovadanza.it)

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Carte Blanche Volterra Teatro – Compagnia della Fortezza
I PESCECANI
ovvero cosa resta di Bertolt Brecht
testo e regia di Armando Punzo
musiche originali dal vivo di Ceramiche Lineari
con i detenuti attori della compagnia della Fortezza di Volterra
e con Stefano Cenci e con la partecipazione della Banda Città di Jesi


I Pescecani, ovvero quello che resta di Bertolt Brecht, è un delirante grido di denuncia contro la folle malattia che sta contagiando il mondo. Ingiustizie, prevaricazioni, arroganza e soprattutto sete di denaro e potere sono tipiche dei pescecani, che stanno oramai divorando tutto.
Quello proposto dalla compagnia, interamente composta dai detenuti del carcere di Volterra, è un cabaret espressionista in cui domina la musica eseguita dal vivo insieme alla banda cittadina. Un cabaret allegro e coinvolgente, provocatorio e ferocemente critico la cui potenza espressiva è stata premiata nel 2004 con ben due premi Ubu (“miglior spettacolo” e “miglior regia”) e con quello altrettanto prestigioso dell’Associazione Nazionale della Critica.

da Note ai margini:
Al teatro che mi obbliga la vita voglio opporre il Teatro che mi piace
(…)
L'arte, molte volte, non c’entra nulla con gli artisti
(…)
Brecht va tradito| Dal tradimento della forma può rinascere la vita
Non ci si può fermare al senso, alle parole, alla forma della sua drammaturgia.
Bisogna risalire alle motivazioni che si possono intuire dietro la forma del testo.
Bisogna riscrivere con fedeltà.
Esser fedeli tradendolo.
Del testo cancellare i legami, le corrispondenze, la successione, dilatare una parola, accordarsi con il suono, stemperare un' immagine, far emergere un particolare.
Non ci si sforza di essere attuali, lo si è.
Pane e acqua per tutti.
Il tempo verrà e mi darà ragione, ma io non ci sarò.
Sarò sottratto,almeno, al compiacimento.

Armando Punzo Volterra, 14 novembre 2002

sabato 8 aprile _ Jesi, Teatro Pergolesi (info: 0731 206888 – www.amat.marche.it)
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Politeama Brancaccio – Francesco Bellomo
LIOLÀ
di Luigi Pirandello
con Gianfranco Jannuzzo e Manuela Arcuri
regia di Gigi Proietti


Questa commedia d’ambiente siciliano narra di un dongiovanni campagnolo che, con il suo comportamento, mette allegramente a soqquadro il microcosmo in cui vive. Egli è immune dalla brama di benessere materiale che assilla la società dell’epoca. Una società di tipo verghiano per gli interessi da cui è dominata, nonché per la corale partecipazione agli avvenimenti.
Ma tutta pirandelliana è la conclusione che balena con chiarezza; il trasgressore delle regole è l’unico veramente buono e generoso, gli altri sono interessati, egoisti e gretti.
Tuzza, incinta di Liolà suggerisce allo Zio Simone di attribuirsi la paternità del figlio che ha in grembo, mettendo così a tacere le male lingue. In questo modo Tuzza pensa di assicurarsi l’avvenire e di vendicarsi non solo di Liolà ma anche di Mita che ha sposato il vecchio benestante, creandosi una posizione alla quale lei stessa aspirava. Il piano è ben congegnato, la povera Mita è malmenata e cacciata di casa dal marito. Ma interviene Liolà che la salva, mettendola incinta, di modo che il vecchio Zio Simone se la riprende in casa, preferendo questa paternità a quella illegale procuratagli dalla Tuzza.
Senza rendersene conto un senso di giustizia lo spinge a ristabilire la situazione a favore di chi era stata danneggiata ingiustamente, e contro chi ha usato la malizia e la frode.
Proprio in questa inconsapevole innocenza è la sua gioia di vivere.

11 e 12 aprile _ Civitanova Marche, Teatro Rossini (info: 0733 812936 – www.amat.marche.it)

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Nuovo Teatro Nuovo - Mercadante - Teatro Stabile di Napoliin collaborazione con Città di Urbino/Teatro Sanzio e Amat
LE INTELLETTUALI
di Jean-Baptiste Poquelin Molière
con Salvatore Caruso, Beatrice Ciampaglia, Arturo Cirillo
Michelangelo Dalisi, Rosario Giglio, Giovanni Ludeno, Monica Piseddu
Antonella Romano, Sabrina Scuccimarra
regia di Arturo Cirillo


Dove sta Molière ne Le intellettuali? Per quale partito tifa? Io credo per nessuno, perché in questo testo sono tutti sufficientemente indifendibili. Sia chi dichiara una presunta ragione del cuore, sia chi professa una supremazia della ragione. Si ha il sospetto che nessuno sia in buona fede, che nessuno dica veramente ciò che vuole. Una ipocrisia generale in cui colui che sembra esserlo di meno magari è il più ipocrita di tutti. Certo che sia la cultura che le ragioni del sentimento qui sembrano tutte finalizzate ad una acquisizione di sempre maggiore potere. Un testo ad alto tasso di conflittualità, anche se tutto a parole, un logorroico salotto televisivo, un'aria fritta alla millesima potenza, un chiacchiericcio vacuo ma formalmente ineccepibile. Uno dei problemi in cui ci dibattiamo nel fare teatro in questo paese è che lingua usare sulla scena (sarà un caso che la nostra migliore drammaturgia contemporanea è imperniata quasi tutta su una forte origine dialettale?).
Io qui per questo testo ho la fortuna di avere una bellissima traduzione di Cesare Garboli, che oltre ad avere un ritmo già molto preciso nella sua struttura ha anche il grande merito di usare un italiano che ci riporta continuamente al nostro presente. Non amo le attualizzazioni, perché in fondo mi sembrano più delle gabbie che non delle aperture a nuovi sensi, ma credo molto nella contaminazione tra un passato ed un presente. Mi immagino parrucche che volano, paraventi fatti di specchi deformanti, corpi compressi e repressi in bustini seicenteschi, canzonette per clavicembalo e musica colta per chitarra elettrica, un’opulenza pacchiana, una recitazione continuamente tendente al delirio e al visionario, una tronfia abbuffata finale in cui l'ordine perbenista trionfa su tutto e tutti. Perché Le intellettuali mi appare come la più dissennata apologia del potere, in cui destra o sinistra, aristocratici o popolari, rozzi o snob, ricchi o poveri, tutti siamo ugualmente in fila per il nostro meschino posto al sole. Arturo Cirillo


12 aprile _ Fermo, Teatro dell’Aquila (info: 0734 284295 – www.amat.marche.it)

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Compagnia Laboratorio di Pontedera
ASPETTANDO GODOT
di Samuel Beckett
con Luisa Pasello, Silvia Pasello, Savino Paparella, Tazio Torrini
regia Roberto Bacci


Aspettando Godot è una trappola perfetta: dà l’illusione del movimento e torna sempre alla posizione iniziale. Al centro delle cronache non solo teatrali per l’aspra querelle con gli eredi di Beckett (che volevano impedirne la messinscena a causa della scelta di due interpreti femminili per i ruoli dei protagonisti), questo nuovo allestimento – che coincide con il centenario della nascita dell’autore - si gioca tutto, nella fedeltà alla scrittura originale, sui tanti interrogativi senza risposta che il testo ogni volta propone.

Il tema dell’attesa (qui parliamo dell’attesa beckettiana) segue i temi già incontrati nei tre spettacoli precedenti della Compagnia Laboratorio, tutti e tre ispirati da grandi romanzi della letteratura mondiale. Nel primo, Oblomov, dall’omonimo romanzo di Ivan Gonciarov, la sfinge dello spettacolo era racchiusa in una piccola frase “quando ci si sveglia si è morti”. Nel secondo lavoro Ciò che resta, ispirato a La Montagna Incantata di Thomas Mann, il tema si nascondeva nel titolo stesso pensando a “ciò che resta da ora alla morte”. Nella terza opera, nata da L’Idiota di F. Dostoevskij, Il Raglio dell’asino, fisarmonica del dolore secondo i versi del poeta Sandro Penna, il titolo ci richiamava alla possibile esistenza di un essere “assolutamente buono” simile ad un asino/Cristo.
Tutti e tre gli spettacoli interrogano i relativi romanzi di origine, non solo per i temi espliciti o nascosti che essi racchiudono, ma anche per la forma che il teatro, nella sua autonomia, deve ricercare per poter reagire e rendersi autonomo dalla scrittura letteraria. Sono stati per noi anni di intenso lavoro e di vere e proprie scoperte sia per l’arte dell’attore, sia per la composizione scenica e drammaturgica da reinventare ogni volta dal nulla. Oggi, messa momentaneamente da parte questa fase, abbiamo deciso di chiudere il cerchio rivolgendoci ad un classico della letteratura teatrale: Aspettando Godot di Samuel Beckett. Questa volta tutto sembra già scritto, tutto sembra già indicato fino nei minimi dettagli. Lo spartito è lì sul pianoforte, non resta che eseguirlo. Ma qui sta la trappola e la sfida si fa veramente difficile.

Nel 1984 il Teatro di Pontedera ha prodotto la tournée italiana del progetto Beckett directs Beckett, ovvero la trilogia Aspettando Godot, Finale di Partita e L’Ultimo nastro di Krapp, con la supervisione di Samuel Beckett stesso nell’interpretazione del S. Quentin Drama Workshop, diretto dall’ex ergastolano e amico di Beckett, Rick Cluchey. Il contatto fisico con quell’esperienza era stato per noi fondamentale per percepire “dal vivo” il tipo di lavoro che lo stesso Beckett intendeva si realizzasse nella messa in scena delle sue opere, soprattutto per ciò che riguardava la libertà possibile all’interno di una macchina drammaturgica assolutamente precisa e “musicale”. Così, quando Aspettando Godot è diventato il fantasma a cui dare corpo, la scelta di come lavorare per la sua messa in scena non poteva che essere quella della fedeltà alla scrittura originale, trovando tuttavia i necessari tradimenti per dialogare con il testo. Si è aperto così un mondo nuovo in cui vivono antiche domande. Chi sia Godot o che cosa significhi l’attesa sono alcune di queste. Lo spettacolo potrà fare da ponte verso possibili risposte anche se non c’è una vera speranza che ci riscatti dall’assurdità della nostra esistenza. Ogni possibile conclusione sta alla nostra coscienza individuale.
Purtroppo, nel 2006, saranno 100 anni da che Samuel Beckett è nato e devo confessare che mi è sembrato uno scherzo del destino quando, una volta che ho deciso di mettere in scena Aspettando Godot, me lo hanno fatto notare. Era ormai troppo tardi per tornare indietro. Pazienza, saremo in buona ed abbondante compagnia: tanti artisti in attesa di tanti Godot. Allora, 100 di questi Godot, Signor Beckett! Roberto Bacci

19 aprile _ Pesaro Teatro Rossini (info: 0721 387620/1 _ www.centoteatri.com/teatroltre/06.htm)

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Società per Attori
LA FORZA DELL’ABITUDINE
di Thomas Bernhard
con Alessandro Gassman
Paolo Fosso, Sergio Meogrossi
e gli artisti del Circo Colombaioni
regia di Alessandro Gassman


L'unica possibilità vitale nella lotta per sopravvivere è l'arte come forza dell'abitudine, ci dice Thomas Bernhard. In questa rilettura del testo, Alessandro Gassman profonde una grande energia connotandolo come un giocoso, intenso e divertente apologo.
Il lavoro quotidiano maniacale per raggiungere la perfezione viene preteso dal patron del circo come abitudine quotidiana, come forza dell'abitudine. I suoi circensi, il giocoliere, il domatore, la ballerina, il nano buffone, sono costretti a una impossibile ricerca della esemplare esecuzione del quintetto de La trota di Franz Schubert. Sforzo improbabile, inutile, che non porterà mai a un risultato perché la vita stessa di girovaghi che conducono, costellata di incidenti, dissapori, inquietudini, non lo può permettere. L'unico a non arrendersi sarà proprio il patron del circo, convinto che fuori dalla perfezione non c'è vita. E così ogni giorno un'altra città, un altro pubblico, un altro inutile tentativo di raggiungere la compiutezza nell'arte.

La forza dell'abitudine è, come tutti i testi di Bernhard, una meravigliosa metafora della vita e dell'incapacità degli artisti a veder realizzata compiutamente la propria arte. Un'utopia che il nostro protagonista, il direttore Caribaldi, da anni non solo anela di raggiungere ma che tenta di imporre ai propri squinternati "subalterni".
La comicità assurda che scaturisce dal gruppo di circensi descritti dall'autore, coinvolge inevitabilmente tutti noi: chi di noi non ha, almeno una volta nella vita, desiderato di raggiungere nell'arte, nel lavoro, mete più alte di quelle che prevedibilmente si era prefissato? Il raggiungimento della perfezione, senza compromessi, senza interruzioni, senza volgarità?
Il mestiere dell'attore è curioso. Col passare del tempo, con l'accumularsi delle esperienze, può succedere, come è successo al sottoscritto, di cominciare a vedere i propri limiti, a non accettare più le proprie incapacità, a divenire curiosi del lavoro degli altri attori, a sentire forte la necessità di partecipare in altra maniera alla creazione di uno spettacolo. Quando a tutto ciò aggiungiamo l'amore, più che decennale, per una autore come Bernhard, il passo verso la regia diventa quasi una necessità.
Il Circo, la cui arte è in via d'estinzione, dona all'autore e al regista infinite possibilità per far arrivare allo spettatore, divertendo, il senso di impotenza che noi, artigiani dello spettacolo, proviamo di fronte all'avanzare della volgarità, della sordità, dell'appiattimento culturale favorito dai moderni mezzi di comunicazione.
Il mio semplice intendimento sarà quello di far emergere la straordinaria capacità di Bernhard nel descrivere tutti noi, attraverso le ridicole e tenere imprese del direttore Caribaldi, del giocoliere, del domatore, della ballerina sul filo e del buffone.
Il comico tentativo dei nostri eroi di suonare tutte le sere, dopo lo spettacolo, il quintetto de La trota di Schubert, l'incapacità tecnica e psicologica che li attanaglia, l'incomprensione per l'importanza della "missione", scatena nel direttore una rabbia crescente. La sua maniacale ansia di perfezione e lo sgomento di non riuscire nel suo intento, ne fanno un protagonista esilarante, a volte tirannico (nel quale onestamente mi riconosco, condividendone, ahimé, ansie e paure), al quale forse dovremmo tutti volere un po' bene…
Buon divertimento.
Alessandro Gassman

giovedì 27 aprile _ Maiolati, Teatro Spontini (info: 0731 206888 – www.amat.marche.it)

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Marisa Srl
LE DUE ZITTELLE
liberamente tratto dal racconto di Tommaso Landolfi
diretto ed interpretato da Anna Marchesini


Benvenuto Tommaso Landolfi! Ma dove era nascosto questo scrittore così intelligente, illuminato di 'gotica' sensibilità, epperò di tale bonaria ironia, inzuppata del gusto 'antico' per le storie, le atmosfere e le vite al sapore di vinsanto, sorseggiato nel salotto buono di un angusto appartamento sprofondato nella più tetra e muffosa provincia italiana, dove le smanie le dicerie gli scandali del quartiere aggiungono cucchiaini di zucchero ai caffè, girati all’infinito; infinito passato di esistenze su cui sembra essersi depositata un’impalpabile polverina grigia, come le case disabitate cui non si sia provveduto all’uopo, a proteggerne gli arredi.
Eppure da questo originale ‘incubo’ implacabile, emergono sbandando come chiocche dopo la cova: la Lilla, la Nena due sorelle, due zittelle, la Bellonia irresistibile fantesca nata nel paese laggiù, Donna Marietta dispotica madre naturalmente coi baffi, naturalmente malata ma poi come!!?! Eppoi Tombo una scimia ‘blasfema’ che fastidia le moniche, che chiamano le due zittelle, che chiamano i preti, che chiamano la follia dove i tappi del vinsanto crepano, la folgore del peccato sconquassa le coscienze devote, spampanate e sciattate, trascinate penzoloni su e giù, nell’avanti e indietro per le stanze, colle fettucce delle mutande pendenti, che di far toletta non è più il caso! E infine, il castigo; che chiama per fortuna un finale perché.."signori vedete dunque a che siamo giunti e avanti così chissà dove andremo a finire". Ho sposato un altro monologo, sempre più difficile e senza rete, sempre più imbottito, ciarliero, chiassoso sfrenato polifonico e zoologico, con cui oltre che ridere, io una trina e multipla spero di raccontare un luogo un tempo che alcuni di noi possono ricordare, altri non hanno mai conosciuto. Anna Marchesini
29 e 30 aprile _ Jesi, Teatro Pergolesi (info: 0731 206888 – www.amat.marche.it)
 

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