Appuntamenti febbraio 2007

 

Elsinor

MISURA PER MISURA

di William Shakespeare

con Gabriele Parrillo, Giovanni Franzoni, Cristina Spina

Stefano Braschi, Andrea Soffiantini, Alessandro Quattro

Fausto Caroli, Fatima Martins, Elisa Lucarelli

Emiliano Camporesi, Alberto Bartolini

regia di Fabio Sonzogni

 

Misura per misura è il secondo appuntamento di “Scuola di platea”, il progetto di introduzione al teatro per gli studenti degli istituti superiori di Fermo promosso da Comune di Fermo / Assessorato alla Cultura in collaborazione con Amat.

Il progetto, indirizzato agli studenti del Liceo Scentifico T. C. Onesti e dell’Istituto d’Arte di Fermo, è finalizzato a formare i ragazzi alla cultura teatrale grazie all’ospitalità offerta a compagnie di rilievo nazionale all’interno della stagione del Teatro dell’Aquila promossa da Comune e Amat.

Il lavoro su ogni spettacolo si articolerà in tre momenti: un seminario preliminare che vuole essere un momento propedeutico, la visione dello spettacolo e un incontro con la compagnia dopo lo spettacolo.

 

Scritta nel 1604, Misura per misura può essere definita dramma problematico, dark comedy o commedia oscura. Pervaso da contraddittorie pulsioni, Misura per misura è un gioco del teatro che fa da specchio ad un mondo senza certezze e in cerca di un nuovo significato per la giustizia, l’autorità, la morale, la pietà e la dignità umana.

Ambiguo è il protagonista, il duca Vincenzo, il duca stravagante dagli angoli oscuri, maestro della rappresentazione, che lascia temporaneamente la carica al virtuoso Angelo per poi osservare e controllare dall’esterno, nei panni di un frate, lo spettacolo crudele di un esercizio del potere torbido e ipocrita. La vicenda si svolge al cospetto di una presenza-assenza, quella del duca Vincenzo, che, attore-regista, ordisce la trama e gli sviluppi dell’azione in qualità di giudice supremo e divina provvidenza. E tragicamente ambiguo è Angelo, il despota puritano inflessibile nell’applicazione della legge, ma ben presto artefice di un turpe ricatto. E così anche Isabella, la vergine virtuosa e suo fratello Claudio, il condannato, sono colti nella loro comune incapacità di distinguere tra la giustizia e la pietà, tra il peccato e la virtù.

Sullo sfondo una Vienna oscura, decadente, abitata da mezzani, che rivendicano il proprio spazio e le proprie ragioni. A coronare questa tortuosa esplorazione della natura umana e dei suoi grovigli insolubili un lieto fine sconcertante accentua il carattere irrisolvibile del dramma in cui il duca, giudice supremo, rimette in ordine i suoi burattini e riprende in mano il suo regno, ristabilendo i ruoli e le leggi del contratto sociale, in una scena falsamente rassicurante, che lascia aperta ogni domanda sull’amore, sulla giustizia, sulla morale e sul peccato.

 

2 febbraio _ Fermo, Teatro dell’Aquila (info: 0734 284295 – www.amat.marche.it)

 

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Socìetas Raffaello Sanzio
BALLO INDIVIDUALE IN CIRCOSTANZE COSTRETTE

realizzato dalla Stoa di Sara Angelini, Stefano Bartolini

Demetrio Castellucci che ha curato e creato le musiche

Teodora Castellucci, Giulia Merendi, Vincenzo Reale

Eugenio Resta, Marco Villari

e da Claudia Castellucci insegnante

 

La Scuola di Cesena è un insieme di studio formato da scolari molto giovani e da un’insegnante che ha incominciato a proporre il tema del movimento su una base ritmica e come risposta alla imprevedibilità radicale del caso. La citazione della località, Cesena, sottolinea una relazione essenziale con una base spaziale locale. La determinazione di un posto dove stare non è soltanto una condizione basilare per una scuola, ma è anche uno scopo. Un movimento nel posto è niente di meno che un cambiamento, una continua produzione di nuovo.

Questa scuola non scaturisce tanto dalla Socìetas Raffaello Sanzio, quanto dal suo luogo: non si propone, dunque, di formare, ma di stare in un posto, in movimento. La scuola modifica il proprio assetto ogni anno, assumendo una fisionomia che il ballo stesso esprime.

Il movimento è assunto principalmente nella sincronia dei salti e dei passi rispetto a un ritmo musicale, ovvero da una combinazione di casi che si verificano determinando decisioni e comportamenti immediati.

La configurazione del ballo segue due vie: la musica si rifà esattamente a passi pre-decisi, ovvero i passi seguono precisamente una musica data e creata all’interno della Stoa. La scrittura della musica procede accordandosi con i passi e viceversa, sino a raggiungere una coesione tra battuta e battito. In questo senso è da preferire il termine “ballo” a “danza”, perché mentre questa si rifà a una coreografia che spazializza il tempo, per esprimere la forma o forme della soggettività, il ballo è essenzialmente compulsivo e temporale, e si richiama a un girare intorno a un centro ideale e oggettivo. Per il ballo circolare non esiste propriamente neppure il concetto di “errore”, bensì quello di volontaria interruzione. Il ballo è “gettarsi” in un cerchio da sempre in moto.

In questo Ballo individuale in circostanze costrette, creato dalla Stoa I, viene presa in considerazione l’origine accidentale delle relazioni e dunque il valore intrinseco dell’incontro. La ricerca consapevole e organizzata di queste relazioni, aumenta la potenza d’agire e rappresenta il movimento che ognuno compie singolarmente; l’incontro accidentale; l’origine di una relazione; la conduttura di una forza generale che si apre nella folla; l’immissione nel mulinello del tempo; i condotti viari metropolitani; la distruzione delle strade operata dalle onde magnetiche; le circostanze della cronologia, dell’alfabeto e della geografia che definiscono chi entra in ballo con la vita.

 

3 e 4 feb _ Civitanova M., Chiesa di Sant’Agostino (info: 0733 812936 – www.teatridicivitanova.com)

 

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LE CIRQUE INVISIBLE

Jean Baptiste Thierrée – Victoria Chaplin

in collaborazione con Just in Time Art Management

 

È difficile definire uno spettacolo come quello ideato e messo in scena da Jean Baptiste Thierrée e Victoria Chaplin. Per quasi due ore si susseguono senza interruzione trucchi, battute, gag, acrobazie... ma se si dovesse riassumere in breve ciò che Le cirque invisible rappresenta, probabilmente la parola esatta per farlo sarebbe "magia".

Non magia in senso teatrale, non abile prestidigitazione, ma la magia a cui si credeva da bambini, quella che questo mondo sempre più tecnologizzato e frenetico sta cancellando. Quando si spengono le luci della platea e si accendono i riflettori sul palco, tutto quello che lo spettatore deve fare è dimenticare la razionalità e lasciarsi trasportare dalla leggerezza e dalla bravura di questi due artisti straordinari. Jean Baptiste Thierrée affascina con i suoi modi di bambino vecchio, con la sua esperienza che è messa al servizio di una continua parodia dei tradizionali spettacoli di prestigio... i trucchi ci sono, ma non sono essenziali come la complicità che si crea tra "attore" e spettatori.

Victoria Chaplin si presenta agli antipodi del suo compagno di giochi: come lui è istrionico e fracassone, così lei si presenta sulla scena silenziosa, con uno sguardo stupito e un po' spaventato, ammantata in vestiti che si trasformano in pochi attimi in un fantastico zoo immaginario.

Nei loro numeri, i due artisti sono aiutati da marchingegni astrusi che vengono montati sulla scena, da valigie coloratissime dal contenuto più vario e da una frotta di conigli, colombe, papere che sembrano non essere a disagio sul palcoscenico. Allo spettatore non resta altro che dimenticare, per poche ore, di essere cresciuto.

È il petit-cirque di Victoria Chaplin e Jean Baptiste Thierrée che, dopo lo straordinario successo della scorsa stagione, tornano in Italia con il loro fantastico spettacolo. Un circo sognato, reinventato, dove tutto si svolge in un fluire, in apparenza, privo di ogni fatica, naturale e spontaneo come un trastullo, un circo venato di surreale, creato da due artisti che, nell'epoca virtuale e degli effetti speciali, riescono a incantare con la loro arte fatta di stracci e precisione, in grado di creare solleticanti corto-circuiti nell'immaginario degli spettatori.

Victoria Chaplin e Jean Baptiste Thierrée sono gli acrobati, i fantasisti, gli illusionisti, i funamboli, i prestigiatori, i clown, i musicisti di questo circo immaginario, di questo volo della fantasia.

Lei, sempre perfetta, danza sulla corda tesa, si lancia in volteggi mozzafiato con le funi, cavalca ippogrifi di sedie, si trasforma in una magnifica donna-orchestra, eseguendo uno stupendo concerto per bicchieri, tegami e cucchiai.

Insieme fanno comparire animali dal nulla e trasformano un piccolo coniglio in un coniglio gigante. Aiutati dagli oggetti di scena, piccoli animali domestici, ritraggono biciclette in amore. E quando Jean Baptiste Thierrée fa acrobazie con le bolle di sapone e poi le colpisce con un martello e le bolle suonano a festa come campane, dimostra come l’incantesimo teatrale può trasformare la realtà delle cose.

 

3 e 4 feb _ Jesi, Teatro Pergolesi (info: 0731 206888 – www.amat.marche.it)

 

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Teatro del Buratto

PIERINO E IL LUPO

 

È la versione moderna della favola originale, calata nel quotidiano e ambientata in una qualunque periferia di una qualunque città.

Tutto nasce dal fatto che il narratore, accortosi di aver portato lo spettacolo sbagliato, si fa aiutare dai bambini nel costruire una nuova storia di Pierino e il lupo utilizzando la scenografia dell’altro spettacolo ambientato in una città.

Pierino è un bambino vivace che abita in un condominio col nonno brontolone che tutti i giorni lo accompagna ai giardini vicino a casa.

Qui ha fatto amicizia con un gatto randagio dividendo con lui la merenda, da quel giorno si danno appuntamento ai giardini sempre alla stessa ora l'ora della merenda.

Il lupo è un signore cattivo e prepotente che terrorizza il quartiere con piccoli furti e scippi; non gli piacciono i bambini perché sono rumorosi, frignoni e impiccioni e per non farsi riconoscere indossa sempre una maschera da lupo.

Al posto dei cacciatori ci sono i poliziotti che alla fine, grazie al coraggio di Pierino, come nella storia originale, catturano il lupo e per riparare alle sue malefatte, al posto di portarlo in prigione, lo obbligano a lavorare, a tenere pulito i giardini dalle lattine e dalle cartacce.

La scena è composta da un enorme libro tridimensionale da dove escono i vari personaggi, ovviamente di carta, che si muovono magicamente intorno al grande libro. Ogni volta che si gira pagina cambia la scena e magicamente appaiono palazzi, strade, alberi, giardini, etc.

I pupazzi, disegnati da Guido Manuli, sono animati con la tecnica del teatro su nero, gli animatori, rigorosamente in nero, si riveleranno solo a fine spettacolo

 

 

4 feb _ Macerata, Teatro Lauro Rossi (info: 0733 230735 – www.amat.marche.it)

 

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Teatro Stabile delle Marche

Mercadante Stabile di Napoli

in collaborazione con Comune di Urbino e Amat

TARTUFO

di Molière

con Valerio Binasco, Carlo Cecchi

Iaia Forte, Angelica Ippolito, Licia Maglietta

regia di Carlo Cecchi

 

12 gli attori in scena, una compagnia importante che vede al lavoro: Valerio Binasco, Carlo Cecchi, Iaia Forte, Angelica Ippolito, Licia Maglietta e Alessandro Baldinotti, Viola Graziosi, Vincenzo Ferrera, Francesco Ferrieri, Francesca Leone, Rino Marino, Diego Sepe.

Lo spettacolo è una produzione Teatro Stabile delle Marche con il Mercadante Teatro Stabile di Napoli in collaborazione con l’Amat  e il Comune di Urbino.

La regia è di Carlo Cecchi, le scene sono di Francesco Calcagnini, i costumi di Silvia Cardini.

Rappresentata per la prima volta nel 1669, la commedia - tra le più famose e frequentate di Molière - ritrae la doppiezze degli ipocriti, “descrivendo il modo di vivere di tanta gente perbene”. La sera del debutto parigino, nella sala del Palais Royal gli spettatori erano stipati in ogni angolo e l'incasso fu da primato.

Al centro del plot, le vicissitudini di una famiglia agiata alle prese con uno strano personaggio, Tartufo, il quale spacciandosi per uomo pio e disinteressato conquista la fiducia del padrone di casa ricco e credulone, cercando in realtà di soffiargli gli averi e la moglie. Il resto della famiglia, che non crede alle sue buone intenzioni, con un inganno riesce a smascherarlo, ma solo agli occhi dell'ingenuo Orgone, non a quelli della società. Le cose continuano ad andar male e il subdolo ospite sembra avere la meglio: sarà il re, vero e proprio deus ex machina, con la sua magnanimità a mettere a posto le cose e salvare la famiglia dalla rovina.

Nel Tartufo, Molière prosegue lo studio della commedia di costume. Tartufo è il corpo estraneo che penetra in un contesto compatto e omogeneo; la truffa e l'impostura sono le armi politiche con cui mina nel profondo la solidità di un sistema: facendo esplodere tutte le contraddizioni, si scardinano le convenzioni, vengono alla luce tutte le trame della fitta stoffa che avvolge e soffoca la famiglia borghese.

Il Tartufo, è la satira più feroce che sia mai stata scritta  contro l'ipocrisia. In essa, infatti, l'Autore, attraverso la perversità del protagonista, intese  colpire  l'ipocrisia e il moralismo fanatico ostentato da molti personaggi  influenti a corte, coinvolgendo anche le pratiche religiose ed  i fedeli.

Questa satira, ovviamente, suscitò critiche e polemiche, anche se Molière si difese sostenendo di aver voluto colpire solo i falsi devoti, perciò  ne fu vietata la rappresentazione e bisognò attendere il 1669 per avere il consenso del re e riproporre al pubblico la commedia con il titolo  Le Tartuffe o l'imposteur.

Il Tartufo è una commedia politica, in cui l'autore prende di mira quei falsi devoti che,  in opposizione ai libertini, amorali e atei, si riuniscono in congregazioni con lo scopo di tutelare la religione e e il buon costume. Famosa ai  tempi di Molière fu la  "Compagnia del Santissimo Sacramento", i cui adepti, insieme all'arcivescovo di Parigi, s'indignarono enormemente quando la commedia venne rappresentata per la prima volta.

Il nome tartuffe, nel francese antico, indicava sia il tubero sia la persona disonesta, e Tartufo, il protagonista della vicenda, figlio di povera gente, è appunto un disonesto,  un mascalzone che, non avendo i mezzi per elevarsi, si avvale dell'ipocrisia per raggiungere i suoi  scopi.

Come dice lo stesso autore: avendo pochi mezzi e molta ambizione, senza alcuno dei doni necessari per soddisfarla onestamente, risoluto tuttavia a saziarla a qualunque prezzo, sceglie la via dell'ipocrisia. (Lettre sur la comédie de  l'Imposteur).

La battuta con la quale viene  delineato il carattere del protagonista appartiene alla signora Pernella  che, agli inizi del primo atto, dopo aver riassunto pregi e difetti della  famiglia del figlio Orgone, sentenzia su Tartufo:  E' un uomo di gran senno , lo dobbiamo ascoltare.

E sarà ancora la signora  Pernella l'ultima a rendersi conto della vera natura di Tartufo che per  lei, fin quasi alla fine della commedia, resterà un uomo  la cui anima è piena di fede troppo pura.

Ed infatti è questo  l'aspetto fondamentale da cogliere nel personaggio, l'ipocrisia, fingere  di essere l'opposto di ciò che è, celare le bassezze dell'animo sotto il  velo della virtù.  Fin dall'inizio Tartufo si  pone come l'esatto contrario di ciò che è realmente, apparendo gran devoto, religiosissimo, sottomesso al Cielo che continuamente invoca, puro  ed incorrotto, quando in realtà il suo zelo morale e religioso non è  altro che una copertura della vera natura, un'arma della quale si serve  per i propri vantaggi.

Mostrandosi  umile e devoto, simulando  continuamente, fingendo di non  voler accettare favori e doni, riuscirà  a  conquistare il rispetto di Orgone, un borghese agiato e sciocco che vuole affermare in famiglia la perfezione morale contro la dilagante corruzione dei costumi, facendosi promettere in sposa la figlia Marianna, carpendogli il  testamento e infine cercando anche di sedurre la moglie Elmira. Orgone vedrà  in Tartufo una  guida spirituale che potrà guidarlo e consigliarlo,  perciò gli crederà  ciecamente. Tartufo ed Orgone sono due personaggi strettamente legati tra loro perché Tartufo ha bisogno di Orgone per i suoi fini,  ed Orgone, che si sente superato dai tempi nuovi che avversa  (con i figli che rivendicano la libertà ed una moglie che non lo ama) si aggrappa a lui come ad un'ancora di salvezza. Orgone è dunque la vittima di Tartufo, psicologicamente ed economicamente,  perché  dipende da lui e perché finirà per fare donazione all'uomo di tutti i suoi beni, ma  anche  Tartufo sarà a sua volta una vittima: crollerà, infatti, davanti al fascino di Elmira e finirà in prigione.

 

6 e 7 feb _ Urbino, Teatro Sanzio (info: 0722 2281 – www.amat.marche.it)

dal 9 all’11 feb _ Ascoli, Teatro Ventidio Basso (info: 0736 244970 – www.amat.marche.it)

10 e 11 apr _ Macerata, Teatro Lauro Rossi (info: 0733 230735 – www.amat.marche.it)

 

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Padiglione delle meraviglie / La contemporanea / Modestina Caputo

GASTONE

di Ettore Petrolini

con Massimo Venturiello e Tosca

regia di Massimo Venturiello

 

Gastone, forse la più grande invenzione di Petrolini, è il simbolo di un’esaltazione scenica minata dal vuoto di valori. E’ la maschera di un teatro popolare sorto in un’epoca in cui iniziavano a farsi sentire i germi di quella grave malattia che ha segnato la vittoria dell’apparenza sulla sostanza, dell’immagine sul talento vero. Gastone è un attore del varietà e, almeno nelle sue speranze, del nascente cinema; è un primo attore spiantato che monta e smonta compagnie, vantando “piazze” e credibilità che, in fondo, non ha. Eppure il suo narciso sfrenato e la sua auto-esaltazione, talvolta uniti ad un sarcasmo feroce e cinico, gli danno un fascino irresistibile.

Lo incontriamo nel momento in cui crede di essere giunto a una svolta importante: ha appena conosciuto una ragazza del popolo, Lucia, grande talento vocale, ambiziosa e sognatrice. Forte della sua scoperta, Gastone convince un impresario a produrre alla sua sgangherata compagnia di ballerine e fantasisti uno spettacolo. L’impresario, rapito dalla straordinaria voce della ragazza, si lancia a capofitto in questa avventura che li condurrà a un debutto in provincia segnando l’inizio della promettente carriera di lei. Dopo il grande successo della serata, infatti, Lucia abbandonerà senza scrupolo alcuno Gastone, accecata dalle promesse e dalle lusinghe dell’impresario. Massimo Venturiello

 

6 e 7 feb _ Macerata, Teatro Lauro Rossi (info: 0733 230735 – www.amat.marche.it)

 

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Fondazione Pontedera Teatro

ASPETTANDO GODOT

di Samuel Beckett

con Luisa Pasello, Silvia Pasello, Savino Paparella, Tazio Torrini

regia Roberto Bacci

 

Il tema dell’attesa (qui parliamo dell’attesa beckettiana) segue i temi già incontrati nei tre spettacoli precedenti della Compagnia Laboratorio, tutti e tre ispirati da grandi romanzi della letteratura mondiale. Nel primo, Oblomov, dall’omonimo romanzo di Ivan Gonciarov, la sfinge dello spettacolo era racchiusa in una piccola frase “quando ci si sveglia si è morti”.

Nel secondo lavoro Ciò che resta, ispirato a “La montagna incantata” di Thomas Mann, il tema si nascondeva nel titolo stesso pensando a “ciò che resta da ora alla morte”.

Nella terza opera, nata da “L’idiota” di F. Dostoevskij, Il Raglio dell’asino, fisarmonica del dolore secondo i versi del poeta Sandro Penna, il titolo ci richiamava alla possibile esistenza di un essere “assolutamente buono” simile ad un asino/Cristo. Tutti e tre gli spettacoli interrogano i relativi romanzi di origine, non solo per i temi espliciti o nascosti che essi racchiudono, ma anche per la forma che il teatro, nella sua autonomia, deve ricercare per poter reagire e rendersi autonomo dalla scrittura letteraria. Sono stati per noi anni di intenso lavoro e di vere e proprie scoperte sia per l’arte dell’attore, sia per la composizione scenica e drammaturgica da reinventare ogni volta dal nulla.

Oggi, messa momentaneamente da parte questa fase, abbiamo deciso di chiudere il cerchio rivolgendoci ad un classico della letteratura teatrale: Aspettando Godot di Samuel Beckett. Questa volta tutto sembra già scritto, tutto sembra già indicato fino nei minimi dettagli. Lo spartito è lì sul pianoforte, non resta che eseguirlo. Ma qui sta la trappola e la sfida si fa veramente difficile.

 

Nel 1984 il Teatro di Pontedera ha prodotto la tournée italiana del progetto Beckett directs Beckett, ovvero la trilogia Aspettando Godot, Finale di partita e L’Ultimo nastro di Krapp, con la supervisione di Samuel Beckett stesso nell’interpretazione del S. Quentin Drama Workshop, diretto dall’ex ergastolano e amico di Beckett, Rick Cluchey. Il contatto fisico con quell’esperienza era stato per noi fondamentale per percepire “dal vivo” il tipo di lavoro che lo stesso Beckett intendeva si realizzasse nella messa in scena delle sue opere, soprattutto per ciò che riguardava la libertà possibile all’interno di una macchina drammaturgica assolutamente precisa e “musicale”. Così, quando Aspettando Godot è diventato il fantasma a cui dare corpo, la scelta di come lavorare per la sua messa in scena non poteva che essere quella della fedeltà alla scrittura originale, trovando tuttavia i necessari tradimenti per dialogare con il testo. Si è aperto così un mondo nuovo in cui vivono antiche domande. Chi sia Godot o che cosa significhi l’attesa sono alcune di queste. Lo spettacolo potrà fare da ponte verso possibili risposte anche se non c’è una vera speranza che ci riscatti dall’assurdità della nostra esistenza. Ogni possibile conclusione sta alla nostra coscienza individuale.

Roberto Bacci

 

8 feb _ Civitanova Marche, Teatro Annibal Caro (info: 0733 812936 – www.amat.marche.it)

16 mar _ Fermo, Teatro dell’Aquila (info: 0734 284295 – www.amat.marche.it)

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NATURALIS LABOR [Italia]

DECLARACIÒN

coreografia e regia di Luciano Padovani

coreografie di tango Margarita Klurfan e Walter Cardozo

musiche Comelade, Piazzolla

De Angelis, Bardi, Pugliese, Saluzzi

 

Il titolo dello spettacolo, Declaraciòn (dichiarazione), rivela subito la novità della neo-nata produzione di Padovani: il tango argentino incontra e si fonde con la danza contemporanea, suggerendo ispirazioni e musiche, significati e suggestioni. In scena, tra gli altri danzatori, due maestri di tango d’eccezione: Walter Cardozo e Margarita Klurfan firmano una parte delle coreografie di tango.

Non uno spettacolo “sul” tango o “di” tango, ma piuttosto uno spettacolo in cui dalle atmosfere e dalla cultura del tango argentino si estrae il senso più forte: la dichiarazione esplicita, estremamente intima, tra due corpi che si abbracciano e si comunicano amore. Le mani si stringono. I fianchi si toccano. Le gambe si incrociano con precisione. I piedi si muovono all’unisono. I protagonisti diventano, quasi inconsapevolmente, una cosa sola.

In scena cinque “innamorati” che si rincorrono in un intreccio di dichiarazioni d’amore, ora poetiche e tenere, ora ironiche e divertite. Innamorati corrisposti o solo platonici, innamorati ossessivi e talvolta inquietanti, che si esprimono in un luogo e in un tempo eterni.

Fondata nel 1988 da Luciano Padovani, Naturalis Labor ha la sua sede organizzativa e operativa a Vicenza. La compagnia è riconosciuta e sostenuta da: Ministero dei Beni e Attività Culturali, Regione Veneto, Comune di Vicenza, Comune di Comacchio. Naturalis Labor svolge un continuativo lavoro di ricerca e pedagogia sulla danza contemporanea, progetta e realizza spettacoli ed eventi unici. Realizza coproduzioni con Teatro Olimpico di Vicenza, Oriente Occidente, Bassano OperaEstate Festival, AbanoDanza, Pergine Spettacolo Aperto, Festival d’Autunno, Segni Barocchi, Concerti in Villa. Svolge tournèe in Italia e in Europa. Ha vinto il Primo premio al Concorso Internazionale di Coreografia Città di Cagliari nel 1989.

 

Questa coreografia è uno dei miei sogni più ricorrenti, un omaggio alla mia grande passione per il tango. La danza è, in fondo, un naturalis labor: un ‘lavoro’ del corpo, paziente e necessario, quotidiano e faticoso, caratterizzante e costruttivo; ‘naturale’ come un gesto, come il corpo che lo produce, come l’occhio che lo vede, come il tempo che lo consuma.. insieme condizione dell'artista e funzione sociale, ricerca di semplicità e di immediatezza. Il resto è forma.

Luciano Padovani

 

10 feb _ San Marcello, Teatro P. Ferrari (info: 0731 206888 – www.amat.marche.it)

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Teatro Stabile dell'Umbria

Totales Theater International

Festival delle Colline Torinesi

STUDIO SU MEDEA

14.02.07 Capitolo I Medea & Giasone

15.02.07 Capitolo II Medea & figli

16.02.07 Capitolo I, II, III Medea & Giasone / Medea & figli / Medea dea

elaborazione drammaturgia di Federico Bellini

con Nicole Kehrberger, Michele Andrei

regia di Antonio Latella

 

Tre tele sporche, caotiche, colori gettati di getto senza una grammatica, una logica, la rottura di una forma, anzi il tentativo utopico della non formalizzazione. Da questo caos è la memoria dei corpi, della carne che prende il sopravvento.

La tela uno o capitolo uno, Medea & Giasone, è l’incontro scontro tra questi due corpi e le loro storie, sintesi della vicenda di Medea, del mito Medea, così come ci è stato tramandato. Danza di corpi che si cercano e si annullano nell'altro, in quella memoria che non ci appartiene. Le altre due tele o capitoli vanno a completare il racconto del primo: il corpo della donna amata-amante che si fa corpo madre-corpo matricida; e poi nell'ultimo capitolo il corpo che elimina annulla il sangue, la carne per andare verso l'ascesi e quindi divenire Dea_Me_Dea. Poche parole, nessuna parola: alfabeto che cerca il recupero di una lingua nell'impossibilità della comprensione, anche il detto diventa suono, memoria arcaica, musica.

Antonio Latella

 

Studio su Medea: già nel nome che Antonio Latella ha voluto per questa messinscena è contenuta l’esperienza concreta del suo lavoro con il Mito di Medea. Lo studio è iniziato nell’inverno 2004, a Berlino, dapprima solo su un piano speculativo, poi, insieme a Nicole Kehrberger - che aveva collaborato con Latella in Querelle e nell’Orfeo di Monteverdi - la ricerca ha cominciato a prendere corpo.

E di pura ricerca si è trattato: negli ultimi due anni, Latella si è dedicato anche alla preparazione e alla messinscena di altre opere, alle quali pensava da tempo (per la Prosa: Edoardo II, da  Christopher Marlowe, nel 2004 e La cena de le ceneri, da Giordano Bruno, nel 2005. Per la Lirica: Orfeo di Monteverdi e Orfeo e Euridice di Gluck, entrambi nel 2004. Tosca di Puccini, nel 2005.), mentre, in autonomia, continuava il suo studio su medea, senza ancora porsi obiettivi e scadenze.

La forza del gruppo di interpreti e di collaboratori, che Latella negli anni, grazie al suo metodo di lavoro, ha saputo consolidare, ha contribuito non poco all’impresa. In particolare, tutti gli attori e poi: Federico Bellini, curatore, come sempre, della struttura drammaturgica, questa volta in progress; Franco Visioli, che ha ideato e costruito la rete di musiche e suoni, essenziale alla visività plastica dello Studio; Giorgio Cervesi Ripa che ha disegnato le luci. Rosario Tedesco, da sempre uno degli interpreti più assidui degli spettacoli di Latella, questa volta, è stato regista assistente ed ha curato anche i movimenti coreografici dello Studio. 

Il Teatro Stabile dell'Umbria insieme con il Festival delle Colline Torinesi e con Totales Theater International (la Compagnia di Nicole Kehrberger), si sono uniti per rendere possibile la presentazione di questo spettacolo, inusuale per storia e per forma, alla critica e al pubblico italiani.

 

STUDIO SU MEDEA, una rappresentazione in tre capitoli: Capitolo I medea & giasone, 65’; Capitolo II medea & figli, 50’; Capitolo III medea dea, 40’.

La messinscena mostra i passaggi della ricerca anche nell’articolazione del racconto in tre capitoli e muove dalla fatica dei corpi fino allo scaturire della parola, che Medea mette al mondo.

Le funzioni in scena sono quelle archetipiche del Mito: Medea e Giasone (Nicole Kehrberger e Michele Andrei). Medea e i figli (Giuseppe Lanino, Emilio Vacca). Medea Dea.

 

dal 14 al 16 feb _ Macerata, Teatro Lauro Rossi (info: 0733 230735 – www.amat.marche.it)

dal 27 feb al 1 mar _ Urbino, Teatro Sanzio (info: 0722 2281 – www.amat.marche.it)

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Produzioni Teatrali Paolo Poli - Associazione Culturale

SEI BRILLANTI

commedia in due tempi di Paolo Poli

da Mura, Masino, Brin, Cederna, Aspesi, Belotti

interpretata e diretta da Paolo Poli

 

Sei giornaliste del Novecento, dagli anni ’20 agli anni ’80 e cioè Mura, Masino, Brin, Cederna, Aspesi, Belotti, figurano nello spettacolo di Paolo Poli con brevi racconti sceneggiati pubblicati dalle autrici in quegli anni.

Mura ci trasporta nel chiuso di una esperienza erotica tutta al femminile dal titolo Perfide; Masino con Fame ci descrive la crisi del ’29 e Brin nelle sue Visite racconta le allucinate miserie del dopoguerra. Nella seconda parte dello spettacolo Cederna col suo Lato debole del ’60 ci parla di moda e di modi di vivere, Aspesi in Lui visto da lei ci prospetta la figura dello scapolo in rapporto alla famiglia italiana e Belotti con Adagio poco mosso presenta una figura di vecchietta serena e risentita. Le voci di queste giornaliste si alternano variamente in un gioco frizzante e imprevedibile nell’ottica generale di una narrazione caustica, ma emblematica di una società in continua evoluzione. A fare da contrappunto ai vari episodi drammatici ecco le musiche delle canzoni delle varie epoche dal ’20 all’’80 evocanti il tabarin, l’infanzia abbandonata, la voce della Radio, il mercato nero, le saghe popolari, la ricostruzione, il mondo degli animali e i caserecci festivals canori.

Le scenografie di Luzzati si ispirano ai maestri della pittura novecentesca e i costumi rutilanti di Calì sottolineano spiritosamente gli ironici arrangiamenti musicali di Perrotin. Accanto a Poli in scena appare un allegro gruppo di attori abilmente mossi dalle coreografie di De Filippis.

 

17 e 18 feb _ Teatro Pergolesi (info: 0731 206888 – www.amat.marche.it)

 

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ISMAEL IVO

DELIRIUM OF A CHILDHOOD

interpretato e coreografato da Ismael Ivo

musiche Gustav Mahler, Kindertotenlieder, Rückert-Lieder

Christa Ludwig e la Berliner Philharmoniker diretti da Herbert von Karajan

musiche africane

 

È una statua o un essere umano? È questa la prima domanda che ci si pone guardando lo scultoreo Ismael Ivo (interprete di incredibile magnetismo, coreografo di fama internazionale e da due anni direttore della Sezione Danza della Biennale di Venezia) nel folgorante assolo Delirium of a childhood. Solo un artista così espressivo poteva tirar fuori immagini in danza di un’infanzia spaventosa, piena di privazioni ma anche di ingenua vivacità, di disperazione e della vitalità del colore dei sogni. Da San Paolo a Berlino – dove attualmente vive - passando per New York, la formazione di Ivo intreccia modern dance, butoh e teatrodanza tedesco, che si fondono con le sue radici afrobrasiliane, dando origine a una performance di imbarazzante intensità.

 

San Paolo, New York e Berlino sono le tappe più importanti della sua carriera. Nella sua città natale, San Paolo, Ismael Ivo studia sociologia e psicologia, pur interessandosi parallelamente al teatro e alla danza. Collabora con le coreografe Mara Borba e Sonia Mota, e milita nel movimento per i diritti civili dei neri alla cui causa contribuisce con i mezzi della performance e del teatro da strada. Nel 1978 presenta il suo primo solo, Pegasus Celebration, che in seguito gli varrà il premio nazionale. Dopo avere lavorato ad altri soli, nel 1981 avvia un’importante collaborazione con il danzatore giapponese Takao Kusuno da cui nasce As Galinhas. Nel 1982-83 viene ingaggiato come danzatore nella compagnia di balletto di San Paolo e insignito del Trofeu Pirandello. Nello stesso anno viene invitato da Alvin Ailey a trasferirsi a New York, dove diventa membro dell’Alvin Ailey American Dance Center, dapprima come borsista della Workshop-Company e subito dopo come danzatore dell’Alvin Ailey Dance Theatre, debuttando in Memoria. A New York, Ismael Ivo si concentra su un intensivo training di danza classica e moderna che gli apre nuovi orizzonti senza però limitarlo stilisticamente; sviluppa inoltre il suo lavoro da solista e con Pegasus Celebration (1983), presentato al Lamana Theatre, viene accolto entusiasticamente da pubblico e critica. Anche i due lavori successivi, Artaud, Artaud! (1984) e il duo Discords for a Woman (1984) ottengono un grande successo aprendogli la strada verso l’Europa. Nel 1984 Ismael viene nominato direttore artistico delle Internationalen Sommertanzwochen di Vienna che, insieme a Karl Regensburger, trasforma in una delle più importanti piattaforme europee della danza. Nel 1985 con il solo Phönix debutta a Berlino, che diventa così la sua nuova sede: qui, fino ai primi anni 90, crea soli che poi porta in tournée in tutto il mondo, come Under Skin (1987), Delirium of a Childhood (1989), Apokalypse (1989) e Die Kreisrunden Ruinen (1991). Insieme a Heiner Müller, George Tabori e Johann Kresnik prende a indagare nuovi generi a metà tra performance e teatro. Tappe di questo percorso sono Mars (1993), Francis Bacon (1993) e Othello (1996) con Johann Kresnik, l’opera Moses und Aaron (1994), Medeamaterial (1997), Der nackte Michelangelo (1998) e, infine, la collaborazione apripista e di maggior successo con Yoshi Oida per lo spettacolo Die Zofen (2001). Nel 1997, per la prima volta Ismael Ivo si trova a dirigere un’istituzione teatrale classica, il Tanztheater an Nationaltheater a Weimar, un mandato molto significativo sul piano politico e culturale: non soltanto è il primo artista nero a cui viene affidato un incarico dirigenziale nel sistema teatrale tedesco, ma anche il primo a ricoprire un simile ruolo nel teatro che fu di Goethe e di Schiller. La direzione, durata quattro anni, viene ripagata da uno straordinario successo di pubblico: in questa cornice presenta molti lavori tra i quali A Brief History of Hell, Kuss im Rinnstein, Ariadne, Dionysos. Parallelamente al suo ultimo lavoro per il Deutsches Nationaltheater, Babel, con la regia di Marcio Aurelio, Ismael Ivo rinnova la sua collaborazione con il Theaterhaus Stuttgart, insieme alla danzatrice Márcia Haydée: nasce cosi il duo Tristan und Isolde (1999) e Aura (2000). La riflessione sulla cultura dei neri diventa tema centrale nella vita di Ismael Ivo e conosce momenti salienti in un ciclo di produzioni: Die Zofen (2001), Mapplethorpe (2002), Black Atlantic City Bus Tour (2004), Olhos d’Agua (2004).

Ismael Ivo è direttore artistico della sezione Danza della Biennale di Venezia dal 2005.

Il suo programma del festival 2005, Body Attack, comprendeva – oltre ad un programma di performance internazionale - una conferenza ed una mostra di foto. All’interno della Biennale debutta – nel giugno 2005 - anche la sua ultima creazione, Erendira, pièce per un’attrice, un musicista e sette danzatori, che trae ispirazione da un brano di Gabriel Garcia Marquez. Nel 2006 Ismael Ivo debutta con Illuminata ad apertura della Biennale.

 

17 feb _ Civitanova Marche, Teatro Annibal Caro (info: 0733 812936 – www.civitanovadanza.it)

 

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Teatro Stabile delle Marche

PÀ-PA-PÀPAGENOOO

liberamente tratto dall’opera di Wolfgang Amadeus Mozart

 

Pa...pa...pa...pa...pa....pa... queste sillabe, che ricordano i richiami degli uccelli, danno inizio ad uno dei più noti duetti della storia della musica: l’incontro tra Papageno e Papagena coppia di uomini–uccelli che nel Flauto magico celebrano così la loro gioia.

Mozart aveva una grande passione per l’espressione onomatopeica e sopratutto per gli uccelli. Quando il 4 giugno 1787, a pochi giorni dalla tragica perdita del padre, morì il suo storno, egli gli scrisse addirittura l’elogio funebre: “Qui riposa un caro mattacchione... Non era cattivo, era solo un po’ vivace, qualche volta un bel birbante, quindi non un tontolone...”

E c’è sicuramente Mozart nascosto dietro la maschera di Papageno/l’uccellatore, che vestito di piume e con una gabbia di uccelli sulle spalle, fischia e canta, tanto da essere scambiato lui stesso per uccello.

Papagheno è buffo, eccentrico, sguaiato, irriverente, fanciullesco dagli scherzi grossolani e dalle pose animalesche, proprio come viene raccontato Mozart nella sua vita quotidiana.

Ed è proprio un Papageno/Amadeus, metà uomo e metà uccello, che ci farà scoprire attraverso Il flauto magico il volto allegro e giocosamente insolente di Mozart.

Del resto Il flauto magico è uno dei suoi capolavori, l’opera ultima, la summa artistista del genio. Ed è una fiaba. E come tutte le fiabe è molto di più, è il racconto di un viaggio di andata e ritorno dagli inferi, dall'oscurità alla luce, dal caos all'armonia.

Ecco la storia:

In un regno lontano, lontano, c’è un Re Buono che, prima di morire, lascia tutto in eredità all'amata figlia Pamina. Una Regina invidiosa e cattiva che cerca di fare uccidere la figlia. E poi tre Dame Velate e tre Spiritelli Fanciulli che aiutano il bel Principe Tamino a trovare la sua Pamina, l'Acchiappa-Uccellini Papageno, che cerca disperatamente la piumata e coloratissima Papagena, il Buon Sacerdote Sarastro che deve proteggere la Principessa.

Riuscirà Tamino a superare la prova del silenzio, del fuoco e dell'acqua per conquistare Pamina?

Con l’aiuto di un flauto magico, ricevuto in dono dalle tre dame,  e di Papageno, tutto andrà a buon fine. Nel tempio del Sole, il gran sacerdote celebrerà con Tamino e Pamina, Papageno e Papagena, la vittoria del Sole sulle tenebre.

Lo spettacolo è un racconto teatrale condotto da un divertente Papageno, sotto lo sguardo di un Mozart/ Bambino,  interpretato da un giovane spettatore scelto in sala, che accompagnerà il nostro protagonista.

Un grande quadro bianco, magico come le avventure che vengono narrate, fa da sfondo al  racconto e si riempie immagini, visioni dentro le quali il nostro Papageno si tuffa letteralmente rimanendone impigliato, creando un effetto magico e comicamente surreale che restituisce il carattere fantastico dell’opera, la giocosità del personaggio. e che produce inattesi colpi di scena.

 

18 feb _ Macerata, Teatro Lauro Rossi (info: 0733 230735 – www.amat.marche.it)

 

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CTB Teatro Stabile di Brescia / Le Belle Bandiere

Provincia di Macerata - Terra di Teatri

in collaborazione con Amat e Comune di Russi

MACBETH

di William Shakespeare

progetto, interpretazione ed elaborazione drammaturgica

Elena Bucci e Marco Sgrosso

regia Elena Bucci in collaborazione con Marco Sgrosso

 

Come spesso accade per le opere grandi, Macbeth vola attraverso il tempo e sembra scritto per noi, che viviamo sgomenti la legittimazione della corsa al potere, la bulimia verso i beni materiali e il vuoto creato dal rapido mutamento dei valori e del senso dei patti umani e sociali.

L'atmosfera è densa di ombre, scivolosa, in continuo mutamento.

Si naviga in un mondo intessuto di menzogne, dove la verità deve travestirsi da bugia oppure da sogno per continuare ad esistere.

Si ascolta il mormorìo di forze non sempre comprensibili, riflesso di un’interiorità che si rivela con imprevista urgenza, mentre l’intelaiatura degli eventi chiama ogni destino al suo compimento.

Cosa sono le parole delle Streghe – misteriose medium tra il mondo reale e l’universo delle possibilità – se non verità che si trasformano in bugie e viceversa, a seconda della coscienza o della volontà di chi ascolta?

Una volta compiuto l’atto che scardina tutti i valori, l'assassinio del Re, Sir and Lady Macbeth non riescono più ad intessere la tela di appuntamenti col futuro che costruiscono i regni e le utopie. Il desiderio del potere e la paura di perderlo li proiettano per sempre nel passato, senza possibilità di trasformazione.

La disperata ricerca del sonno e della quiete si traduce nella costrizione ad uccidere e a distruggere. Motori dell'azione di questa tragedia degli opposti, essi sono sterili, senza lugo, sosspesi tra la notte e il giorno, tra il sonno e la veglia, incapaci di arginare il mormorìo della coscienza e  del mondo delle Streghe, che assistono impotenti e dolorose al manifestarsi delle scelte umane.

Se la vita si rivela insensata e popolata di ombre, il sonno - momentaneo abbandono ad una morte apparente che rigenera - diventa impossibile. Si deve sempre vegliare e sorvegliare, fino a diventare spettri in un universo popolato di spettri. Morti in vita. Vampiri.

Questo testo, con il suo ritmo incalzante come un ‘noir’ e i suoi echi profondi come le parole di un maestro, è diventato per noi l’incubo di Sir and Lady, di volta in volta raccontato e vissuto. La sua ambiguità mutevole ha segnato anche la nostra lettura e il nostro modo di lavorare. Cercando di dimenticare quello che pensavamo di sapere, attraverso l’improvvisazione e la riscrittura, e grazie ad una grande coesione della compagnia, ci sembra di scoprire ad ogni replica altri sensi e punti di vista, pur rispettando la struttura della storia. Così, da un clima di racconto popolare – ricordo delle recite in piazza – si scivola verso una continua trasformazione degli attori, che passano attraverso le Streghe e ai personaggi fino a giungere ad una nuda azione corale. La scena è sospesa nel vuoto, segnato dal trono, da quattro panche e dai riflessi di luce in movimento di Maurizio Viani: un castello, una landa, la paura, il deserto, la morte, il mare, un sogno.

Elena Bucci, Marco Sgrosso

 

21 e 22 feb _ Urbino, Teatro Sanzio (info: 0722 2281 – www.amat.marche.it)

 

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CRT – Centro di Ricerca per il Teatro

in collaborazione con Palermo Teatro Festival

CANI DI BANCATA

testo e regia di Emma Dante

con Sandro Maria Campagna, Sabino Civilleri

Salvatore D’onofrio, Ugo Giacomazzi, Fabrizio Lombardo

Manuela Lo Sicco, Carmine Maringola, Stefano Miglio

Alessio Piazza, Antonio Puccia, Michele Riondino

 

La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è più né sole né luna, c’è la verità. Leonardo Sciascia

 

La mafia è una femmina-cagna che mostra i denti prima di aprire le cosce. È a capo di un branco di figli che, scodinzolanti, si mettono in fila per baciarla. Il suo bacio è l’ onore. La cagna dà ai figli il permesso di entrare: “Nel nome del Padre, del Figlio, della Madre e dello Spirito Santo”. Bastona il figlio più giovane e gli mette un vestito imbrattato di sangue. Il mafioso risorge e riceve dalla Madre la benedizione. I fratelli lo abbracciano e comandano il giuramento: “Entro col sangue ed uscirò col sangue”. Il patto si stringe.

Così rielaboro il rito di affiliazione di un uomo che giurando davanti a Dio si consegna alla mafia per sempre. Questo rito antico è il folclore, è la mafia da cartolina di un “agriturismo” nelle campagne di Corleone dove si mangia ricotta e cicoria e si recitano le preghiere con radio-maria.

Ma il folclore è una tavola imbandita che serve a nascondere l'orrore. Dietro la quale, fuori dagli occhi, avviene ciò che non si può dire, che non entra neanche nelle cronache. La mafia è il trionfo della menzogna, è il rovescio che diventa verso, il sotto che viene a galla, il basso che si fa alto, il delitto che si trasforma in regola.

Una cosca, una nassa, un partito, una società, una fratellanza: una Famiglia.

Si può finire in questo recinto per nascita, per paura, o per amore. Chi entra contrae un vincolo eterno. I legami diventano indissolubili, i patti infrangibili. Non ci si può sottrarre, non si torna indietro.

È un’appartenenza selvaggia, di mandria. Chi esce dalla mandria muore. 

In Sicilia abita un popolo che parla un gergo segreto, accompagnato da ammiccamenti, da gesti con le mani, la testa, gli occhi, le spalle, la pancia, i piedi. Un popolo capace di fare tutto un discorso senza mai aprire bocca.

Questo popolo ha un atteggiamento mafioso che non ha niente a che vedere con la mafia.

Faccio un esempio: sto percorrendo in auto una stradina a senso unico e di fronte a me arriva un’auto contromano. Mi fermo, ho fretta e suono il clacson.

Aspetto che il conducente indietreggi e, nonostante il mio coraggio, basta un suo sguardo accompagnato da un cenno con la testa per farmi capire che mi conviene fare retromarcia. Non penso che il conducente di quell’auto sia mafioso, anche se lo è il suo atteggiamento. È più facile incontrarlo in un’auto blu nel centro di Roma, il mafioso contemporaneo, nel giusto senso di marcia.

La mafia femmina-cagna schifa se stessa e chiede ai suoi figli di rinnegarla. Li allontana da sé per non infangare il loro nome, è una puttana che si vergogna del suo passato. Col sangue di vittime innocenti li ha nutriti, li ha fatti studiare, li ha nobilitati. Ora i figli sono diventati importanti. Ricoprono alte cariche.

La cagna dona ai figli l’Italia capovolta e divisa, fatta di “isuliddi c’un fannu capo a nuddu”. In questa nuova cartina geografica, la Sicilia è al nord.

La cagna non si preoccupa più di punire la verità, quella che costò la vita a Peppino Impastato, perché è riuscita a delegittimarla questa verità, screditando la magistratura e assuefacendo l’opinione pubblica all’illegalità.

In un’isola del nord di un’Italia capovolta c’è una città madrìce, un luogo primario, dove un popolo silenzioso, seduto attorno a una tavola imbandita, si spartisce l’Italia e se la mangia a carne cruda.

 

Emma Dante

 

21 feb _ Macerata, Teatro Lauro Rossi (info: 0733 230735 – www.amat.marche.it)

22 feb _ S. Benedetto del Tronto, Teatro Calabresi (info: 0735 5869500 – www.amat.marche.it)

23 feb _ Fano, Teatro della Fortuna (info: 0721 800750 – www.amat.marche.it)

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ELISA MONTE DANCE [Stati Uniti]

coreografie di Elisa Monte

 

Elisa Monte Dance nasce nel 1981 basandosi sulla propria filosofia, secondo cui le barriere culturali possano essere superate utilizzando il comune linguaggio della danza. La compagnia ha immediatamente ottenuto riconoscimenti internazionali dopo aver vinto il primo premio come Migliore Compagnia all’International Dance Festival di Parigi nel 1982.

Negli anni a seguire ha toccato più di trentacinque paesi in tutto il mondo, esibendosi in Francia, Austria, Italia e Spagna fino alla Russia, ai Caraibi, alle Filippine e Singapore e, naturalmente, negli Stati Uniti. Ha partecipato a molti dei maggiori festival di danza inclusi Next Wave Festival, Jacob’s Pillow, Lincoln Center Out of Doors, Steps ’98 (in Svizzera), e Weimer 1999 “Capitale europea per le attività culturali”.

La compagnia è comparsa su diverse reti televisive nazionali in Europa, Asia e Caraibi.

Unica nel suo impegno volto a sostenere lavori di due coreografi che condividono la visione artistica (Elisa Monte e David Brown), la compagnia celebra la diversità sia nel suo lavoro che nello staff e nei danzatori che la compongono. I danzatori della compagnia provengono infatti da Trinidad, Guadalupa, Cuba, Francia, Slovacchia, Giamaica, Sud Africa e Stati Uniti,